sabato 17 giugno 2017

Il Pequeno Maracanazo: l'impresa dimenticata del Deportivo Italia

Una formazione del Deportivo Italia (1971)
Nel 1951, intrufolato tra le torme di italiani ed europei che sigillano le valigie di cartone, s'infilano su una nave e salpano speranzosi alla volta del Venezuela, c'è anche Pompeo D'Ambrosio. Dall'altra parte dell'Oceano il ministro della Difesa venezuelano - e futuro presidente - Marcos Pérez Jiménez sta strategicamente approfittando delle macerie lasciate in Europa dal secondo conflitto mondiale per incentivare l'immigrazione europea nel Paese paragonato ad una Venezia in miniatura dall'esploratore Amerigo Vespucci durante una delle sue avventurose spedizioni: se vuole progredire economicamente, d'altra parte, il Venezuela c'ha un bisogno disperato di capitale umano e forza lavoro. E casomai anche di competenze specifiche.

Pompeo D'Ambrosio ha tutte le carte in regola, e la giusta dose di ambizione e temerarietà, per farsi un nome e ritagliarsi un posto al sole nell'universo economico e finanziario venezuelano. Originario della Campania e nipote dell'ex podestà di Salerno, dopo aver terminato gli studi all'Università di Napoli si è dato subito da fare e ha intrapreso la carriera militare, tanto da diventare in breve un Tenente dell'Esercito: durante la Seconda Guerra Mondiale s'è fatto valere in alcune operazioni in Nord Africa, fino a quando gli alleati l'hanno catturato rinchiudendolo in campo di prigionia. A Caracas, guidato da un indomabile spirito imprenditoriale, D'Ambrosio diversifica gli interessi e mette le mani in pasta un po' dappertutto, arricchendo di contatti preziosi il proprio portfolio: diventa dirigente del Banco Francés y Italiano, fonda associazioni volte a favorire l'integrazione degli italiani nel tessuto sociale venezuelano, si prodiga tenendo a cuori le sorti dei connazionali più indigenti e suggerisce agli altri imprenditori del Belpaese il sentiero da battere affinché le loro aziende possano espandersi fino a scalare le vette della finanza venezuelana e latinoamericana.

Con il chiaro intento di rappresentare la folta comunità italiana di Caracas, nel 1948 una conventicola di tanos s'era riunita e aveva dato vita al Deportivo Italia. Quando poi s'era trattato di scegliere i colori sociali e prendere una decisione sul logo da collocare sul petto, come modello di riferimento a cui liberamente ispirarsi era stata presa la divisa della Nazionale Italiana: le maglie tinteggiate d'un blu marino e adornate con il tradizionale stemma tricolore, più che un dozzinale omaggio alla patria d'origine, sembravano quelle indossate dagli Azzurri ricalcate a mano sulla carta carbone.

In quel periodo immediatamente successivo alla fine della Seconda Guerra Mondiale, e segnato da un'ondata di sbarchi senza precedenti, l'immigrazione galoppante si riverbera anche nel fútbol. Nell'affollato e variegato universo calcistico venezuelano gravita una miriade di squadre coloniali, ognuna espressione identitaria e punto di riferimento della comunità etnica d'appartenenza: se i portoghesi palpitano per il Deportivo Portugués  gli spagnoli, a seconda della provenienza regionale, possono scegliere se tenere alle sorti del Deportivo Galizia,  dell'Union Deportiva Canaria, o ancora disperarsi e gioire a seconda dei risultati ottenuti in campo dal Deportivo Vasco e dal Catalonia FC.


Anche grazie all'indispensabile contributo offerto da queste formazioni, dopo una serie di esperimenti miseramente falliti e un torneo embrionale abortito sul nascere una decade prima, con la benedizione dell'ANF nel 1957 il torneo venezuelano si toglie di dosso l'aura del dilettantismo e saluta con gioia, quasi fosse una catartica liberazione, il tanto anelato avvento del professionismo. Sono gli anni del cosiddetto "Fútbol Colonial". Seppur a detrimento delle formazioni indigene, impossibilitate a competere con i mezzi economici e finanziari delle compagini coloniali, l'ingresso sulla scena di queste ultime funge da volano per far impennare l'interesse del pubblico venezuelano verso questo sport. Attorno al calcio in Venezuela viene a crearsi un fermento finora sconosciuto e gli stadi cominciano a riempirsi. Addirittura un imprenditore di origine basca, l'ambiguo Damian Gaubeka, mosso dalla voglia di farsi pubblicità si prende la briga di organizzare un torneo chiamato Pequeña Copa del Mundo, una sorta di Coppa Intercontinentale ante litteram: assicurando loro lauti compensi in denaro invita alcune tra le più prestigiose compagine europee e sudamericano quali Real Madrid, River Plate, Botafogo, Roma e Barcellona a misurarsi e a contendersi lo scettro del Mondo nel Paese vinotinto. Risolte alcune beghe amministrative e superati i soliti impedimenti burocratici, finalmente nel 1959 anche il Deportivo Italia ottiene il lasciapassare per unirsi al circuito del professionismo.


Sotto la lungimirante e virtuosa gestione della famiglia D'Ambrosio Los Azules, fin lì rimasti piuttosto nell'anonimato e balzati all'onore delle cronache soltanto dopo la conquista della Copa Venezuela nel 1949 e per essersi messi la medaglia d'argento al collo durante la prima edizione della Pequeña Copa del Mundo l'anno successivo, vivono la loro stagione dorata costellata da imprese destinate a rimanere scolpite nella memoria di tutti i tifosi venezuelani: spadroneggiano quasi incontrastati in patria, dove arrivano sul traguardo prima di tutti in diverse occasioni realizzando addirittura l'accoppiata con la Copa nel 1961, e partecipano con buona frequenza alla Copa Libertadores diventando nel 1964 la prima rappresentante venezuelana a spingersi oltre la prima fase del torneo più prestigioso del Sudamerica.

