martedì 17 gennaio 2017

Il volo più bello delle Gru: l'Uganda ad un passo dalla Coppa d'Africa

L'Uganda alla CAN 1978
La notte del 25 Gennaio 1971 è una notte dai lunghi coltelli. Colpi di mortaio squarciano le tenebre. I golpisti capeggiati da Idi Amin Dada entrano a Kampala. Stringono d’assedio le caserme, si impossessano dei nuclei del potere e fanno cadere il governo di Obote: obiettivo raggiunto.

E' la genesi dellala dittatura di Amin Dada. Inizialmente salutata con favore dalle potenze Occidentali,  specie per la deriva comunista assunta da quella precedente, passerà alla storia come una delle più cruente e sanguinarie di tutta la storia politica del Continente Nero. Appena insediatosi al potere Amin Dada inizia le repressioni e le persecuzioni nei confronti delle minoranze etniche. Ad entrare nel mirino dell’istrionico dittatore sono soprattutto le popolazioni nilotiche settentrionali: Amin teme infatti la superiorità numerica nell’esercito degli acholi e dei langi. Ne ordina l’eliminazione, cosi come chiede l’allontanamento dal paese degli asiatici, a sua detta troppo ingerenti nelle questioni economiche.

Lo chiamano Big Daddy, per via della sua statuaria imponenza fisica. Evidentemente però un solo soprannome non basta per appagare il suo ego smisurato. Conia allora lui stesso l’appellativo con cui ama essere identificato e adorato: “Sua Eccellenza il presidente a vita, feldmaresciallo Al Hadji dottor Idi Amin, VC, DSO, MC, signore di tutte le bestie della Terra e dei pesci del mare, e conquistatore dell’impero britannico in Africa in generale e in Uganda in particolare“. Tra una strizzatina d'occhio al colonnello Gheddafi, ed un’altra agli indipendentisti scozzesi, Big Daddy deve guardarsi le spalle dai sostenitori lealisti ad Otobe e da Otobe stesso, ospitato nel frattempo dalla Tanzania: il leader spodestato sta tramando il controgolpe. Inevitabilmente, l’appoggio offerto del presidente tanzaniano Julius Nyerere contribuisce ad inasprire le tensioni ed ad innalzare una cortina di ferro tra i due paesi. Venti di guerra iniziano a spirare in Africa Orientale. Il conflitto appare inevitabile. Purtroppo, lo sarà.

Nel 1978 l’Uganda è un paese sull’orlo di un conflitto fratricida con la Tanzania, funestata dal potere bulimico del suo dittatore e attraversata da tensioni e contraddizioni di ogni genere. Quell'anno è in programma anche la Coppa d’Africa. Dopo due eliminazioni consecutive al primo turno, le Gru, soprannome con quale sono conosciuti i calciatori ugandesi, hanno tutta l'intenzione di fare bella figura, contribuendo a regalare una piccola gioia in un momento delicato e drammatico come quello.


La selezione di Peter Okee si qualifica superando l’Etiopia nel secondo turno con un 2-1 tra le mura amiche, dopo un pareggio a reti inviolate ad Addis Abeba. La manifestazione ospitata dal Ghana prende il via il 5 Marzo 1978 con la vittoria della selezione di casa sullo Zambia. Una vittoria di misura per 2-1. Sofferta oltre le aspettative, ma importante per lanciare un messaggio alla concorrenza. Dopo i due allori consecutivi del 1963 e del 1965, e le due piazze d’onore ottenute nel 1968 e nel 1970, le Black Stars hanno disertato l’appuntamento con la massima competizione calcistica africana per ben tre edizioni consecutive. Una ferita troppo grande per una delle scuole calcistiche egemoni dell’universo africano. Da rimarginare alzando il trofeo sotto le stelle nere di Accra.

Tra le rivali più accreditate ci sono il Marocco, campione uscente e la sempreverde Nigeria. La Costa d’Avorio e il Mali poi nemmeno vi partecipano: entrambe le formazioni vengono squalificate per irregolarità commesse nei precedenti turni di qualificazione. Una sliding door in cui si infila di prepotenza la selezione dell’Alto Volta, l’odierna Burkina Faso. Il destino riserva all’Uganda il gruppo B. La compagnia è gradevole, ma da non sottovalutare: sistemate nello stesso girone ci sono la Tunisia, il Congo-Brazzaville, ma soprattutto il Marocco detentore del trofeo.

