martedì 27 dicembre 2016

Il pallone con i pentagoni: intervista a Stefano Ravaglia

La cover del libro
Sfogliando le pagine del libro, affiora tutta la tua passione per questo sport, ed in particolare per il Milan e dei suoi leggendari protagonisti, anche quelli più datati. Quanto è stato faticoso e laborioso documentarsi in tal senso?

Per niente. In un capitolo del libro cito “Febbre a 90”, il celebre film tratto dal romanzo di Nick Hornby: 'Per diventare tifoso di calcio ci vogliono anni, ma se ti applichi entri a far parte di una grande famiglia'.
Ho capito cosa significa nella vita essere scelti. Noi non sempre scegliamo, a volte si è scelti. Non mi sono svegliato una mattina decidendo di documentarmi, la passione è la benzina di ogni conoscenza, se una cosa ti piace le sue sfaccettature ti entrano naturalmente nella testa. Poi di natura sono una persona che si chiede il 'perchè' delle cose, mi piace documentarmi su quello che non so quando posso.


Nel libro le storie di vita personali dell'autore s'intracciano alle vicende ed agli aneddoti che hanno segnato l'ultimo Ventennio di storia rossonera. C'è un ricordo a cui sei particolarmente legato?

Impossibile sceglierne uno. Non è vero che è facile essere tifosi di una grande squadra, i momenti di crisi e gli anni di magra capitano anche ai grandi club. Ma non è a una Coppa o a uno scudetto che voglio particolarmente legarmi. Il miei ricordi più belli sono due: quando per la prima volta ho avuto la possibilità di avvicinare e stringere la mano a Franco Baresi, che reputo il totem assoluto della nostra storia, nonostante siano molte le bandiere che hanno tenuto alti i colori rossoneri. Il secondo ricordo è più datato: una domenica di fine aprile sapevo che saremmo andati fuori città con mio padre, ma in famiglia non mi avevano svelato dove. Mi immaginai di tutto, tranne che la cosa più ovvia: Milano, San Siro, e Milan-Fiorentina. Era il 28 aprile del 1996, fu la mia prima volta alla Scala del calcio. Quando quella domenica mattina mi vennero mostrati i biglietti non potevo credere ai miei occhi. Fu comunque un giorno di festa, vincemmo il quindicesimo titolo, l'ultimo con Fabio Capello allenatore.

Hai girato mezza Europa al seguito del Milan, visitato gli stadi più incatevoli del Vecchio Continente, e soggiornato in alcune delle metropoli più affascinanti, ma una domanda sorge spontanea: che rapporto hai con la realtà locale? Essendo romagnolo, segui o hai seguito in passato le sorti di Ravenna e Cesena?
Beh, il Cesena preferisco di no! Il Ravenna l'ho seguito molto, in serie C e nei suoi anni migliori, dal 1996 al 2000 in B. Non rinnego nulla di quel passato, sono stati anni belli in cui a Ravenna venivano molte grosse tifoserie e si vivevano partite molto emozionanti. Ma sono sempre stato decisamente milanista. Di quegli anni intensi ricordo la semplicità del calcio la domenica pomeriggio e una media pubblico molto alta dovunque, insomma il bel calcio che oggi non c'è più. Purtroppo Ravenna è una città generalmente snob in molte cose e la cultura calcistica è praticamente inesistente. Ed è un peccato, quegli anni ruggenti davano lustro a tutta la città. Non si è mai stati in grado di trovare, dopo l'era Corvetta, un altro presidente appassionato che potesse rilanciare la squadra e riportare entusiasmo.

"Il pallone coi pentagoni" è sicuramente un titolo parecchio evocativo, che rimanda un po' alla nostra infanzia, a piccoli momenti di gioia familiare. E' risaputo che i bambini guardino agli adulti con ammirazione, come modelli da imitare e da cui assorbire nozioni e passioni. In tal senso, quanta importanza ha rivestito tuo padre, un altro sfegatato tifoso rossonero, nella tua "calciofilia", o se preferisci "milanologia"?