Sette anni più tardi il Deportivo Italia partecipa alla Copa Libertadores da vicecampione nazionale: è inserito nel gruppo 3 dove, oltre all'inarrivabile Deportivo Galicia che gli aveva scippato il titolo l'anno prima, trova le temibili brasiliane Fluminense e Palmeiras, ad occhio e croce le squadre designate a maramaldeggiare nel girone e balzare in scioltezza alla fase successiva. Alla vigilia della doppio impegno in terra brasiliana, concentrato nella spazio di dieci giorni appena per questioni logistiche e di portafoglio, il Deportivo Italia giace impietosamente sul fondo della graduatoria, avendo sul groppone le due sonore scoppole rimediate tra le mura amiche con i due titani brasiliani: il Verdão li ha strapazzati con un rotondo ma non disonorevole 3-0, mentre la Flu, senza lasciarsi impietosire, ha infierito nell'affondare sadicamente sei volte la lame nelle molli carni degli azzurri. Due lezioni di calcio di questa portata, dopotutto, s'insinuano inevitabilmente come un tarlo infido tra i pensieri e vanno a scalfire, se non proprio minare, l'autostima e la fiducia nei propri mezzi.

In un Maracanã quasi deserto per i suoi standard, e riempito solamente da ventiseimila impavidi, il Deportivo Italia sembra essere rassegnare al ruolo di vittima sacrificale e scende in campo con l'obiettivo, comunque difficile da raggiungere, di limitare i danni. E' opinione diffusa, infatti, che l'unico motivo di interesse rintracciato in una gara sulla carta senza storia sarà quello di capire quanti punti riuscirà a infilare nel pallottoliere la "Flu", tanto che la spavalda stampa brasiliana snobba la sfida quasi derubricandola ad una semplice sgambata e dileggia incautamente e molto poco elegantemente la comitiva venezuelana.
Lo straordinario risultato fissato sul tabellone del Maracanà
Addirittura, poco prima dell'ingresso in campo delle squadre sul terreno del Maracanà, un giornalista brasiliano incrocia lo sguardo del terzino Vicente Arruda e con spacconeria gli mostra il palmo della mano aperto, pronosticando con l'inequivocabile gesto della manita un pokerissimo brasiliano. D'altra parte il Tricolor, primo nel girone a scapito del Palmeiras, ha una rosa stellare per i canoni sudamericani e non si vede come possa crollare, o perlomeno farsi spaventare e barcollare, al cospetto di una formazione di modesta caratura come il Deportivo Italia, proveniente per giunta da un mondo calcisticamente sottosviluppato. Quali sono, a parte l'inevitabile pizzico di fortuna, le armi a disposizione dei venezuelani per dare battaglia al Maracanã e provare a tirare un perfido scherzetto, anziché accontentarsi di tornare a casa con il minor numeri di reti possibile sul groppone? A questo dilemma è chiamato a trovare una risposta praticabile, se non proprio una soluzione, il tecnico brasiliano degli Azules Elmo Correa. Spulciando tra l'undici mirabolante al soldo di un Mario Zagallo ancora inebriato dalla Coppa Rimet sfilata all'Italia, di motivi capaci di destargli preoccupazione e fargli trascorrere qualche notte insonne ne scova parecchi: arginare la spinta propulsiva del terzino sinistro campione del Mondo Marco Antônio o i guizzi dell'anarchico Lula, magari sfaticato in allenamento ma implacabile quando le cose cominciavano a farsi serie, oppure contrastare l'innato fiuto del goal di Flavio "Minuano", nomignolo coniato ai tempi dell'Internacional dal cronista brasiliano Geraldo José de Almeida nel tentativo di paragonarne l'azione a quella dell'omonimo vento tipico del Rio Grande do Soul.
Gli assi della Flu alle prese con una sgambata nei boschi
Tuttavia, ad impensierirlo più d'ogni altra cosa è l'imprevedibilità ubriacante di Cafuringa, un satanasso instancabile dalla pelle d'ebano e dalla capigliatura eminentemente afro inserito da un totem come Ademir da Guia, nel corso di un'intervista sulla prestigiosa rivista Placar, non solo tra gli artefici principali del titolo conquistato dal Tricolor nella stagione precedente ma anche, al pari di Mirandinha e Aladim del Corinthians, tra imigliori calciatori espressi da quel torneo. Sulle sue tracce, incaricato di seguirlo come un'ombra e francobollarlo nel tentativo di porre un argine a quel fiume in piena di talento e dribbling, Correa sguinzaglia il ruvido e scafato Vicente Arruda. L'impostazione tattica dettata dalle circostanze appare chiara: arroccarsi in massa a cavallo della propria area di rigore, intasare le linee di passaggio, evitare svarioni o cali di concentrazione e provare ogni tanto, con moderazione e solo quando s'affaccia all'orizzonte il momento propizio, qualche sortita offensiva per cogliere di sorpresa e castigare i brasiliani in perenne avanscoperta.


