martedì 17 gennaio 2017

Il volo più bello delle Gru: l'Uganda ad un passo dalla Coppa d'Africa

L'Uganda alla CAN 1978
La notte del 25 Gennaio 1971 è una notte dai lunghi coltelli. Colpi di mortaio squarciano le tenebre. I golpisti capeggiati da Idi Amin Dada entrano a Kampala. Stringono d’assedio le caserme, si impossessano dei nuclei del potere e fanno cadere il governo di Obote: obiettivo raggiunto.

E' la genesi dellala dittatura di Amin Dada. Inizialmente salutata con favore dalle potenze Occidentali,  specie per la deriva comunista assunta da quella precedente, passerà alla storia come una delle più cruente e sanguinarie di tutta la storia politica del Continente Nero. Appena insediatosi al potere Amin Dada inizia le repressioni e le persecuzioni nei confronti delle minoranze etniche. Ad entrare nel mirino dell’istrionico dittatore sono soprattutto le popolazioni nilotiche settentrionali: Amin teme infatti la superiorità numerica nell’esercito degli acholi e dei langi. Ne ordina l’eliminazione, cosi come chiede l’allontanamento dal paese degli asiatici, a sua detta troppo ingerenti nelle questioni economiche.

Lo chiamano Big Daddy, per via della sua statuaria imponenza fisica. Evidentemente però un solo soprannome non basta per appagare il suo ego smisurato. Conia allora lui stesso l’appellativo con cui ama essere identificato e adorato: “Sua Eccellenza il presidente a vita, feldmaresciallo Al Hadji dottor Idi Amin, VC, DSO, MC, signore di tutte le bestie della Terra e dei pesci del mare, e conquistatore dell’impero britannico in Africa in generale e in Uganda in particolare“. Tra una strizzatina d'occhio al colonnello Gheddafi, ed un’altra agli indipendentisti scozzesi, Big Daddy deve guardarsi le spalle dai sostenitori lealisti ad Otobe e da Otobe stesso, ospitato nel frattempo dalla Tanzania: il leader spodestato sta tramando il controgolpe. Inevitabilmente, l’appoggio offerto del presidente tanzaniano Julius Nyerere contribuisce ad inasprire le tensioni ed ad innalzare una cortina di ferro tra i due paesi. Venti di guerra iniziano a spirare in Africa Orientale. Il conflitto appare inevitabile. Purtroppo, lo sarà.

Nel 1978 l’Uganda è un paese sull’orlo di un conflitto fratricida con la Tanzania, funestata dal potere bulimico del suo dittatore e attraversata da tensioni e contraddizioni di ogni genere. Quell'anno è in programma anche la Coppa d’Africa. Dopo due eliminazioni consecutive al primo turno, le Gru, soprannome con quale sono conosciuti i calciatori ugandesi, hanno tutta l'intenzione di fare bella figura, contribuendo a regalare una piccola gioia in un momento delicato e drammatico come quello.


La selezione di Peter Okee si qualifica superando l’Etiopia nel secondo turno con un 2-1 tra le mura amiche, dopo un pareggio a reti inviolate ad Addis Abeba. La manifestazione ospitata dal Ghana prende il via il 5 Marzo 1978 con la vittoria della selezione di casa sullo Zambia. Una vittoria di misura per 2-1. Sofferta oltre le aspettative, ma importante per lanciare un messaggio alla concorrenza. Dopo i due allori consecutivi del 1963 e del 1965, e le due piazze d’onore ottenute nel 1968 e nel 1970, le Black Stars hanno disertato l’appuntamento con la massima competizione calcistica africana per ben tre edizioni consecutive. Una ferita troppo grande per una delle scuole calcistiche egemoni dell’universo africano. Da rimarginare alzando il trofeo sotto le stelle nere di Accra.

Tra le rivali più accreditate ci sono il Marocco, campione uscente e la sempreverde Nigeria. La Costa d’Avorio e il Mali poi nemmeno vi partecipano: entrambe le formazioni vengono squalificate per irregolarità commesse nei precedenti turni di qualificazione. Una sliding door in cui si infila di prepotenza la selezione dell’Alto Volta, l’odierna Burkina Faso. Il destino riserva all’Uganda il gruppo B. La compagnia è gradevole, ma da non sottovalutare: sistemate nello stesso girone ci sono la Tunisia, il Congo-Brazzaville, ma soprattutto il Marocco detentore del trofeo.

Le Gru iniziano il loro cammino a Kumasi. Nella Garden City, gli uomini di Okee si impongono con un perentorio 3-1 sul Congo-Brazzaville. Segnano Omondi, Semwanga e Kisitu. Philip Omondi è la guida tecnica, carismatica e quasi spirituale delle Cranes. Dotato di un innato fiuto del goal, il suo ex allenatore David Otti lo ricorda così: “Nessun ugandese potra mai eguagliarlo, poteva cambiare la partita in una frazione di secondo. Non ho mai visto un giocatore come lui“. Otti non era un semplice allenatore. Era un padre putativo, un mentore. Quando nel 1973 il diffidente Robert Kiberu sbarra le porte della nazionale bugandese ad “Omo”, lui è l’unico a non nutrire dubbi sul talento del ragazzo, spalancandogli le braccia: “Aveva un talento unico, me ne sono accorto quando mi allenavo con lui in campo”.

Strappato al pugilato, via indicatagli dal suo amico Shadtack Odhiambo, ex boxeur professionista, il giovane Omondi si avvicina al calcio in maniera del tutto casuale. Nel 1969 si ritrova a palleggiare per diletto di fronte all’ostello Lugogo, lo stesso dove la nazionale ugandese alloggia in vista della CECAFA Cup in programma quell’anno. Le spiccate abilità da giocoliere e la rara sensibilità che emtte in mostra attirano l’attenzione del tecnico Burkhard Pepe, e del team manager Andrew Wassaka, fino a spingerli ad assoldare l’imberbe Philip come raccattapalle. E’ la scintilla: l’anno successivo entra nel settore giovanile del Naguru. Poi passa al Fiat Fc dove rimane fino al 1973, quando il suo talento cristallino non sfugge all’occhio temprato di Bidandi Ssali, coach del Kampala City Council FC, una delle più blasonate compagini del paese.

Arrivato nella capitale a sedici anni insieme al compagno Tom Lwanga, vi rimarrà fino al 1979. Non mancheranno gli allori, come i due titoli ugandesi consecutivi conquistati nel 1976 e nel 1977. La carriera di Omondi rischia però di interrompersi bruscamente nel 1976, quando, a seguito di una violenta collisione col portiere del Kilembe, Kikomeko, riporta la peggio, rischiando persino la vita: il  pancreas è spappolato.
Omondi in azione
La situazione è drammatica. Si teme per la sua vita. Il parere degli esperti non lascia speranze: se sopravviverà sicuramente non potrà più tirare a calci un pallone. Il destino non ha però fatto i conti con la scorza ruvida dell’ugandese. Philip è tenace, si allena, e dopo tre interventi chirurgici è pronto a fare ritorno sul rettangolo verde. E’ il 22 Giugno 1977, il KCC sfida il NIC, ma per tutti è il giorno della resurrezione di Omo. Uno come Omondi però non può limitarsi alla sola presenza. Fa le cose in grande: segna uno dei tre goal con la quale la compagine capitolina condanna alla sconfitta il NIC. E’ la rinascita. Ad un anno dalla Coppa d’Africa, competizione in cui finora ha deluso, Omondi è pronto a disputare un torneo da protagonista. Andrà oltre le più rosee aspettative.

Dopo l’esordio contro il Congo-Brazzaville bagnato dal goal, le Gru incappano nella rovinosa sconfitta contro la Tunisia: finisce 3-1, e la rete di Musenze serve soltanto a mitigare il passivo reso pesante dalla reti di Labidi e dalla doppietta di Ben Aziza. La sconfitta può essere fatale, ma la fiammella della speranza non ha ancora smesso di crepitare. Nell’ultima partita del girone occorre la vittoria. Nient’altro che la vittoria. Solo e soltanto la vittoria. L’ostacolo da superare è il più alto: il Marocco campione in carica. Serve una grande Uganda. Occorre il miglior Omondi. Davanti ai ventimila cuori dello Stadio Comunale di Kumasi, le Gru annichiliscono i Leoni d’Atlante con un 3-0 che non ammette repliche. Oltre alle reti di Godfrey Kisitu e Nsereko non può mancare la prezzemolina marcatura di Philip. Perché come afferma il noto giornalista ugandese Hassan Badru Zziwa “Per Omondi segnare è più naturale di respirare”.