Non mi ha assolutamente mai forzato né obbligato ad appassionarmi di calcio. Diciamo che me l'ha buttata lì, un giorno, quando ero piccolo, portandomi in un parco dietro casa, vestendomi di una maglietta a righe rosse e nere (quella che appare sulla copertina), un paio di pantaloncini, e il famoso pallone con i pentagoni ai piedi. Da lì ho scelto il titolo del libro. Mi scattò una foto, la fece ingrandire, la portò a Milanello facendola firmare a tutti i giocatori dell'epoca e negli anni è stata sempre appesa ai muri di casa. Probabilmente non si aspettava tutto ciò che è venuto dopo! Lui mi ha avvicinato, ma io l'ho presa veramente in modo serio e costante questa passione, nonostante ciò non credo proprio se ne sia mai pentito! Di sicuro prima era lui che mi portava allo stadio, oggi sono io che gli do tutte le informazioni necessarie quando vuole tornarci!

Da quanto mi è parso di capire il processo d'idolatria di un fuoriclasse, venerato dai più per goal e assist, è una cosa che non ti appartiene: viene prima l'uomo e poi il calciatore. Ma se proprio dovresti fare uno sforzo, muovemendoti nell'affollatissimo gotha di campionissimi rossoneri (anche di nicchia), quale di questi eleggeresti come tuo beniamino prediletto?
Ho accennato a Franco Baresi, e ribadisco che scelgo assolutamente lui. Credo che insieme a Rivera, che per motivi anagrafici non ho vissuto, abbia rappresentato al meglio l'essenza di essere milanisti. Hanno entrambi incarnato l'umiltà e l'impegno del bravo “casciavitt”, e spesso ci hanno messo pubblicamente la faccia per difendere i colori della propria squadra, sino a farsi squalificare, come nel caso di Rivera che attaccò gli arbitri pubblicamente dopo un Cagliari-Milan. Oggi a nessuno interessa difendere la maglia, questi giocatori sono sempre più rari e credo che un domani molto prossimo non esisteranno più. In generale comunque ammiro i giocatori che lottano e parlano poco, li prendo naturalmente sotto la mia ala perchè sono sempre poco sponsorizzati forse proprio a causa della loro umiltà.

Chiudiamo con la stretta attualità. E' ormai imminente, anche se viene continuamente rinviato, il closing che certificherà il definitivo passaggio di consegne da Fininvest alla conglomerata cinese di cui, allo stato attuale, si conosce solamente il misconosciuto (ossimoro) frontman Yonghong Lì e poco altro. Cosa ne pensi dell'interminabile gestazione e delle lungaggini che hanno contraddistinto questa trattativa-telenovela, oggi peraltro ancora in itinere? Quali benefici potrà apportare secondo te il tanto ventilato cambio di proprietà: questo passaggio è davvero ineludile per rilanciare le ambizioni del Milan? Dulcis in fondo, vorrei anche una tua fotografia, magari sganciata da sentimentalismi di sorta, sulla gestione trentennale del presidente Berlusconi.

Parto dalla fotografia che mi hai chiesto. Troppo semplice anche qui ricordare scudetti e Coppe dei Campioni, anche se Barcellona '89 è stato certamente il momento di picco massimo probabilmente di tutta l'intera storia rossonera, per la cornice del Camp Nou pieno di 90.000 milanisti e perchè quel successo con lo Steaua fu il frutto maturo di una programmazione. Di Berlusconi piuttosto conservo una intervista, facilmente reperibile, datata 1986: elencava stagione per stagione i vari obiettivi, era appena arrivato al Milan e sosteneva che solo a partire dal terzo anno la squadra sarebbe stata competitiva. Si sbagliò: vincemmo già al secondo anno. Ecco, è questo che manca e che vorrei tanto vedere: un presidente appassionato che fa programmi e ha le idee chiare. Ci vorrebbe un altro 1986 ma oggi è impossibile trovare un imprenditore italiano che si assuma così tanti onori ma soprattutto oneri. Sui cinesi, sono sempre scettico, anche se è necessario un cambio di rotta. La mia preoccupazione non riguarda né il calciomercato né al closing, ma a chi comanderà. E' fondamentale avere una società coesa, è la base di tutte le vittorie, come dimostrano i più vincenti club d'Europa e come una volta avevamo anche noi. Se il club passa di mano, sono altri che devono comandare e deve esserci una successione di ruoli chiara e definita, senza ingerenze. Ho l'impressione che però la nuova proprietà voglia restare agganciata alla 'sottana' di quella vecchia, e così credo cambierebbe poco o niente, perchè a decidere sarebbero sempre gli stessi con in faccia una maschera cinese.

Vincenzo Lacerenza

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