Come vanno pontificando tutti gli esperti di strategia militare da von Clausewitz in giù, quando l'offensiva si rende ineluttabile per evitare in qualche modo l'accerchiamento propedeutico allo schiacciamento e quindi alla resa incondizionata, questa, anche se non si dispongono delle risorse sufficienti, deve essere necessariamente condotta in tempi rapidi e nel modo più risolutivo possibile allo scopo di prevenire indugi e godere appieno dei sostanziali vantaggi offerti dal fatidico effetto sorpresa. Percependo la capitolazione come ormai prossima, proprio per spezzare l'assedio in cui la Fluminese l'ha cinto dall'inizio della contesa ed evitare di fare la fine del topo, al 71' il Deportivo Italia trova il coraggio di uscire dall'angolo e contrattaccare. In una delle rare volte in cui mettono la testa fuori dalla propria metà campo, e s'affacciano dall'altra parte per vedere che aria tira, fanno sul serio: consapevoli che non avranno altre occasioni in futuro, sono decisi ad andare sino in fondo e giocarsi questa chance al meglio delle loro possibilità.
Il titolo d'apertura del quotidiano "El Nacional" di Caracas
Non si limitano a far respirare la difesa, né tantomeno ad impensierire i gradassi brasiliani, ma hanno un obiettivo ancor più ambizioso: segnare e tornare in Venezuela con una vittoria che avrebbe del miracoloso. Militello, scattato in profondità e imbeccato alla perfezione da Alcyr Pereira, s'è infilato tra le maglie tricolor e si sta apprestando a concludere quando viene travolto dal portiere Vitorio, che, ha pensato bene di uscire a valanga finendo per franare addosso all'attaccante degli Azules. I venezuelani quasi faticano a credere ai loro occhi quando vedono il direttore di gara paraguaiano Osorio portarsi il fischietto tra le labbra e assegnare loro il calcio di rigore: anche se ha le gambe tremolanti, e sente addosso il peso della storia, dal dischetto Manuel Tenorio è una sentenza.


Ma la parte complicata, quella in cui c'è da stringere i tempi e difendere strenuamente l'impresa dal rischio di essere cancellata, arriva proprio adesso. Carlos "Chiquichagua" Marín, un elegante e svettante difensore strappato al baseball e convertitosi adolescente al calcio solo per seguire le vestigia del suo idolo Fredy Ellie con cui adesso condivide la stessa trincea al Maracanã, sta già immaginando il futuro. A differenza dei propri compagni, comprensibilmente eccitati, non si fa travolgere dall'entusiasmo e rimane impassibile senza nemmeno spingersi ad abbracciare e congratularsi con l'autore del goal: all'esultanza, semmai, si penserà dopo. Adesso c'è da fronteggiare la reazione, che c'è da giurarci sarà veemente, dei brasiliani feriti nell'orgoglio e decisi a scongiurare a qualunque costo l'onta di una sconfitta imbarazzante. "Ora ce ne fanno dieci", ripete preoccupato Marín nel tentativo di mettere in guardia i compagni fin troppo presi dalle celebrazioni successive all'inaspettata rete del vantaggio. "Chiquichagua", cosi come gli avanti Tricolor, ha però evidentemente commesso l'errore di sottostimare le abilità del portiere italo-venezuelano Vito Fassano. Nato a Bari e cresciuto in Argentina, dove i genitori erano emigrati in cerca di fortuna, è stato scoperto nel 1957 da Mino D'Ambrosio, braccio destro di Pompeo deputato ad occuparsi delle faccende tecniche: dopo una breve gavetta di una paio d'anni al piccolo Tiquire Flores è tornato alla base e, dopo tanto pensare, ha conquistato la fiducia dell'allenatore.  Nonostante non stia al meglio fisicamente, tanto da sciogliere le riserve sulla sua presenza in campo solo in extremis, Fassano abbassa la saracinesca e si esalta nell'opporsi al tiro al bersaglio portato avanti senza soluzione di continuità e sempre più disperatamente dai brasiliani. Che ad un certo punto hanno come la sensazione, accompagnata da uno sconfortante senso d'impotenza, di andare a sbattere e venire inesorabilmente rimbalzati da un muro di gomma. Anche grazie ad una buona dose di fortuna, con i legni ad intromettersi tra i carioca e l'agognato pareggio in ben tre occasioni, Fassano sventa una dopo l'altra tutte le minacce,  rivelandosi insuperabile, e a tratti onnipotente. Mortifica le reiterate sortite degli increduli padroni di casa e traduce in realtà il sogno del Deportivo Italia, divenutoin quel momento - e rimasto tuttora - l'unica squadra venezuelana capace di espugnare un tempio del calcio brasiliano: "Non ho mai visto un portiere parare tanto come Fassano quel giorno", ricorderà più tardi Marín magnificando la memorabile prestazione del portiere italo-venezuelano, apprezzato dallo stesso Zagallo e in futuro protagonista in Brasile con la maglia del Cruzeiro.  


Nel frattempo a San Paolo il Palmeiras ha battuto il Deportivo Galicia, affiancando proprio la Fluminense in vetta alla classifica del gruppo. Come promesso, allora, il presidente del Palmeiras Hernani Pizarro, raggiante per il successo del Verdão rilanciato nella corsa turno successivo dal capitombolo della Flu, è piombato negli spogliatoi del Deportivo Italia con una borsa piena di soldi e ha distribuito la ricompensa pattuita con i giocatori azules. Ad ognuno il servigio indirettamente prestato al Palmeiras è fruttato l'equivalente di duecentocinquanta bolivares, un'autentica fortuna per l'epoca. Prima di tornare in Venezuela, dove verranno accolti da eroi dalla comunità italiana in festa e riceveranno gli omaggi del prestigioso Instituto Nacional de Deportes, la comitiva azzurra fa in tempo a togliersi lo sfizio di sfogliare con aria soddisfatta le pagine dei giornali brasiliani e constatare come questi, adesso, siano meno spocchiosi nell'esprimere certi concetti: "Es duro creer, pero ganó el Deportivo Italia", titola uno stupefatto Correo de Manhana, "Parece mentira, pero es verdad: perdió Fluminense", gli fa eco un'Ultima Hora ancora evidentemente sotto shock come tutti gli sportivi verdeoro. 

C'è chi, invece, a quel forte sconvolgimento non ha saputo resistere: quando al 78' un tiro di Flavio s'è infranto sulla traversa, insieme a gran parte delle speranze della Fluminese di giungere al pareggio, al cagionevole vicepresidente della Tricolor è venuto un coccolone rivelatosi letale per la sua vita. Almeno si risparmierà la delusione di vedere il Palmeiras violare il Maracanã nel turno successivo e staccare il lasciapassare per la seconda fase proprio al posto del Tricolor carioca. 