In semifinale ad attendere le Gru c’è la sempre temibile Nigeria. Le Super Aquile sono reduci dal terzo posto ottenuto nell’edizione precedent, e tra le proprie file annoverano giocatori di buona levatura tecnica come Martin Eyo e Adoki Amesiemaka. L’Uganda non sembra avvertire eccessivamente l’emozione e all’11’ rompe il ghiaccio, passando sorprendentemente in vantaggio con Nasur. Nella ripresa la Nigeria corre ai ripari, inserendo Eyo al posto di un'impalpabile Cristopher Ogu. La scelta paga i suoi dividendi al 54’, quando il neoentrato infila Ssali e riporta in equilibrio le sorti dell’incontro. Tutto da rifare per le Gru. Nessun problema, ci pensa Omondi. Riceve un preciso filtrante da Kisitu, ondeggia col pallone, dribbla tre difensori avversari, e dopo un paio di finte fulmina l’impotente Okala, regalando il nuovo vantaggio alle Gru. Tom Lwanga, arcigno difensore di quella selezione, fotografa il momento e con la memoria ripercorre quella scena storica: “Tutti guardiamo. Omondi finta il tiro e Okala cade a terra goffamente. Non è finita. Okala si ridesta, ma Omondi lo sbeffeggia con una seconda finta. Poi una terza, con Okala che si tuffa nella direzione sbagliata, lasciando ad Omondi la porta spalancata per segnare”. L’Uganda è in finale. Si parte per Accrà, dove ad attendere le Gru c’è la selezione di casa trionfante nell’altra semifinale a scapito della Tunisia. Il Ghana è pronto a festeggiare.

E’ il 16 Marzo 1978. Un clima di festa accoglie le due squadre all’Accrà Sport Stadium. Tra le ali di folla festante si scorgono anche  parecchi kanzu: i supporter ugandesi, intabarrati nei propri costumi tradizionali, non si danno per vinti e credono all'impresa. Il pubblico sarà però un prezioso alleato delle Stelle Nere. Lo si intuisce quando un boato disumano precede il fischio d’inizio dell’arbitro libico Youssef El Ghoul. Dopo un’iniziale fase di studio, al 38’ arriva la svolta: Afriye si infila in un buco lasciato dalla retroguardia ugandese, e con un morbido pallonetto castiga l’uscita scriteriata di Ssali. L’Uganda, vestita di un rosso fiammante, è in completa balia dei padroni da casa. Le Gru hanno le ali tarpate. Omondi si sbatte ma, lasciato troppo spesso isolato dai compagni, viene arginato senza molti affanni dai centrali ghanesi. Il sipario cala al 64’, quando ancora Opoku Afriye scatta in contropiede, non si fa ipnotizzare da Ssali e sigla la rete del raddoppio. E' il colpo di grazia. I minuti restanti si trasformeranno per l'Uganda in una lenta ed interminabile agonia.


Il Ghana è campione d’Africa per la terza volta nella sua storia. Le Gru, tuttavia, possono gonfiare il petto per aver raggiunto un tragurdo memorabile e impensabile alla vigilia del torneo. dispiegando le ali e volando in territori inesplorati.


Quelle Gru resteranno per sempre nel cuore degli ugandesi. Era l’Uganda timonata in panchina da Peter Okee e dal suo luogotenente Philip Omondi, spalleggiato da gente come Tom Lwanga, Jimmy Kirunda e Godfrey Kisitu. Due leader accomunati anche dalla sfortuna. 
Okee, prima di diventare allenatore delle Gru, fu costretto ad archiviare la carriera da giocatore a causa di due gravi infortuni: uno alle costole e l’altro alle ginocchia. Un condottiero dalla disciplina ferrea, e dai metodi singolari - faceva esercitare ossessivamente i suoi giocatori sulle rimesse laterali a lunga gittata - ma in possesso di un animo gentile come ricorda Peter Okech, suo capitanto ai tempi del Prison FC. “Fuori dal campo era un fantastico gentiluomo”. Secondo Jimmy Bakyayta Semugabi, ex compagno di nazionale, l'incrollabile determinazione unita alla voglia di affermarsi era la virtù migliore di cui era dotato: “ Non posso descrivere Okee come un grande talento, ma aveva un senso del lavoro talmente alto che bastava anche per il talento che non aveva”.  

Pochi mesi dopo quell’eccezionale risultato conseguito in coppa d’Africa scoppierà l’ineluttabile conflitto con la Tanzania. Gli ugandesi la chiameranno la Guerra di Liberazione, visto che porterà alla destituzione del sanguinario Amin Dada. Omondi lascerà la patria ed emigrerà in cerca di fortuna e di soldi negli Emirati Arabi Uniti, dove aprirà e chiuderà una parentesi dal 1979 all’1983. Anno in cui, mosso da saudade tornerà al KCC, dove contribuirà attivamente alla conquista di due scudetti ugandesi nel 1983 e nel 1985 e due Coppe Kakungulu nel 1984 e nel 1987. Assaggerà con alterne fortune anche la carriera d’allenatore prima di morire il 20 Aprile 1999 in seguito alle complicanze di una tubercolosi. Una triste fine per un calciatore di cui non possiamo apprezzare le qualità in video di repertorio o altre amenità simili, e le cui gesta sono custodite gelosamente nei cuori ovattati degli ugandesi. Roba da far invidia.


V. Lacerenza

Fonti:
monitor.co.ug

lunedì 16 gennaio 2017

La maledizione del Cartaginés

"La Nación" celebra l'ultimo titolo del Cartagines
Al vecchio Estadio Nacional di La Sabana, a San Josè, il giorno di Capodanno del 1941 Cartagines ed Herediano stanno danno vita ad un duello tanto scoppiettante quanto rusticano: in palio c’è il titolo costaricense. La gara è stata avvincente, ha partorito sei reti, equamente distribuite, e il pubblico restituisce l’impressione di essersi sinceramente divertito. Il punteggio fatica a schiodarsi dal 3-3, quando, dopo un’entrata particolarmente ruvida, la colonnina della tensione si impenna vertiginosamente, gli animi si surriscaldano e scoppia la gazzarra con i calciatori che vengono pericolosamente a contatto. E’ un regolamento di conti in piena regola. Il clima è incandescente. In tutto quel marasma, il direttore di gara Tenorio si barcamena nel tentativo di ripristinare l’ordine perduto, ma alla fine anche lui deve sventolare bandiera bianca: l’azzuffata ha la meglio. 

Anche se mancano una manciata di minuti alla naturale conclusione della partita, Tenorio ne viene a capo in modo autoritario, prendendo una decisione tanto drastica quanto inevitabile: rinvia l’incontro a data da destinarsi. La Federazione, presieduta da Manuel Rodríguez, sceglie di farla recuperare la mattina del 12 Gennaio. Ma nè Herediano, nè Cartagines sono disposte a scendere in campo appena svegli, e presentano una mozione all’organo supremo dove chiedono esplicitamente di poter incrociare i tacchetti al pomeriggio: superate le remore iniziali, la Federazione fa retromarcia e asseconda le richieste dei club.
Si gioca alle tre de la tarde, e sugli spalti de La Sabana, oltre agli ottomila aficionados, ci sono notabili e alti papaveri della politica e del calcio costaricense. Neanche l’allora Presidente della Repubblica, Rafael Ángel Calderón Guardia, vuole perdersi lo spettacolo e, accompagnato dal Ministro dello Sviluppo Alfredo Volio Mata, prende posto nello spicchio di tribuna riservato alle autorità. Non se ne pentirà.
Lo spettacolo è di quelli da leccarsi i baffi. Al termine della prima frazione l’Herediano conduce per tre reti ad una e ha già lanciato una rilevante ipoteca sull’esito finale. I Florenses sono passati in vantaggio con una rete di Dulio Dobles, hanno raddoppiato grazie ad un sigillo di “Neco Varela, e quando sono stati trafitti da una zuccata di Cabalceta, venendo minacciosamente avvicinati dall’equipo brumoso, hanno dato prova di una resilienza fuori dal comune, rialzandosi imemdiatamente e rispondendo al colpo appena incassato con un altro altrettanto letale, e sempre di testa, inferto da “ManoloZamora. Come se non bastasse, le cose per il Cartagines, poi, sembrano andare definitivamente a rotoli quando Enrique Madriz, infortunato, è costretto ad abbandonare il terreno di gioco, lasciando i compagni in infieriorità numerica e in totale balia dei giallorossi di Heredia: le sostituzioni non sono ancora contemplate dal regolamento.