Le Gru iniziano il loro cammino a Kumasi. Nella Garden City, gli uomini di Okee si impongono con un perentorio 3-1 sul Congo-Brazzaville. Segnano Omondi, Semwanga e Kisitu. Philip Omondi è la guida tecnica, carismatica e quasi spirituale delle Cranes. Dotato di un innato fiuto del goal, il suo ex allenatore David Otti lo ricorda così: “Nessun ugandese potra mai eguagliarlo, poteva cambiare la partita in una frazione di secondo. Non ho mai visto un giocatore come lui“. Otti non era un semplice allenatore. Era un padre putativo, un mentore. Quando nel 1973 il diffidente Robert Kiberu sbarra le porte della nazionale bugandese ad “Omo”, lui è l’unico a non nutrire dubbi sul talento del ragazzo, spalancandogli le braccia: “Aveva un talento unico, me ne sono accorto quando mi allenavo con lui in campo”.

Strappato al pugilato, via indicatagli dal suo amico Shadtack Odhiambo, ex boxeur professionista, il giovane Omondi si avvicina al calcio in maniera del tutto casuale. Nel 1969 si ritrova a palleggiare per diletto di fronte all’ostello Lugogo, lo stesso dove la nazionale ugandese alloggia in vista della CECAFA Cup in programma quell’anno. Le spiccate abilità da giocoliere e la rara sensibilità che emtte in mostra attirano l’attenzione del tecnico Burkhard Pepe, e del team manager Andrew Wassaka, fino a spingerli ad assoldare l’imberbe Philip come raccattapalle. E’ la scintilla: l’anno successivo entra nel settore giovanile del Naguru. Poi passa al Fiat Fc dove rimane fino al 1973, quando il suo talento cristallino non sfugge all’occhio temprato di Bidandi Ssali, coach del Kampala City Council FC, una delle più blasonate compagini del paese.

Arrivato nella capitale a sedici anni insieme al compagno Tom Lwanga, vi rimarrà fino al 1979. Non mancheranno gli allori, come i due titoli ugandesi consecutivi conquistati nel 1976 e nel 1977. La carriera di Omondi rischia però di interrompersi bruscamente nel 1976, quando, a seguito di una violenta collisione col portiere del Kilembe, Kikomeko, riporta la peggio, rischiando persino la vita: il  pancreas è spappolato.
Omondi in azione
La situazione è drammatica. Si teme per la sua vita. Il parere degli esperti non lascia speranze: se sopravviverà sicuramente non potrà più tirare a calci un pallone. Il destino non ha però fatto i conti con la scorza ruvida dell’ugandese. Philip è tenace, si allena, e dopo tre interventi chirurgici è pronto a fare ritorno sul rettangolo verde. E’ il 22 Giugno 1977, il KCC sfida il NIC, ma per tutti è il giorno della resurrezione di Omo. Uno come Omondi però non può limitarsi alla sola presenza. Fa le cose in grande: segna uno dei tre goal con la quale la compagine capitolina condanna alla sconfitta il NIC. E’ la rinascita. Ad un anno dalla Coppa d’Africa, competizione in cui finora ha deluso, Omondi è pronto a disputare un torneo da protagonista. Andrà oltre le più rosee aspettative.

Dopo l’esordio contro il Congo-Brazzaville bagnato dal goal, le Gru incappano nella rovinosa sconfitta contro la Tunisia: finisce 3-1, e la rete di Musenze serve soltanto a mitigare il passivo reso pesante dalla reti di Labidi e dalla doppietta di Ben Aziza. La sconfitta può essere fatale, ma la fiammella della speranza non ha ancora smesso di crepitare. Nell’ultima partita del girone occorre la vittoria. Nient’altro che la vittoria. Solo e soltanto la vittoria. L’ostacolo da superare è il più alto: il Marocco campione in carica. Serve una grande Uganda. Occorre il miglior Omondi. Davanti ai ventimila cuori dello Stadio Comunale di Kumasi, le Gru annichiliscono i Leoni d’Atlante con un 3-0 che non ammette repliche. Oltre alle reti di Godfrey Kisitu e Nsereko non può mancare la prezzemolina marcatura di Philip. Perché come afferma il noto giornalista ugandese Hassan Badru Zziwa “Per Omondi segnare è più naturale di respirare”.