Vincenzo Lacerenza

lunedì 15 maggio 2017

Comizzo e la radiolina nel Superclásico

Il rigore neutralizzato da Montoya
Calcio di rigore. Anche se viene circondato da un capannello di giocatori in maglia azul y oro, Juan Carlos Lostau si mantiene inflessibile e non cambia di una virgola la propria decisione. Ha appena osservato Ortega farsi largo e incunearsi sinuoso tra le maglie xeneizes con una serpentina inarrestabile, prima di volare platealmente in area di rigore: ad uncinarlo e fargli perdere l'equilibrio è stato, o così deve sembrare a lui, il difensore del Boca Alejandro Giuntini


Quando Hernán  Díaz sistema la sfera sul dischetto e si appresta alla trasformazione, infatti, alla Bombonera il Boca Juniors sta conducendo di misura grazie ad una rete dell'uruguagio Sergio Daniel Martínez, popolarmente conosciuto come "Manteca": questa è l'occasione giusta per evitare l'onta della sconfitta nel Superclásico. Una manna dal cielo per il River. 

Ovviamente, il pubblico di casa, che si sente derubato, ha idee diverse, Dagli spalti ribollenti del catino xeneizes comincia a piovere di tutto: il bersaglio preferito dell'indiscriminato e fitto lancio di oggetti è il portiere millonario Ángel Comizzo

Considerato l'erede del "Loco" Gatti per via dello stile smargiasso, l'indole istrionica e una spiccata abilità a giocare con i piedi, il "Flaco", perchè è filiforme come un chiodo, grazie anche alle stilettate al vetriolo mai lesinate al nemico giurato, ha impiegato poco ad entrare nel cuore dei tifosi millonarios: "essere tifoso del River è una benedizione. Come si può tifare Boca? Non lo capisco.", ha dichiarato tra l'indispettito e il goliardico quando il suo nome fu accostato al Boca, prima di rincarare la dose "Yo los veo y pobrecitos". 

Dalle parti del'area di rigore, all'altezza del dischetto, atterra un oggetto curioso: qualcuno fa paracadutare lì una piccola radiolina walkman di colore giallo, un modello molto popolare e in voga all'epoca.
Comizzo armeggia con la radiolina
Istintivamente, senza pensarci su una volta di più, dopo averla squadrata con curiosità, il "Flaco" la raccoglie e si accerta che sia funzionante. Si è già messo in testa di ascoltare folkloristicamente l'esito del calcio di rigore via radio. Non senza una vena di sadismo, vuole passare in rassegna i volti impietriti e sconsolati dei tifosi xeneizes mentre esulta per il pareggio del compagno. D'altronde "Si ellos me putean, por qué yo no les puedo gritar un gol", si giustificherà più tardi. E non fa mica una grinza. 

Allora si volta di spalle, passa ad infilarsi gli auricolari  nei padiglioni e armeggia con la radiolina, sintonizzandola sulla radionacronaca del Superclasico. Ma, siccome l'audio della televisione si sovrappone a quello della radio, è dalla voce di Marcelo Araujo che apprende l'esito infausto di quel penalNavarro Montoya battezza l'angolo giusto, quello destro, e vola a disinnescare l'esecuzione di Diaz, diventando l'eroe del popolo xeneizes e soffocando sul nascere l'urlo di gioia del "Flaco"

Il Superclasico, così come quel torneo Apertura 1992, si colorerà di azul y oro. Un anno più tardi, invece, i sempre più marcati dissidi con il tecnico Daniel Passarella, secondo alcune malelingue legati ad una presunta relazione clandestina intrattenuta dal "Flaco" con la moglie del carismatico "Gran Capitán", lo portano a fare le valigie e cambiare aria: nemmeno presa in considerazione la proposta del Boca Juniors, se ne va in Messico. 

Dopo aver conquistato uno storico titolo messicano con i Monarcas Morelia, parando stoicamente tre calci di rigore con la mano sinistra fratturata nell'epica finale col Toluca, nel 2001 corona il sogno di tornare a difendere i pali del Monumental. Lo avrebbe fatto anche senza compenso, perchè il River "es el unico club por el que jugaria gratis".  

Vincenzo Lacerenza

lunedì 17 aprile 2017

¡Así, así, así gana el Madrid!: al Molinón nasce la colonna sonora dell'antimadridismo

Il Molinón sommerso da una pioggia di cuscini
Non appena il Ministro della Cultura Manuel Clavero Arévalo, riconosciuto l'interesse generale, firma un decreto con il quale predispone la teletrasmissione della sfida tra Sporting Gijón e Real Madrid, il presidente degli asturiani Vega Arango, si frega le mani e gongola in attesa di sedersi al tavolo delle trattative per negoziare la concessione dei diritti televisivi. Quando si alza, dopo un serrato tira e molla che si protrae fino alla vigilia dell'attessimo match del Molinón, può dirsi pienamente soddisfatto e gratificato per aver strappato condizioni piuttosto favoreroli: oltre ai tradizionali incassi di botteghino, stimati in due milioni di pesetas, il club intasca un assegno da sei milioni proveniente dal contratto con la tv, a cui va sommato un ultimo milioncino portato in dote dalla pubblicità.