La situazione è disperata, ma los brumosos hanno ancora una carta a cui aggrapparsi. L’asso nella manica si chiama Josè Rafael Meza, ha appena vent’anni, ma è già considerato il nuovo astro nascente del futbol costaricense. Il ragazzo prodigio, che possiede anche un secondo cognome, Ivancovich, che ne tradisce le origini croate, è un campione di precocità. A cinque anni già sgambetta in Plaza Iglesias, poi trascorre l’adolescenza tra le fila del Ciclon Negros, prima di approdare ancora imberbe nella Vieja Metropoli: la per tutti diventa semplicemente “Fello“.
Josè "Fello" Meza
Coi brumosos brucia le tappe, e a diciassette anni, nel 1937, debutta in una gara di campionato proprio con l’Herediano, per poi esplodere in tutto il suo abbagliante fulgore tre anni più tardi. Nel 1940 a Cartago sbarca il carismatico Raul Pacheco, e “Fello” viene spostato in avanti, a ridosso dell’area di rigore: è la base tattica dell’exploit. Fino a quel momento ha realizzato dieci reti, è già il capocannoniere del torneo, ed è stato l’assoluto trascinatore dell’equipo brumoso nonostante un infortunio piuttosto debilitante gli abbia fatto perdere gran parte della stagione. E’ lui, in piena burrasca, a caricarsi metaforicamente i compagni sulle spalle, e a suonare la carica, prima accorciando le distanze, e poi trovando la stoccata del pareggio ad un quarto d’ora dalla fine.

Trascorrono tre minuti, e questa volta “Fellosi defila, lasciando ad Hernan Cabalceta l’onore di scrivere il lieto fine in fondo alla favola, siglando il goal dell’incredibile 4-3 che regala un titolo fantasmagorico al Cartagines. Una partita del genere non avrebbe potuto avere epilogo più suggestivo di questo. 

Al triplice fischio di Julio Güell si scatena l’apoteosi. Tornata nella Vieja Metropoli, la carovana brumosa ha voglia di festeggiare e fare baldoria per celebrare al meglio la conquista del terzo titolo della propria storia dopo quelli del 1923 e del 1936
.
Situata alle pendici del vulcano Irazù, e a venticinque chilometri di distanza dalla capitale, Cartago è una citta ricca di storia, fascino e tradizioni. E’ Stata la prima capitale del Paese, e possiede un’anima profondamente cattolica, come testimoniano le innumerevoli chiese disseminate nella sua municipalità. E’ in una di queste, la Basilica de “La Negrita”, che, dopo esser stata ricevuta in città con tutti gli onori del casa – addirittura  tra gli squilli di tromba di una fanfara – una parte della comitiva decide di fare una capatina.
Monsignor Claudio María Volio Jiménez , che è il custode del santuario, in quel momento sta officiando messa. Sta intonando un Te Deum, quando il portone della chiesa si spalanca e fanno il loro dissacrante ingresso i calciatori del Cartagines, molti persino ubriachi: altri addirittura danno irrispettosamente le spalle all’arcivescovo. E’ qui che i fili della storia si vanno ad intrecciare con quelli inafferrabili, ma dannatamente seducenti della leggenda, fondendosi in una matassa inestricabile. Secondo una storiella che circola nel paese caraibico, a questo punto il prelato, infastidito dall’atteggiamento impertinente ed oltraggioso tenuto dai calciatori, interrompe la cerimonia e lancia un esoterico anatema all’indirizzo del Cartagines: i brumosos non vinceranno più il titolo fino a quando non saranno passati a miglior vita tutti gli autori di quel sacrilegio.
Ebbene l’ultimo dei protagonisti di quella memorabile campagna è deceduto nel 2012, ma l’affezionata l’hinchada brumosa, assistita da una fede incrollabile, sta ancora attendendo impazientemente la conquista di un titolo che manca ormai da settantasei lunghi anni, e solo sfiorato nel 2013. Magari era davvero solo una leggenda metropolitana, come le tante che proliferano da quelle parti, forgiandosi nel passaparola della gente che ne contribuisce incosapevolmente ad alimentarne il mito. Ma non ditelo al popolo brumoso, che, a sortilegio teoricamente esaurito, sta sperando di tornare a gioire prima o poi. Meglio prima.

Vincenzo Lacerenza 

Fonti:
historiasdelfutboltico.wordpress.com
martiperarnaum.com
nacion.com
bbc.com
deportes.terra.com
aldia.cr
unafut.com 

martedì 27 dicembre 2016

Il pallone con i pentagoni: intervista a Stefano Ravaglia

La cover del libro
Sfogliando le pagine del libro, affiora tutta la tua passione per questo sport, ed in particolare per il Milan e dei suoi leggendari protagonisti, anche quelli più datati. Quanto è stato faticoso e laborioso documentarsi in tal senso?

Per niente. In un capitolo del libro cito “Febbre a 90”, il celebre film tratto dal romanzo di Nick Hornby: 'Per diventare tifoso di calcio ci vogliono anni, ma se ti applichi entri a far parte di una grande famiglia'.
Ho capito cosa significa nella vita essere scelti. Noi non sempre scegliamo, a volte si è scelti. Non mi sono svegliato una mattina decidendo di documentarmi, la passione è la benzina di ogni conoscenza, se una cosa ti piace le sue sfaccettature ti entrano naturalmente nella testa. Poi di natura sono una persona che si chiede il 'perchè' delle cose, mi piace documentarmi su quello che non so quando posso.


Nel libro le storie di vita personali dell'autore s'intracciano alle vicende ed agli aneddoti che hanno segnato l'ultimo Ventennio di storia rossonera. C'è un ricordo a cui sei particolarmente legato?

Impossibile sceglierne uno. Non è vero che è facile essere tifosi di una grande squadra, i momenti di crisi e gli anni di magra capitano anche ai grandi club. Ma non è a una Coppa o a uno scudetto che voglio particolarmente legarmi. Il miei ricordi più belli sono due: quando per la prima volta ho avuto la possibilità di avvicinare e stringere la mano a Franco Baresi, che reputo il totem assoluto della nostra storia, nonostante siano molte le bandiere che hanno tenuto alti i colori rossoneri. Il secondo ricordo è più datato: una domenica di fine aprile sapevo che saremmo andati fuori città con mio padre, ma in famiglia non mi avevano svelato dove. Mi immaginai di tutto, tranne che la cosa più ovvia: Milano, San Siro, e Milan-Fiorentina. Era il 28 aprile del 1996, fu la mia prima volta alla Scala del calcio. Quando quella domenica mattina mi vennero mostrati i biglietti non potevo credere ai miei occhi. Fu comunque un giorno di festa, vincemmo il quindicesimo titolo, l'ultimo con Fabio Capello allenatore.

Hai girato mezza Europa al seguito del Milan, visitato gli stadi più incatevoli del Vecchio Continente, e soggiornato in alcune delle metropoli più affascinanti, ma una domanda sorge spontanea: che rapporto hai con la realtà locale? Essendo romagnolo, segui o hai seguito in passato le sorti di Ravenna e Cesena?
Beh, il Cesena preferisco di no! Il Ravenna l'ho seguito molto, in serie C e nei suoi anni migliori, dal 1996 al 2000 in B. Non rinnego nulla di quel passato, sono stati anni belli in cui a Ravenna venivano molte grosse tifoserie e si vivevano partite molto emozionanti. Ma sono sempre stato decisamente milanista. Di quegli anni intensi ricordo la semplicità del calcio la domenica pomeriggio e una media pubblico molto alta dovunque, insomma il bel calcio che oggi non c'è più. Purtroppo Ravenna è una città generalmente snob in molte cose e la cultura calcistica è praticamente inesistente. Ed è un peccato, quegli anni ruggenti davano lustro a tutta la città. Non si è mai stati in grado di trovare, dopo l'era Corvetta, un altro presidente appassionato che potesse rilanciare la squadra e riportare entusiasmo.