In semifinale ad attendere le Gru c’è la sempre temibile Nigeria. Le Super Aquile sono reduci dal terzo posto ottenuto nell’edizione precedent, e tra le proprie file annoverano giocatori di buona levatura tecnica come Martin Eyo e Adoki Amesiemaka. L’Uganda non sembra avvertire eccessivamente l’emozione e all’11’ rompe il ghiaccio, passando sorprendentemente in vantaggio con Nasur. Nella ripresa la Nigeria corre ai ripari, inserendo Eyo al posto di un'impalpabile Cristopher Ogu. La scelta paga i suoi dividendi al 54’, quando il neoentrato infila Ssali e riporta in equilibrio le sorti dell’incontro. Tutto da rifare per le Gru. Nessun problema, ci pensa Omondi. Riceve un preciso filtrante da Kisitu, ondeggia col pallone, dribbla tre difensori avversari, e dopo un paio di finte fulmina l’impotente Okala, regalando il nuovo vantaggio alle Gru. Tom Lwanga, arcigno difensore di quella selezione, fotografa il momento e con la memoria ripercorre quella scena storica: “Tutti guardiamo. Omondi finta il tiro e Okala cade a terra goffamente. Non è finita. Okala si ridesta, ma Omondi lo sbeffeggia con una seconda finta. Poi una terza, con Okala che si tuffa nella direzione sbagliata, lasciando ad Omondi la porta spalancata per segnare”. L’Uganda è in finale. Si parte per Accrà, dove ad attendere le Gru c’è la selezione di casa trionfante nell’altra semifinale a scapito della Tunisia. Il Ghana è pronto a festeggiare.

E’ il 16 Marzo 1978. Un clima di festa accoglie le due squadre all’Accrà Sport Stadium. Tra le ali di folla festante si scorgono anche  parecchi kanzu: i supporter ugandesi, intabarrati nei propri costumi tradizionali, non si danno per vinti e credono all'impresa. Il pubblico sarà però un prezioso alleato delle Stelle Nere. Lo si intuisce quando un boato disumano precede il fischio d’inizio dell’arbitro libico Youssef El Ghoul. Dopo un’iniziale fase di studio, al 38’ arriva la svolta: Afriye si infila in un buco lasciato dalla retroguardia ugandese, e con un morbido pallonetto castiga l’uscita scriteriata di Ssali. L’Uganda, vestita di un rosso fiammante, è in completa balia dei padroni da casa. Le Gru hanno le ali tarpate. Omondi si sbatte ma, lasciato troppo spesso isolato dai compagni, viene arginato senza molti affanni dai centrali ghanesi. Il sipario cala al 64’, quando ancora Opoku Afriye scatta in contropiede, non si fa ipnotizzare da Ssali e sigla la rete del raddoppio. E' il colpo di grazia. I minuti restanti si trasformeranno per l'Uganda in una lenta ed interminabile agonia.


Il Ghana è campione d’Africa per la terza volta nella sua storia. Le Gru, tuttavia, possono gonfiare il petto per aver raggiunto un tragurdo memorabile e impensabile alla vigilia del torneo. dispiegando le ali e volando in territori inesplorati.


Quelle Gru resteranno per sempre nel cuore degli ugandesi. Era l’Uganda timonata in panchina da Peter Okee e dal suo luogotenente Philip Omondi, spalleggiato da gente come Tom Lwanga, Jimmy Kirunda e Godfrey Kisitu. Due leader accomunati anche dalla sfortuna. 
Okee, prima di diventare allenatore delle Gru, fu costretto ad archiviare la carriera da giocatore a causa di due gravi infortuni: uno alle costole e l’altro alle ginocchia. Un condottiero dalla disciplina ferrea, e dai metodi singolari - faceva esercitare ossessivamente i suoi giocatori sulle rimesse laterali a lunga gittata - ma in possesso di un animo gentile come ricorda Peter Okech, suo capitanto ai tempi del Prison FC. “Fuori dal campo era un fantastico gentiluomo”. Secondo Jimmy Bakyayta Semugabi, ex compagno di nazionale, l'incrollabile determinazione unita alla voglia di affermarsi era la virtù migliore di cui era dotato: “ Non posso descrivere Okee come un grande talento, ma aveva un senso del lavoro talmente alto che bastava anche per il talento che non aveva”.  

Pochi mesi dopo quell’eccezionale risultato conseguito in coppa d’Africa scoppierà l’ineluttabile conflitto con la Tanzania. Gli ugandesi la chiameranno la Guerra di Liberazione, visto che porterà alla destituzione del sanguinario Amin Dada. Omondi lascerà la patria ed emigrerà in cerca di fortuna e di soldi negli Emirati Arabi Uniti, dove aprirà e chiuderà una parentesi dal 1979 all’1983. Anno in cui, mosso da saudade tornerà al KCC, dove contribuirà attivamente alla conquista di due scudetti ugandesi nel 1983 e nel 1985 e due Coppe Kakungulu nel 1984 e nel 1987. Assaggerà con alterne fortune anche la carriera d’allenatore prima di morire il 20 Aprile 1999 in seguito alle complicanze di una tubercolosi. Una triste fine per un calciatore di cui non possiamo apprezzare le qualità in video di repertorio o altre amenità simili, e le cui gesta sono custodite gelosamente nei cuori ovattati degli ugandesi. Roba da far invidia.


V. Lacerenza

Fonti:
monitor.co.ug

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