Nelle Asturie, d'altronde, la partita è parecchio sentita e attesa. Quella che è considerata, a ragione, la versione più bella e competitiva della storia dello Sporting Gijón, infoltita da gente come l'implacabile Quini, la guizzante ala Ferrero, l'infaticabile, e non a caso ribattezzato "Siete Pulmones" Manolo Mesa, e la coppia di difensori argentini composta da Victor Hugo Doria e dal biondissimo Ricardo Rezza, nella stagione precedente ha conteso fino all'ultimo il titolo alle Merengues, avvicinandosi come non mai alla tanto inseguita, e mai raggiunta, corona nazionale: nella gara decisiva, a cui lo Sporting Gijón si è presentato orfano delle due colonne argentine, appiedate nel turno precedente a Salamanca dall'arbitro García Carrión, il Real Madrid ha espugnato il Molinón con una rete del redivivo Santillana, facendo evaporare proprio sul più bello i sogni di gloria degli asturiani, e si è lanciato a tutto vapore verso la bandiera a scacchi.

Quando, qualche mese più tardi, la Casablanca fa nuovamente tappa nella roccaforte asturiana, i giochi per il titolo sono più che mai aperti ad ogni eventualità: le Merengues e i rojiblancos, appaiati a quota quindici, sono incollati alla capolista Real Sociedad, avanti di una sola e misera lunghezza.
La "figu" di Enzo Ferrero
Come se non bastasse il clima da tregenda preparato dall'appassionata afición 
asturiana per accogliere degnamente il Real Madrid, al sesto minuto di gioco una decisione abbastanza controversa, e per questo contestata, del direttore di gara Ausocúa Sanz, contribuisce a surriscaldare gli animi ed incendiare ulteriormente una sfida già parecchio tesa. Succede che il beniamino locale Enzo Ferrero lancia il guanto di sfida al madridista San Josè: lo mette nel mirino e lo invita all'uno contro uno. Ubriacato dalle finte disorientanti dell'argentino, a cui abbocca sistematicamente, il baffuto centrocampista, vistosi superato, allunga l'alettone e usa tutto il mestiere di questo mondo allo scopo di ostacolarne il passaggio, finendo per colpire l'avversario con una gomitata in pieno volto. Istintivamente, con il setto nasale fratturato e il sangue che gronda copioso dalle narice disegnando impressionanti rivoli sul viso, Ferrero reagisce spingendo vigorosamente lo spigoloso San Josè: poi, evidentemente non pago, completa la vendetta assestandogli un calcione sul ginocchio. 

Il direttore di gara, già inviso alla tifoseria locale perchè sospettato di avere un debole per i blancos, vede solo l'ultima parte della scena e non ha nemmeno il minimo dubbio sul da farsi: Ferrero, nonostante la faccia insaguinata costituisca una prova inequivocabile di quanto accaduto, si vede sventolare il rosso sotto il naso ed è costretto ad abbandonare il terreno di gioco, mentre San Josè, impunito, può tranquillamente tornare a prendere il suo posto nello scacchiere di Boskov, almeno fino a quando il tecnico serbo, preoccupato per la sua incolumità, lo tira fuori, gettando nella mischia Roberto Martinez

E' davvero troppo per il pubblico asturiano che, imbufalito, decide di passare all'azione. In poco tempo il terreno di gioco è sommerso da una fitta pioggia di cuscini, nello stesso momento in cui dalle tribune si leva uno spontaneo coro di protesta così tanto irriverente ed emblematico nella sua semplicità da diventare in futuro la colonna sonora dell'antimadridismo: “¡Así, así, así gana el Madrid!, cantano inviperiti gli asturiani, inneggiando sarcasticamente ai favori arbitrali ricevuti dalle Merengues: solo quando la furia asturiana accenna a placarsi, e dopo quasi dieci minuti di attesa, la gara può finalmente riprendere.

Paradossalmente, quasi a smentire le letras avvelenate di quel coro, il Real Madrid non esce trionfatore dal fortino del Molinón. In vantaggio grazie ad'autore del futuro azulgrana Quini, che beffa maldestramente suo fratello Castro, morto da eroe nel 1993 per salvare un bambino inglese dall'annegamento, i blancos, che quel campionato tuttavia conquisteranno, si fanno acciuffare in avvio di ripresa da una stoccata di Joaquin.
Il contestatissimo Sanz
Non prima, però, di aver ascoltato ancora una volta il solito ritornello, quando sul finale di tempo Benito azzoppa Mesa con un'entrataccia da codice penale: Sanz si avvicina a lunghe falcate al luogo del misfatto e, senza apparente esistazione, estrae il rosso, esibendolo all'indirizzo del madridista. Un attimo, dietrofront: quando si accorge di aver combinato un pasticcio, tenta di rimediare e rimette in fretta e furia la "roja" nel taschino, brandendo al suo la "amarilla" e commutando quella che era, a tutti gli effetti, un'espulsione in una più tollerante ammonizione. L'arbitro giustificherà l'atto di clemenza sostenendo la tesi della sbadataggine. Ma vallo a spiegare ai furenti tifosi rojiblancos.

Vincenzo Lacerenza

Fonti:
eurosport.es
deportes.elpais.com
futbol.as.com
hemeroteca.abc.es
mundodeportivo.com/hemeroteca


martedì 28 marzo 2017

L'incredibile storia dell'Equipo Fantasma

L'Equipo Fantasma nel famoso scatto di Lucho Flores
INCAPPUCCIATI - All'interno dello spogliatoio, i calciatori e lo staff della nazionale argentina si dispongono su tre file frastagliate e disomogenee. Quelli sistemati più in basso indossano giacca e cravatta d'ordinanza e cercano di mantenere un certo contegno istituzionale; dietro, invece, molto più informali, vestono l'uniforme da gioco e si affannano alla ricerca di un posticino nell'inquadratura abbarbicandosi sugli armadietti: il più fortunato riesce persino a sedersi, lasciando beatamente penzolare le gambe nel vuoto. Tutti hanno il volto celato da un cappuccio bianco, con due piccoli forellini all'altezza degli occhi, degno degli adepti di una confraternita religiosa o di una setta esoterica. Davanti a loro il fotografo Lucho Flores, che ha assecondato una geniale trovata del giornalista Miguel Tapia, entrambi stipendiati dal quotidiano "Hoy" di La Paz, sta per immortalare il momento. La posa è perfetta e la sceneggiatura tanto emblematica quanto provocatoria: il giorno prima, quando avevano avvolto i calciatori all'interno di lenzuoli bianchi per simboleggiare dei fantasmi, l'impatto ottenuto non era stato quello desiderato. Stavolta, invece, il messaggio di protesta lanciato tra le righe alla federazione, colpevole di averli piantati in asso, abbandonandoli scelleratamente al proprio destino, è abbastanza chiaro e intuitivo. 