"Il pallone coi pentagoni" è sicuramente un titolo parecchio evocativo, che rimanda un po' alla nostra infanzia, a piccoli momenti di gioia familiare. E' risaputo che i bambini guardino agli adulti con ammirazione, come modelli da imitare e da cui assorbire nozioni e passioni. In tal senso, quanta importanza ha rivestito tuo padre, un altro sfegatato tifoso rossonero, nella tua "calciofilia", o se preferisci "milanologia"?

Non mi ha assolutamente mai forzato né obbligato ad appassionarmi di calcio. Diciamo che me l'ha buttata lì, un giorno, quando ero piccolo, portandomi in un parco dietro casa, vestendomi di una maglietta a righe rosse e nere (quella che appare sulla copertina), un paio di pantaloncini, e il famoso pallone con i pentagoni ai piedi. Da lì ho scelto il titolo del libro. Mi scattò una foto, la fece ingrandire, la portò a Milanello facendola firmare a tutti i giocatori dell'epoca e negli anni è stata sempre appesa ai muri di casa. Probabilmente non si aspettava tutto ciò che è venuto dopo! Lui mi ha avvicinato, ma io l'ho presa veramente in modo serio e costante questa passione, nonostante ciò non credo proprio se ne sia mai pentito! Di sicuro prima era lui che mi portava allo stadio, oggi sono io che gli do tutte le informazioni necessarie quando vuole tornarci!

Da quanto mi è parso di capire il processo d'idolatria di un fuoriclasse, venerato dai più per goal e assist, è una cosa che non ti appartiene: viene prima l'uomo e poi il calciatore. Ma se proprio dovresti fare uno sforzo, muovemendoti nell'affollatissimo gotha di campionissimi rossoneri (anche di nicchia), quale di questi eleggeresti come tuo beniamino prediletto?
Ho accennato a Franco Baresi, e ribadisco che scelgo assolutamente lui. Credo che insieme a Rivera, che per motivi anagrafici non ho vissuto, abbia rappresentato al meglio l'essenza di essere milanisti. Hanno entrambi incarnato l'umiltà e l'impegno del bravo “casciavitt”, e spesso ci hanno messo pubblicamente la faccia per difendere i colori della propria squadra, sino a farsi squalificare, come nel caso di Rivera che attaccò gli arbitri pubblicamente dopo un Cagliari-Milan. Oggi a nessuno interessa difendere la maglia, questi giocatori sono sempre più rari e credo che un domani molto prossimo non esisteranno più. In generale comunque ammiro i giocatori che lottano e parlano poco, li prendo naturalmente sotto la mia ala perchè sono sempre poco sponsorizzati forse proprio a causa della loro umiltà.

Chiudiamo con la stretta attualità. E' ormai imminente, anche se viene continuamente rinviato, il closing che certificherà il definitivo passaggio di consegne da Fininvest alla conglomerata cinese di cui, allo stato attuale, si conosce solamente il misconosciuto (ossimoro) frontman Yonghong Lì e poco altro. Cosa ne pensi dell'interminabile gestazione e delle lungaggini che hanno contraddistinto questa trattativa-telenovela, oggi peraltro ancora in itinere? Quali benefici potrà apportare secondo te il tanto ventilato cambio di proprietà: questo passaggio è davvero ineludile per rilanciare le ambizioni del Milan? Dulcis in fondo, vorrei anche una tua fotografia, magari sganciata da sentimentalismi di sorta, sulla gestione trentennale del presidente Berlusconi.

Parto dalla fotografia che mi hai chiesto. Troppo semplice anche qui ricordare scudetti e Coppe dei Campioni, anche se Barcellona '89 è stato certamente il momento di picco massimo probabilmente di tutta l'intera storia rossonera, per la cornice del Camp Nou pieno di 90.000 milanisti e perchè quel successo con lo Steaua fu il frutto maturo di una programmazione. Di Berlusconi piuttosto conservo una intervista, facilmente reperibile, datata 1986: elencava stagione per stagione i vari obiettivi, era appena arrivato al Milan e sosteneva che solo a partire dal terzo anno la squadra sarebbe stata competitiva. Si sbagliò: vincemmo già al secondo anno. Ecco, è questo che manca e che vorrei tanto vedere: un presidente appassionato che fa programmi e ha le idee chiare. Ci vorrebbe un altro 1986 ma oggi è impossibile trovare un imprenditore italiano che si assuma così tanti onori ma soprattutto oneri. Sui cinesi, sono sempre scettico, anche se è necessario un cambio di rotta. La mia preoccupazione non riguarda né il calciomercato né al closing, ma a chi comanderà. E' fondamentale avere una società coesa, è la base di tutte le vittorie, come dimostrano i più vincenti club d'Europa e come una volta avevamo anche noi. Se il club passa di mano, sono altri che devono comandare e deve esserci una successione di ruoli chiara e definita, senza ingerenze. Ho l'impressione che però la nuova proprietà voglia restare agganciata alla 'sottana' di quella vecchia, e così credo cambierebbe poco o niente, perchè a decidere sarebbero sempre gli stessi con in faccia una maschera cinese.

Vincenzo Lacerenza

domenica 18 dicembre 2016

Lezioni di Epic...A: Milan - Atalanta, la partita con più gol di sempre della serie A

Il tabellone di San Siro
Milan - Atalanta è la singola partita del massimo campionato col maggior numero di reti segnate. Stiamo parlando dell’incontro del 15 ottobre del 1972 finito con l’incredibile punteggio di 9 - 3. Le 12 segnature finali sono tuttora un primato imbattuto e, sostanzialmente, un’anomalia nel calcio italiano, così spesso schiavo di tatticismi e difensivismi esasperati. Già all’epoca la stampa aveva cercato una spiegazione logica, tecnico-tattica a quel folle risultato. Si dette la colpa alla troppa spregiudicatezza dell’Atalanta, andata a giocarsi la partita a viso aperto sul terreno del ben più quotato Milan. Si tirò anche in ballo la marcatura sbagliata su Gianni Rivera, che in quell’incontro fece faville e realizzò una doppietta. La verità è che un risultato così rotondo sfugge a qualsiasi spiegazione razionale, tanto più se si considera che i rosso-neri di Nereo Rocco (unanimemente considerato catenacciaro) veniva dal 4-0 al Palermo alla prima giornata, ma anche dallo scialbo 0-0 di Terni della domenica precedente, mentre la truppa di Giulio Corsini manteneva l’inviolabilità della propria porta da ben sette incontri (considerando amichevoli, Coppa Italia e campionato). 

Persino il tabellone elettronico di San Siro, ad un certo punto, non riusciva a tenere il conto dei gol che cadevano a grappoli, stando alla testimonianza di Giorgio Gandolfi su La Stampa. Eppure il primo quarto d’ora aveva visto una buona Atalanta, superiore ai padroni di casa per possesso palla e gioco. Tuttavia, al 15’, Pierino Prati dava il via alla sagra del gol e, alla mezz’ora, Alberto Bigon faceva 2-0 di testa da due passi.
Il gol di Prati
Tre minuti e gli orobici riapriva illusoriamente, il match: traversone di Gian Piero Ghio e perfetta incornata di Bruno Divina per il 2-1. Il Milan però, ogniqualvolta entra in area, va a segno. Minuto 35: scambio Chiarugi-Rivera e quest’ultimo batte per la terza volta Pietro Pianta in uscita. Il poker si fa attendere solo 5’: ancora Luciano Chiarugi assist-man, con un pregevole tacco, per la conclusione vincente di Romeo Benetti. Dopo i primi 45’ gli spettatori possono già essere soddisfatti delle cinque reti viste, ma nessuno può immaginarsi cos’ha in serbo la ripresa.