SIVORI AL TIMONE  - Quando nel 1972 il mitologico Enrique Omar Sivori, dopo due brevi parentesi al Rosario Central e all'Estudiantes, accetta la panchina dell'Albiceleste, l'AFA gli affida il testimone lasciato libero da Juan Josè Pizzuti, leggendario condottiero del Racing Avellaneda campione del mondo nel '67, e lo incarica di una missione sicuramente non proibitiva, ma nemmeno banale: mettere l'Argentina su un aereo per la Germania Ovest, sede deputata ad ospitare il Mondiale del '74, riscattando così il fiasco della Selección del "Divino" Adolfo Pedernera che aveva incredibilmente bucato la rassegna iridata messicana del '70. Per questioni politiche, economiche e per finire campanilistiche, oltre che meramente sportive, un secondo fallimento sarebbe disastroso e quindi da scongiurare a tutti i costi. Non è un mistero il fatto che l'Argentina culli la velleità di ospitare la kermesse del '78 e, per questo, su un altro tavolo, ad un altro livello della rivalità, ha ingaggiato una serrata battaglia senza esclusioni di colpi con il Brasile: ovviamente, in questo senso, un flop albiceleste chiuderebbe le porte all'Argentina, spalancandole contemporaneamente al nemico giurato verdeoro. 

PRECOCCUPAZIONI E STRATAGEMMI - L'Albiceleste, inserita nell'insidioso gruppo 2, se la vedrà con Paraguay e BoliviaAnche se dopo il trionfale 4-0 inaugurale con la Bolivia a Buenos Aires, propiziato dalle doppiette di Brindisi ed Ayala, l'umore della truppa è alto, il "Cabezón" rimane abbottonato e mette in guardia i suoi circa le trappole che potranno incontrare durante il cammino. 
Alcuni "fantasmas" in ritiro
A preoccuparlo più d'ogni altra cosa è la trasferta del 23 Settembre in Bolivia: una settimana prima ci sarebbe il Paraguay. Ma quello è il meno. In quei giorni di meditazione e preparazione gli arriva all'orecchio una notizia secondo la quale proprio i Guaranì, spaventati allo stesso modo dalla trasferta in altura, effettueranno una ricognizione sulle ande boliviane per prevenire gli scherzi del "soroche", il famigerato mal di montagna che rende l'aria irrespirabile, favorisce l'insorgenza di fenomeni tachicardici e facilita la produzione di acido lattico, provocando frequenti giramenti di testa e rendendo le gambe più pesanti e le traiettorie disegnate dalla sfera imprevedibili. Senza spremersi le meningi, Sivori di colpo ha trovato la soluzione a tutti i grattacapi che gli frullavano nella mente. In fondo non è poi mica difficile: basta seguire l'esempio dell'Albirroja. Solo che il "Cabezónci mette quel pizzico d'originalità ch'era mancato ai paraguagi, convocando un'altra masnada di calciatori e assemblando di tutto punto un'autentica nazionale parallela. Ci sarebbe poi questo Manuel Ignomiriello, uno che ha visto nascere la generazione d'oro dell'Estudiantes dei vari Ramón Verón, Malbernat, Pachamè e Poletti, e che quindi di giovani se ne intende.  Sarebbe il selezionatore, cioè quello che se ne va in giro per l'Argentina ad adocchiare calciatori per conto dell'AFA, ma Sivori lo chiama a rapporto e lo pone a capo dell'Argentina dos, prima di spedirlo con la squadra ai duemilacinquecento metri di Tilcara, località della provincia di Jujuy al confine con la Bolivia. Quando Ignomiriello e i suoi partono per le Ande, alla gara con la Bolivia mancano settantacinque giorni. Sivori è scrupoloso e non intende lasciare nulla al caso: la squadra deve acclimatarsi all'aria rarefatta e farsi trovare pronta all'appuntamento con la Verde


I FANTASMAS - La rosa è discreta. Tra gli uomini su cui Don Miguel può fare affidamento ci sono, tra gli altri: Aldo Pedro Poy, l'autore delle celebre palomita al Newell's che valse un leggendario titolo al Central, Ubaldo Fillol, futuro iconico portiere del River e campione del Mondo nel '78, il telento illuminante del flemmatico Ricardo Bochini e un giovanissimo Mario Kempes: della comitiva fanno parte pure Juan Ramon Rocha, il portiere di riserva Jorge Tripicchio, lo straripante "Mandrake" Marcelo Trobbiani e il peronista convinto Rubén Oscar "Hueso" Glaria.
L'Argentina fantasma prima dell'amichevole col Cienciano
I calciatori partono da Ezeiza, dopo un primo periodo a Tilcara, attraversano l'altopiano della Quiaca e si spostano in Perù, prima di entrare in Bolivia a Oruro, e giungere a La Paz solo una settimana prima della gara. L'avventura dell'Albiceleste 2 sulle Ande si trasforma ben presto in un'odissea. L'albergo è spartano, il cibo carente e scadente, gli spostamenti su ferrovie in legno scomodi e tormentati. In tutto questo l'AFA, presieduta da Baldomero Gigàn, si lava le mani e chiude i rubinetti, abbandonando Don Miguel e la sua truppa al proprio destino: per saldare i conti e provvedere al proprio sostentamento i calciatori sono costretti a fare gli straordinari e raccattare qualche spicciolo giocando un numero esorbitante di gare amichevoli. In una di queste, nel'incantevole Cusco, al Cienciano Mario Kempes segna al sua prima rete, ovviamente non ufficiale, con la maglia della Selección. Al ritorno a Buenos Aires il "Matador" sale sulla bilancia: ha perso la bellezza di nove chili. Juan Josè "Jota Jota" Lopez, Reinaldo "Mostaza" Merlo e Jorge Troncoso, invece, faticano ad adattarsi e, provati dalla condizioni estreme, fanno immediato ritorno a casa.