Al 6’ Chiarugi si regala la gioia della realizzazione personale superando Pianta con un preciso piattone mancino. Il numero 11 rosso-nero è scatenato e dopo un minuto scodella a Rivera il pallone del 6-1. Ogni schema è saltato: altri 120 secondi, punizione di Giovanni Pirola per la testa di Ghio che accorcia le distanze.
La rete di Chiarugi
Medesimo copione, interpreti diversi al 10’: Rivera pennella per la testa di Prati che riporta il Diavolo a più cinque. Corsini pone fine all’agonia del proprio portiere (intervistato dirà che tremava come una foglia) ed inserisce il giovane Marcello Grassi. Anche il nuovo estremo difensore non sfugge alla furia degli avanti milanesi e, al 19’, capitola sul tiro ravvicinato di Bigon. A sei dal termine l’Atalanta si toglie la magra soddisfazione di realizzare il terzo centro al Meazza: autore Alberto Carelli con un preciso rasoterra. Immediata la replica di Prati che si regala la tripletta con una punizione dal limite. 9-3, il pubblico grida: «Dieci! Dieci!», ma il direttore di gara, il signor Giunti, ritiene che sia già abbastanza e decreta la fine dell’impensabile goleada. Eppure il decimo sigillo rosso-nero ci sarebbe pure stato, con un gran gol di Rivera, annullato però per un dubbio fuorigioco. Un record di reti tuttora imbattuto e, molto plausibilmente, imbattibile.


Roberto Pivato

mercoledì 23 novembre 2016

L'uragano Donelli e il primo Messico-USA nella Roma fascista

                                             
La nazionale USA appena sbarcata in Italia
Ritardatari - Nel bel mezzo della Grande Depressione, e alla vigilia della Coppa del Mondo del '34, la U.S.F. A, piuttosto in bolletta, si trova a fronteggiare una condizione di particolare ristrettezza economica. La situazione è delicata. Non avendo piena conoscenza delle risorse a disposizione, la federazione statunitense prende tempo, e tergiversa, finendo per iscrivere la nazionale alle qualificazioni iridate fuori tempo massimo. La FIFA comprende l'eccezionalità dello scenario, si mette una mano sul cuore, e chiude un occhio, scendendo a compromessi con le esigenze degli statunitensi: il patto prevede la disputa di uno spareggio con la trionfatrice della zona mesoamericana. Nel frattempo, infatti, mentre gli gli USA si affannano nel far accogliere la propria istanza di partecipazione, il Messico ha travolto Cuba in tre gare senza storia, concludendo la serie con un lapidario ed eloquente 12-3 complessivo. Tre giorni prima dell'inaugurazione ufficiale del mondiale italiano, dunque, in una sfida che si preannuncia al calor bianco, sarà la Tricolor a contendere agli Stati Uniti l'ultimo, agognato biglietto iridato disponibile: le due selezioni, come stabilito dai vertici FIFA, si affronteranno, curiosamente, allo Stadio Nazionale del Partito Fascista di Roma. La cosa non deve preoccupare più di tanto i messicani che, in uno slancio d'orgoglio misto a spacconeria, convinti di fare molta strada nel torneo, programmano la rimpatriata per il mese successivo.

                                                  
Philadelphian - Anche se devono fare i conti con tutte le conseguenze che l'iscrizione tardiva comporta, tra cui quella di avere meno minuti nelle gambe rispetto agli avversari, gli USA fanno di tutto per non farsi cogliere impreparati al grande appuntamento in terra italiana. L'arduo compito di monitorare giocatori di tutto il paese, assemblare una squadra, e mettere a punto le strategia più redditizia in vista della gara col Messico, e farlo nel più breve tempo possibile, spetta a tre uomini di Philadelphia. Elman Schroeder, fresco presidente federale, ha nominato allenatore il fido David Gould, un immigrato scozzese conosciuto sui campi della University of Pennsylvania, che da giocatore ha brillato tra le fila del John Manz, team con cui ha vinto anche un'American Cup nel lontano 1897: completa la flotta di "philadelphian"il preparatore atletico Raymond Gadsby, a cui spetta il delicato e fondamentale compito di tirare a lucido i prescelti, calibrando la preparazione in modo tale da raggiungere l'apice della vivacità atletica proprio durante la trasferta italiana.

Diffidenza e gelosia - Non avendo l'opportunità di disputare incontri ufficiali viene frettolosamente organizzata, con il supporto di franchigie locali, tutta una serie di test match allo scopo di mantenere alta la soglia di concentrazione della truppa: le gare, poi, costituiscono anche l'occasione per plasmare il gruppo, scremarlo, o rintuzzarlo, a seconda delle indicazioni, più o meno positive, ricevute.
Un allenamento degli yankees al Testaccio
Il primo ed il terzo incontro vanno in scena a Philadelphia, ed in entrambe le occasioni lo U.S Team prevale in maniera piuttosto netta. La nazionale USA inizia col botto, asfaltando 8-0 prima una selezione "all star della Pennsylvania", e poi conclude il tour preparatorio liquidando 2-0 una combriccola di calciatori proveniente dalla parte orientale dello stesso Stato: nel mezzo gli yankees vengono presi a scoppole a New Ark dal leggendario Archie Stark, stella della selezione di "A.S.L all star" e capocannoniere dell'ultimo torneo patrio autoescluosi dalla spedizione italiana per motivi di lavoro.


Tra i diciannove calciatori eletti dopo lunghe consultazioni dal Foreign Relations Committee, che il 5 Maggio salpano alla volta dell'Italia, ci sono solo quattro veterani della spedizione iridata di quattro anni prima. George Moorehouse, Thomas Florie, Jimmy Gallagher, e Billy Goncalves, guidano la pattuglia statunitense, in cui fa capolino una nutrita colonia di calciatori della Pennyslvania: molti sono anche gli elementi pescati tra le fila di Pawtucket Rangers e Stix e Baer FC, ovvero le due finaliste dell'ultima National Challenge Cup sollevata da questi ultimi. Fa discutere e scatena dibattiti l'assenza di parecchi giocatori quotati del New Jersey. La motivazione è di natura economica: tutti gli Stati federali sono chiamati a contribuire in maniera proporzionale alle spese del viaggio. Il New Jersey, invece, si chiama fuori, rifiutando di versale la propria quota, e si vede appiedata la stragande maggioranza dei propri rappresentanti.

Dopo due estenuanti settimane di viaggio gli americani mettono finalmente piede in Italia. Vestono in maniera elegante, indossano degli sfiziosi panama per ripararsi dalla calura romana, e regalano più d'un sorriso divertito agli obiettivi dei fotografi: presa confidenza con gli impianti sportivi romani, pensano bene di smaltire le scorie della traversata divertendosi giocando a baseball. Gli allenamenti, quelli veri, sono rimandati ai giorni successivi. L'atsmofera che avvolge la comitiva USA, però, non è delle più serene e gioviali: i professionisti, anche se non tutti e undici, sentendosi superiori, guardano con sprezzante diffidenza gli otto amateur presenti nel roster, semplicemente perchè non ritenuti all'altezza della situazione.

Blooting Buff - Tra questi c'è anche un amateur di Pittsburg Curry dalle chiare origini italiane. Si chiama Aldo Donelli, di mesterie fa lo "striker" ed oltre ad essere ben strutturato fisicamente, possiede anche un tiro al fulmicotone che è una sentenza per i portieri avversari. Il curriculum, poi, è ingemmato di prodezze memorabili e imprese straordinarie, tutte però confinate all'universo dilettantistico. Sportivo a tutto tondo, visto che ai tempi della Duquensne University alternava il soccer al football americano, "Blooting Buff", come lo avevano apostrofato i quotidiani locali, era balzato all'onore delle cronache nel 1929, quando con la casacca dell'Heideberg aveva rifilato un pokerissimo ai First Germans di Newark.
Aldo "Buff2 Donelli
Dopodiché, la sua carriera aveva imboccato una preocuppante parabola discendente: accantonato in occasione del primo Mondiale della storia, nell'Aprile del 1934 fallisce due calci rigore che costano la sconfitta dei suoi Curry Silver nella sfida con il Gallatin. E' il periodo più buio della carriera di "Buff". Il sogno iridato appare lontano come non mai. Ed, invece, paradossalmente, la mattina seguente riceve l'insperata convocazione della US Football Association. Inizialmente, inviso come gli altri amateur allo zoccolo duro dello spogliatoio, viene parcheggiato nella squadra riserve. 


A Roma, durante una partitella d'allenamento un'incontenibile Donelli fa ammattire la retroguardia titolare, a cui non da mai un attimo di tregua: all'intervallo le riserve conducono 1-0 proprio grazie ad una sua rete. Gould ha visto abbastanza, e convinto dalla prestazione strepitosa di Aldo, decide di promuoverlo, facendolo rientrare in campo assieme all'undici prediletto.
Donelli, che a dispetto della stazza imponente, e la silhouette di un corazziere, non è il tradizionale attaccante d'area, fa ancora una volta al differenza, realizzando la rete che condanna le seconde linee alla sconfitta. Nonostante l'exploit, la conventicola dei pro, costituita in gran parte da giocatori di New England e St. Louis, continua a remare contro, osteggiando prepotentemente la candidatura di "Buff" ad una maglia da titolare. Ad appoggiarla incondizionatamente, invece, è un'istituzione come Billy Goncalves. Il Babe Roth del soccer statunitense si espone in prima persona, ribellandosi alla dittatura dei pro e sposando senza mezze misure la causa dell'attaccante amateur. Chiede e ottiene un colloquio con Shroeder, punta i piedi e lo pone di fronte ad un aut aut: "If you don’t play Donelli, I’m not playing.’, dice con toni ultimativi, minacciando il proprio ammutinamento. Grazie all'intercessione di Goncalves, il 24 Giugno Donelli guida regolarmente l'attacco statunitense all'assalto alla diligenza messicana.

Bella vita - A differenza degli Stati Uniti, il Messico ha piantato le tende nel Belpaese già da un bel pezzo. E contrariamente a quella dei colleghi statunitensi, la traversata dell'Atlantico dei messicani, che sono tutti amatori, è stata piuttosto movimentata e dissoluta. A bordo dell'Orinoco, la nave tedesca che li avrebbe condotti in Italia, gli uomini al soldo Rafael Garza Gutierrez conducono una vita tutt'altro che austera, abbandonandosi a un ventaglio di tentazioni che va dal licenzioso intrattenersi con cameriere e ballerine presenti sullo scafo, al giocare a briscola sottocoperta fino a tarda notte, fino all'abbuffarsi avidamente durante i pasti, tanto da assumere peso alla vertiginosa e spaventosa media di un chilo al giorno. "Fueron 15 días en barco y 15 kilos más", ha ammesso molti anni più tardi Fernando Marcos in un libro. Juan Carreño, invece, che oltre ad essere l'autore del primo, storico goal messicano in un Mondiale è anche un viveur incallito oltre che impenitente donnaiolo, cade in tentazione e si lancia in prodezze amatorie alla vigilia della decisiva sfida con gli USA.
Juan Carreno
Seduce Joanna, una cameriera francese conosciuta nell'albergo in cui alloggia la Tricolor, e la invita a ballare, prima di trascorrere con lei una turbolenta notte di passione tra le lenzuola. Il giorno seguente il tecnico Rafael "Record" Gutierrez - tra i fondatori nel 1916 del Club America di cui fu a lungo capitano - completamente allo scuro della scappatella, lo getta nella mischia, preferendolo al rampante Luis de la Fuente, autentico astro nascente del futbol messicano e fresco di titolo vinto con il Real Espana. L'esclusione del "Pirata", appena diciannovenne, ma già in grado di incantare le platee con la sua tecnica sopraffina, farà discutere e solleverà polemiche, generando parecchi dibattiti nei giorni, nei mesi e negli anni successivi.


Scontro tra filosofie - Quando Messico e USA si disputano a Roma l'ultimo pass iridato, mancano solo tre giorni all'inaugurazione ufficiale al Mondiale che il regime, a puro scopo propagandistico, ha organizzato in pompa magna senza lesinare sforzi e risorse, umane ed economiche. Proprio per questo Benito Mussolini, che ama avere il polso della situazione, vuole accertarsi di persona sullo stato delle cose. Accompagnato dal segretario del PNF assiste a quella sorta di assaggio mondiale.
L'ingresso in campo delle squadre
Il Duce, oberato di impegni, si fa attendere come tutte le celebrità, arrivando allo Stadio in netto ritardo. Naturalmente bisogna aspettarlo, e allora il fischio d'inizio slitta di un abbondante quarto d'ora: in tribuna si riconoscono anche l'ambasciatore americano Breckinridge Long e la principessa Mafalda di Savoia. Quello che va in scena alla Stadio Nazionale del Partito Nazionale Fascista è il classico scontro tra due filosofie diametralmente opposte. Se gli statunitensi, pragmatici e meglio allenati, puntano tutte le fiches su una dirompente fisicità, nel gioco incantevole della Tri, sicuramente più estroso, divertente, e imprevedibile ci sono tutti gli ingredienti del corollario latino: finte, fraseggi insistiti, trame articolate, e colpi ad effetto. Il filo conduttore è l'istinto: niente meccanismi sincronizzati, e di automatismi difensivi neanche a parlarne.  Al quarto d'ora, tuttavia, sono gli Stati Uniti a spezzare il sottile filo dell'equilibrio. Fiondata al bacio di Czerkiewicz, Donelli addomestica, si mette alle spalle due rivali e lascia partire un siluro: Rafael Navarro, talmente agile e spettacolare da essere conosciuto come "il Portero de Goma",  si è da poco guadagnato i galloni del titolare, soffiando il posto ad Alfonso Riestra, ma sul bolide di Donelli non può far altro che raccogliere la palla in fondo al sacco. Uno a zero. Manuel Alonso, che in patria è uno stimato fromboliere del Real Espana, rimette a posto le cose per la Tricolor appena sette minuti più tardi.
Una rete di Donelli
Ma il pari ha la stessa volatilità dell'etere. Servito dallo sgusciante William McLean, "Buff", inarrestabile come un uruguano, s'intrufola tra le maglie rosse dei messicani e, implacabile, mette a referto la propria doppietta personale, riportando avanti gli yankees. Il cronometro segna il 32', e gli Stati Uniti conducono per due reti ad una. Il one-man show dell'attaccante della Pennsylvania è appena cominciato. Donelli è un iradiddio. Semplicemente incontenibile. Per arginarlo, gli americani, in tenuta blu, usano tutto il mestiere del caso, ricorrendo, quando serve, anche alle cattive maniere. In avvio di ripresa Lorenzo Camarena si vede bevuto ed esagera: lo tira giù platealmente e viene invitato dal direttore di gara ad allontanarsi dal perimetro verde.  Dieci contro undici: per i messicani la salita si fa sempre più ripida. Al '74, poi, il sogno di una rimonta si trasforma in una vera e propria chimera. Donelli, questa volta imbeccato da Nielsen, sfonda una doppia marcatura messicana, rompendo gli argini ed esondando con la solita arroganza atletica: Navarro è fulminato da una staffilata in corsa. I messicani si vedono crollare il mondo addosso, e varcano quel confine dell'animo umano governato dall'istinto di sopravvivenza. Hanno un sussulto d'orgoglio con Dionisio Mejia, rimettendosi in carreggiata, ma poi ancora l'alfiere di Morgan, impietoso, cala il poker e pone gli USA a distanza di sicurezza. Buff fallisce anche un penalty che gli avrebbe permesso di rimpinguare ulteriormente uno score già stratosferico. Ma è un neo del tutto irrilevante. 