DA PAJARO A FANTASMA - Intanto la nazionale ufficiale, quella dove sgambettano i vari Brindisi, Wolff e Balbuena, ha strappato un prezioso pari in quel di Asuncion grazie ad una rete del solito Ruben "Ratón" Ayala, cespuglioso e baffutto alfiere del San Lorenzo. La sera prima della gara con la Bolivia il "Cabezón" irrompe piuttosto a sorpresa nel ritiro dei fantasmas a La Paz. Ma non è solo. Ha portato i rinforzi: assieme a lui ci sono l'agile arquero Daniel Carnevali, che sfilerà il posto all'indomani a Fillol, il torreggiante stopper Ángel Hugo Bargas, nominato miglior giocatore argentino nel 1972, e i totem Miguel Brindisi, Enrique Wolff, Roberto Telch e Rubén Ayala. Sivori verrà ripagato.
Fornari festeggia il gol più importante della sua carriera
Il 23 Settembre 1972 all'Hernando Siles le cose per l'Argentina vanno bene. Dopo aver rimediato una gomitata  in pieno volto, lo sgusciante Oscar Fornari è stato a bordocampo per farsi medicare una narice sanguinante: quando rientra, fa in tempo a guadagnare l'area di rigore per convertire in rete con uno spettacolare colpo di testa in tuffo un traversone arrotato del "Ratón" Ayala, prima di piangere a dirotto pensando alla madre scomparsa solo qualche settimana prima. E' questo l'esatto momento in cui Oscar smette di essere "El Pajaro", e diviene per tutti "El Fantasma". L'Argentina vince di misura ed avvicina una qualificazione festeggiata una settimana più tardi con la vittoria per tre reti ad una ottenuta sul Paraguay tra le mura amiche. Ma ormai non si fa altro che parlare dell'Equipo Fantasma. La foto pubblicata dal quotidiano "Hoy" di La Paz, quella parecchio evocativa dei calciatori incappucciati, ripresa dal settimanale argentino "Goles", ha sortito gli effetti sperati, facendo gridare allo scandalo l'indignata opinione pubblica argentina. Se Sivori, soppiantato prima del mondiale Vladislao Cap, non sarà della spedizione, solo un elemento del nucleo originario dei fantasmas avrà il privilegio di rappresentare la propria patria sui campi tedeschi: Mario Alberto kempes. Mica uno qualunque.   

Vincenzo Lacerenza



Fonti:
nuncasinfutbol.blogspot.it
gazzetta.it
mondofutbol.com
sportmistreated.blogspot.it
lanaciona.com.ar
paginasiete.bo
eltribuno.info
diariopublicable.com
curiosidadesdelfutbol
deportes.elpopular.com.ar
elgrafico.com.ar



martedì 14 marzo 2017

Latinoamericana: l'Atletico Chalaco e il "leon porteño"

Una formazione dell'Atletico Chalaco ('80)
In maniera piuttosto sorprendente, ma non immeritata, il vecchio e glorioso Atletico Chalaco, risalito dagli inferi della Segunda Division soltanto nel 1972, chiude la Liguilla del Descentralizado 1979 al secondo posto, collocandosi alle spalle dello Sporting Cristal campione, e qualificandosi alla Copa Libertadores a braccetto coi cerveceros. Per la "Furia Chalaca", sulla cui panchina siede il "Cabezón " Cesar Cubilla, il risultato ottenuto, oltre ad essere per certi verti inaspettato, e a venire accolto con legittimo stupore misto a soddisfazione, ha una portata storica: mai i biancorossi, inseriti nel gruppo 1 assieme alle argentine River Plate e Velez Sarsfield e ai connazionali dello Sporting Cristal, avevano preso parte alla regina delle competizioni sudamericane. Non ci riusciranno più.

Dopo il lusinghiero 0-0 di Lima con cui l'Atletico Chalaco inaugura l'avventura continentale, c'è attesa per il primo, storico incontro casalingo dei rojiblancos in Copa Libertadores. Anche se per questioni logistiche e pragmatiche - come favorire un maggior afflusso di pubblico - così da garantirsi un incasso più alto dai proventi della vendita dei tagliandi - alla leggendaria dimora del club, il piccolo Estadio Telmo Carbajo di Callao, viene preferito il mastondontico e più accogliente Estadio Nacional di Lima, quello che hanno in mente i portenos è un'imponente cerimonia di benvenuto. Nelle settimane che precedono il grande evento, in programma per il primo Marzo, fervono i preparativi e non mancano le idee, alcune anche bizzarre e pittoresche: la più ortodossa è quella di affidare l'apertura delle danze alla banda della Marina, incaricata di far risuonare le soavi note di "Nostalgia Chalaca", inno incontrastrato della città, tra due ali di bambini in festa.