Gli Stati Uniti, trascinati da un insospettabile amateur, battono il Messico - ci riusciranno un'altra volta dopo quasi mezzo secolo - e vedono schiudersi le porte del Mondiale: tra gli applausi scroscianti, il regime  celebra a dovere gli yankees organizzando anche una piccola cerimonia. Ma qualcuno si dimentica del protagonista principale. All'indomani sul New York Times compare una cronaca sballata: Thomas Florie viene indicato come autore di una tripletta, mentre l'ultima rete statunitense viene erroneamente attribuita a Nielsen. Di Aldo Donelli, vero eroe di giornata, nessuna traccia. Della gloria mancata, tuttavia, poco importa: d'altronde c'è un Mondiale da giocare. Tre giorni più tardi gli USA debuttano nello stesso stadio di fronte agli Azzurri di Pozzo, campioni in carica e padroni di casa. Gli italiani non sono sprovveduti e sguinzagliano il navigato Luis Monti sulle tracce di Donelli. L'oriundo azzurro si incolla alle costole di "Buff", seguendolo e braccandolo come un'ombra: la marcatura è asfissiante. "Monti! I can still see him. He was on top of me. You know, because I scored four goals against Mexico Monti would not let me alone. He was tough and he was a big man", ricorderà Donelli parecchio tempo più tardi. Ma, nonostante la rigida sorveglianza di Monti, nel diluvio di reti con le quali l'Italia seppellisce gli yankees, Aldo trova il modo di lasciare lo zampino, siglando il gol della bandiera degli Stars and Stripes

Col 7-1 rimediato dagli Azzurri termina l'avventura iridata della banda di Schroeder e Gould. I messicani, invece, pagano a caro prezzo l'azzardo di aver spavaldamente prenotato il rimpatrio per il mese successivo: per coprire gli esosi costi del viaggio devono raccattare spiccioli peregrinando per l'Europa e giocando amichevoli nei più disparati angoli del Vecchio Continente. Anche le stelle della Tricolor contribuiscono allo sforzo collettivo, accettando le proposte di alcune compagini europee: Luis Fuente, Manuel Alonso e Carlos Laviada, ad esempio, si accasano in Spagna. Al contrario, lo spauracchio Donelli resiste allo spietato e prolungato corteggiamento della Lazio. I biancocelesti, rimasti folgorati dalle prestazioni di "Buff", gli offrono un lauto ingaggio per continuare a giocare nella terra dei suoi avi: lui, che come normale sarebbe pure lusingato, ha altri piani per il futuro e declina garbatamente. Tornerà negli Stati Uniti, farà l'allenatore e si arruolerà nella marina militare, partecipando alle operazioni nelle ultime fasi della Seconda Guerra Mondiale. Gli USA, invece, torneranno a dare un dispiacere ai propri dirimpettai soltanto  nel 1980, dopo quasi mezzo secolo di fragorose scoppole.


Vincenzo Lacerenza


Fonti:
informador.com.mx
shinguardian.wordpress.com
theguardian.com
mexico.as.com
omarcarilloh.blogspot.it
laopinion.com
noesotroblogdefutbol.blogspot.it
phillysoccerpage.net
homepages.sover.net
archiviolastampa.it
ussoccer.com












lunedì 14 novembre 2016

Lezioni di Epic...A: Marco Baroni, colui che mise in ombra Maradona

Baroni esulta sotto la curva dopo il suo gol
Tutti si aspettavano Diego ed invece sbucò... Marco! Il 29 aprile 1990 andava in scena l'ultima giornata del campionato di serie A. Al San Paolo al Napoli bastava un punto contro la Lazio per aggiudicarsi il suo secondo scudetto. Un'impresa che appariva ampiamente alla portata, visto che i bianco-celesti non avevano più nulla da chiedere al torneo. 
Il Napoli che arrivava a quell'ultimo impegno era però una squadra logorata dalle continue ed estenuanti polemiche col Milan, prima fra tutte quella sulla monetina di Alemao a Bergamo, e scossa dalle insoddisfazioni di più di un membro della sua rosa: Fernando De Napoli aveva già chiaramente espresso il suo desiderio di cambiare aria e i rinnovi di Andrea Carnevale, Luca Fusi e Giuliano Giuliani erano ancora tutti da definire (anche se poi, paradossalmente, soltanto De Napoli rimase alle pendici del Vesuvio, mentre Giuliani andò all'Udinese, Carnevale alla Roma e Fusi al Torino). Fatto sta che a 90' dalla conclusione i partenopei guidavano la classifica con due lunghezze di vantaggio sui rosso-neri: solo un improbabile ko casalingo contro la Lazio e la contemporanea vittoria (quasi certa) del Milan col Bari, avrebbero rimandato il discorso scudetto allo spareggio.
Il Napoli 1989/90
I quasi 65000 del San Paolo avevano preparato una grande festa, degna di quella del primo tricolore, tre anni prima. Tutti gli occhi erano sul Pibe de Oro: chi meglio di lui, del fuoriclasse assoluto, dell'idolo indiscusso delle folle napoletane, del capitano indomito (anche se in quella stagione aveva mostrato le sue qualità a fasi alterne ed era spesso stato accusato di scarso impegno), chi meglio dell'argentino avrebbe potuto condurre il Napoli sul tetto d'Italia per la seconda volta?
La risposta arrivò dopo sette minuti. Punizione di Diego Armando Maradona, stacco portentoso di Marco Baroni e gol. I restanti 83 minuti furono d'attesa del fischio conclusivo; gol non ce ne furono più. 
Baroni era un difensore fiorentino di 27 anni, arrivato in quella stagione dal Lecce. Di squadre ne aveva cambiate già molte, senza mai fermarsi in una città per più di due anni. Nell' '81 fece il suo debutto in massima serie con la maglia della Fiorentina, poi tre stagioni in B, con Monza e Padova. Il ritorno in A avvenne nell' '85, con l'Udinese, abbandonata l'anno dopo per la Roma, con cui siglò le prime due marcature in campionato. Nel frattempo ottenne anche la convocazione in under 21, con la quale vinse l'argento agli europei dell' '86, fallendo tuttavia un rigore nella finale con la Spagna. A Lecce giunse nell' '87 e aiutò la compagine di Carlo Mazzone a guadagnare la promozione dalla serie cadetta. Durante la serie A 1988/89 andrà a segno due volte, curiosamente proprio contro Napoli e Lazio e le sue ottime prestazioni convinceranno Corrado Ferlaino e Luciano Moggi a portarlo nel capoluogo campano. Baroni diventa titolare inamovibile della difesa azzurra, dove Alberto Bigon - il tecnico padovano alla sua prima stagione sulla panchina partenopea; da giocatore aveva militato tanto nel Napoli (anche se per pochi mesi e senza nessuna presenza effettiva), quanto nel Milan, come pure nella Lazio - lo schiera nel ruolo di stopper. Il suo compito è impedire che i centravanti avversari facciano gol, ma lui i gol sa anche farli, come contro il Bologna a dicembre. Quella volta era stato un secco mancino su punizione, il gol numero 3000 nella storia del Ciuccio; questa volta fu un imperioso stacco aereo, il gol che significò nuovamente scudetto.
Una fase dell'incontro
Il resto dell'incontro scivolò via senza scossoni, con la Lazio che onorava l'impegno difendendosi con grinta e i padroni di casa che cercavano il gol della sicurezza. In particolare lo cercava Maradona, tanto più che in tribuna c'era la madre a cui dedicarlo, ma il gol non arrivò: merito di alcuni ottimi interventi di Valerio Fiori e colpa di un palo nel finale. Dall'alta parte bravo anche Giuliani, che negli ultimi minuti dovette mostrare tutte le sue doti per neutralizzare un colpo di testa di Alessandro Bertoni e una conclusione di Rubén Sosa.
Finì 1-0; terminarono (almeno momentaneamente) le polemiche col Milan (per la cronaca vittorioso anch'esso, 4-0 al Bari); iniziò il tripudio di Fuorigrotta e di tutta la città; si spensero i riflettori su un campionato comunque combattuto ed entusiasmante, in attesa che si riaccendessero sul mondiale italiano. 
La festa scudetto dei calciatori azzurri
Marco Baroni rimase a Napoli un'altra annata, conquistando la Supercoppa Italiana, ma non riuscendo più ad andare a segno. Anzi, lo spettro dei calci di rigore si ripresentò il 7 novembre, nel ritorno degli ottavi di finale della Coppa dei Campioni, allorché il suo errore dal dischetto fu determinante nell'eliminazione degli azzurri ad opera dello Spartak Mosca. Baroni continuò il suo peregrinare per l'Italia fino al 2000, quando smise i panni di calciatore per indossare quelli di allenatore. Panni che veste tutt'oggi, e con risultati soddisfacenti, in quel di Benevento. Il suo giorno migliore, tuttavia, rimarrà quel 29 aprile 1990, quando diventò re di Napoli per un giorno, mettendo in ombra anche Maradona.

Fonte: La Stampa del 30/04/90


Il tabellino della partita (fonte: calcio-seriea.net):

Napoli - Lazio 1-0 (29/04/90, Napoli, stadio San Paolo, 34^ giornata serie A)

Napoli: Giuliani, Ferrara, Francini, Crippa, Alemao, Baroni (21' st Fusi), Corradini, De Napoli (40' st Mauro), Careca, Maradona, Carnevale. All: Bigon

Lazio: Fiori, Bergodi, Sergio, Pin, Gregucci (26' st Soldà), Piscedda, Bertoni, Marchegiani, Amarildo (14' st Troglio), Sclosa, Sosa. All: Materazzi

Arbitro: Sguizzato di Verona

Reti: pt 7' Baroni


Il link al video della partita:



Roberto Pivato

lunedì 7 novembre 2016

"El zurdazo de Zanabria": la risposta leprosa alla "palomita de Poy"

La Ragion di Stato prima di tutto. Nel 1974 per dare modo all'Albiceleste di radunarsi e prepararsi al meglio in vista dell'imminente Mondiale tedesco, su patriottica disposizione dell'AFA il Metropolitano, torneo che assieme al Nacional scandiva all'epoca i ritmi della stagione argentina, subì una leggera contrazione, venendo sensibilmente accorciato: dare la precedenza alla nazionale era cosa buona e giusta.

Una formazione del Newell's campione ('74)
A parte una Copa Escobar sollevata nel lontano 1949,  la bacheca del Newell's Old Boys, al contrario di quella degli acerrimi rivali del Rosario Central, era ancora desolatamente e tristemente vuota. C'era, insomma, un vuoto storico da colmare. Come se non bastasse, poi, solamente tre anni prima la Lepra aveva vissuto un'autentica tragedia sportiva. Nella semifinale del Nacional '71 disputata al Monumental di Buenos Aires "la palomita de Poy", il leggendario e beffardo colpo di testa in tuffo di Aldo Pedro Poy, peraltro eternato in un bellissimo racconto del "Negro" Roberto Fontanarrosa, aveva inferto un colpo durissimo all'autostima dei rojinegros, sprofondati nella depressione più nera e inghiottiti dal tunnel di una maledizione che pareva non avere fine.

Nonostante il ritorno del famelico Alfredo Obberti, che aveva fatto marcia indietro dopo un'esperienza incolore tra le fila dei brasiliani del Gremio, e gli arrivi di Sergio Robles, punta mobile prelevata  su consiglio del "GitanoJuárez - paradossalmente un vecchio leone auriazul - e di Manuel Magan, l'avvio di torneo dei rosarini fu a dir poco balbettante. Inchiodata sullo 0-0 all'esordio casalingo dal Ferro Carril Oeste, la Lepra venne strapazzata in trasferta dal Colón (3-2), prima di strappare al Parque un punticino nella gara col Boca Juniors: il primo hurrà potè essere liberato alla quarta, quando il Newell's cominciò a fare sul serio regolando di misura in trasferta il sempre temibile Estudiantes del "Narigón" Bilardo. Trovata la giusta quadra, sulle ali di un entusiasmo finalmente ritrovato la banda di Juan Carlos Montes, giovane  timoniere costretto qualche mese prima da un rognoso infortunio a traslare dal campo alla panchina, aumentò di colpo i giri del motore, facendo lievitare prestazioni e risultati: memorabile la goleada (5-2) rifilata al Chacarita Juniors e la Bombonera violata grazie ad una rete del solito Obberti. Proprio sul più bello, quando lo striscione del traguardo era ormai prossimo, però, la Lepra rischiò di complicarsi la vita, crollando 3-1 sul terreno dell'Argentinos Juniors.
Alfredo Obberti
Per scongiurare la beffa di una mancata qualificazione alle fasi finali, diventava cruciale l'ultima sfida con il San Lorenzo: ai round ad eliminazione diretta si qualificavano le prime due dei due gruppi in cui erano state distribuite le diciotto iscritte al torneo. Fu una rete di Ramon Rocha a piegare il San Lorenzo, consentendo ai rossoneri di conseguire l'obiettivo. Ma che brividi quando una velenosa conclusione del delantero cuervo Oscar Ortiz, dopo aver lambito entrambi i pali, e ballonzolato pericolosamente sulla linea di porta, fece trattenere il fiato a tutto il pubblico del Parque, sollevato poi soltanto quando la sfera finì la sua corsa tra le rassicuranti braccia del portiere Enrique Carrasco.



Oltre al Newell's Old Boys si erano qualificate al quadrangolare finale anche il Boca Juniors, passato attraverso uno spareggio col Ferro, accompagnato da Rosario Central e Huracan, rispettivamente prima e seconda forza del gruppo A. A differenza di quanto avvenuto nel campionato regolare, lo scatto dai blocchi della Lepra fu fulminante. I rossoneri ottenero prima lo scalpo dell'Huracan, all'epoca allenato dal "Flaco" Menotti, e poi liquidarono nuovamente gli xeneizes: l'unica rete dell'incontro, siglata in maniera sporca dal "Mono" Obberti, fu difesa strenuamente da un insuperabile Carrasco: la "Momia", monumentale, neutralizzò anche un calcio di rigore, negando il pari agli azul y oro. Contemporaneamente  i rivali cittadini del Central, dopo aver asfaltato il Boca nella prima tornata, cedevano di schianto all'Huracan, regalando la vetta della graduatoria proprio ai rojinegros. A questo punto, dunque, il Clásico con il Central di Cabral e Boveda in programma all'ultima diventava una vera e propria resa dei conti. Per laurearsi campione la Lepra poteva contare su due risultati: in caso di successo canallas, invece, si sarebbe reso necessario un ulteriore incontro di "desempate". Il sorteggio, irriverente, decretò Arroyto, la tana del Central, quale "cancha" deputata ad essere teatro di una stracittadina che, considerata l'importanta della posta in palio, si preannunciava, avvincente, palpitante ed incandescente almeno quanto quella di tre anni prima.

Il Rosario Central,  timonato da un Carlos Griguol che non era ancora diventato "el Viejo", cominciò col piglio giusto, mostrandosi più arrembante della Lepra e passando meritatamente in vantaggio al tramonto del primo tempo grazie ad un "penal" trasformato dallo specialista Gabriel Arias. Al ventiquattresimo della ripresa, poi, Carlos "Cai" Aimar, pupillo di Gruiguol sin da quando questi era il tecnico delle joveniles, infilò nuovamente Carrasco scatenando la gioia incontenibile dell'hinchada gialloblù.
"El zurdazo de Zanabria"
Poteva essere lo strappo decisivo, ma solo un minuto più tardi il difensore leproso Armando Rafael Capurro, con un colpo di nuca non si sa quanto volontario, accorciò le distanze rimettendo tutto in discussione. Il NOB, rinfrancato, si spinse in avanti con rinnovato vigore e a nove minuti dal triplice fischio finale gli sforzi rojinegros furono premiati: su un traversone di Picerni,  Magan accomodò di testa per l'accorrente Mario Zanabria, l'uomo della provvidenza. Il faro del centrocampo della Lepra addomesticò al limite dell'area, si coordinò in un amen ed esplose un terrificante mancino che, incassata la benedizione divina,  incenerì un attonito Biassutto, vendicando l'affronto subito tre anni prima.


¡Iiiiiiiimpresionante el golazo de Zanabria! ¡Desde fuera del área anidó la pelota en el ángulo izquierdo! ¡No podía hacer nada ni Biasutto ni el mejor arquero del mundo!”, si sentì gracchiare sulle frequenze di Radio Rivadavia:  il commento era quello del "Gordo" Josè Maria Munoz, il cronista che qualche anno più tardi diverrà la voce ufficiale e irregimentata del Mundial '78.

Era il "zurdazo de Zanabria", la risposta leprosa alla più celebre "palomita de Poy", grazie al quale il Newell's vinse il primo titolo della sua storia. Anche ma non potè festeggiare come avrebbe voluto e meritato.
Zanabria portato in trionfo
Perse ormai tutte le speranze, e furibondi per l'esito della gara, infatti, i tifosi del Central scavalcarono le recinzioni e invasero il terreno di gioco, creando scompiglio e impedendo il regolare svoglimento degli ultimi scampoli della partita: al termine della giornata si contarono anche numerosi feriti. Tuttavia, due giorni più tardi la AFA, impassibile, omologò il risultato, decretando il Newell's campione. Per la Lepra era la fine di un incubo.


Vincenzo Lacerenza 


Fonti:
elrojinegro.com
historiadelmaspopular.blogspot.it
diariouno.com.ar
partidosleprosos.com.ar
elgrafico.com.ar
olè.com.ar