Ad un certo punto la dirigenza biancorossa, sempre alla spasmodica ricerca di soluzioni che diano un tocco identitario, originale ed accattivante alle celebrazioni, fa una pensata geniale. Si ricorda dell'apodo con cui la squadra è conosciuta in Perù, "El Leon Porteño", e si mette in contatto con un circo della zona a cui rivolge una richiesta tanto singolare quanto precisa: vogliono un leone in prestito per un giorno.
Il "leon porteño"
L'idea è quella di adagiare la belva, rinchiusa in una gabbia con le sbarre dipinte di bianco e rosso, su un apposito carrello trainato da un piccolo rimorchio per fargli fare la cosiddetta "vuelta olimpica" prima dell'inizio della partita. I biancorossi si augurano di vedere premiati i tanti sforzi con un ruggito spavaldo e terrificante del re della foresta, utile ad incutere timore agli avversari e a galvanizzare il pubblico chalaco. Ma, quando giunge il momento fatidico, la mascotte del club sembra divertirsi a fare i dispetti, e se ne sta placida, preferendo una bella pennichella al feroce ruggito tanto richiesto e atteso. E' un fiasco totale.


In campo, le cose per l'Atletico Chalaco, che pure può contare su elementi discreti come l'iconico portiere uruguagio Fernando Apolinario, passato alla storia per una copertina in cui lo si vede seduto sui talloni nel bel mezzo del terreno di gioco mentre fa da cavia a una nuova acconciatura partorita dal famigerato stilista e parrucchiere Toto Hall, e i nazionali peruviani Oscar Arizaga e Walter "Chueco" Escobar, non vanno mica meglio.
Toto Hall da una sistemata ai capelli di Apolinario
Il Velez Sarsfield di Jorge Solari, guidato in campo dello strepitoso volante Carlos Ischia, è anch'esso neofita della competizione, ma si rivela avversario qualitativamente troppo superiore alla "Furia Chalaca", schiantata da una zuccata di Josè Castro e da una rete dell'ineccepibile "rematador" Osvaldo Damiano. Il resto del cammino, proibitiva doppia trasferta argentina compresa, sarà, come peraltro ampiamente prevedibile, lastricato di sconfitte e cocenti umiliazioni. Nella gara di ritorno di Liniers, tra la valanga di reti, cinque, con cui il "Fortin" seppellirà prepotentemente  i rojiblancos, arriveranno, però, le storiche, e uniche, due reti dell'Atletico Chalaco in Copa Libertadores: a firmarle saranno Marcos Portilla e Oswaldo Flores.


Vincenzo Lacerenza


Fonti:
pasionfutbol.com
dechalaca.com
fotosfutbolperuano.blogspot.it
arkivperu.com

mercoledì 1 marzo 2017

Mariscal Santa Cruz: l'unica regina boliviana del Sudamerica

Una formazione del Mariscal
Lanciato uno sguardo dall'altra parte dell'Oceano, nel 1970 la CONMEBOL presieduta dal peruviano Teófilo Salinas, trapianta in Sudamerica una manifestazione sulla scorta della Coppa Uefa, la chiama "Copa Ganadora" e la affianca alla Libertadores, diventata nel frattempo la regina incontrastata delle Americhe: l'idea alla base è quella di accendere i riflettori e dare visibilità a tutte quelle formazioni, e quei Paesi, che si dimenano alla periferia dell'impero. Le regole d'ingaggio sono chiare e piuttosto intuitive: ammesse al torneo sono le terze classificate dei principali campionati latini e le finaliste perdenti delle coppe nazionali. Brasile e Colombia, dubbiose sulla caratura tecnica del torneo, declinano l'invito e disertano la rassegna. Le rappresentati degli altri otto paesi, invece, si presentano regolarmente ai nastri di partenza e vengono sistemate in un due gruppi disomogenei: le gare del primo, composto da tre formazioni, si disputano a Quito, mentre le sedi deputate ad ospitare gli incontri del secondo, dove confluiscono le restanti cinque compagini, sono le boliviane La Paz e Cochabamba. Le vincenti dei due raggruppamenti si ritroveranno in finale.

Se l'Argentina è rappresentata dall'Atlanta, l'Ecuador dall'El Nacional, il Paraguay dal Libertad, il Perù dal decaduto Deportivo Municipal, il Cile dall'Unión Española, l'Uruguay dal Rampla Juniors e il Venezuela dal Canarias, tocca al misconosciuto Mariscal Santa Cruz l'onore e l'onere di tenere alto lo stendardo boliviano nel Continente. Negli ultimi anni "La Academia", fondata nel 1923 sotto le spoglie di Northern Football, ha vissuto un periodo piuttosto travagliato e turbolento dal punto di vista finanziario, sportivo e anche emotivo. Addirittura, nel 1958, oberato dai debiti, il presidente tedesco Kurt Koenigfest non ha trovato altra soluzione a quella tragica del suicidio. Per venir fuori dalla crisi economica che ne aveva paralizzato le attività sportive, causandone anche la retrocessioneP poi, nel 1965 il club passa nelle mani delle Forze Armate. Quell'anno, in occasione del centenario della sua morte, con un beau geste la Francia riconsegna alla  Bolivia le spoglie di Andrés de Santa Cruz, reggente della Confederazione Peruviana-Boliviana ai tempi della guerra d'indipendenza, nonchè uno dei primi presidenti della Repubblica Boliviana. E' la sua memoria che l'esercito decide di omaggiare quando cambia la denominazione del club dall'originario "Northern football" al nuovo "Mariscal Santa Cruz". 

Con l'avvento dei militari, il club, ad un passo dal baratro, risorge dalle proprie ceneri e di colpo rifiorisce: riconquistata la massima categoria, dopo averla smarrita durante il periodo di decadenza, il "Cardinal", che è stato l'ultimo porto del "Maestro" Victor Agustín Ugarte - eroe del Sudamericano vinto dalla verde nel '63 - sale sul gradino più basso del podio per tre edizioni consecutive del Campeonato Nacional. Nel gennaio del '67, poi, approdano a La Paz due argentini destinati a fare la storia degli albicelestes e di tutto il fútbol boliviano: si chiamano Juan Américo Díaz e Juan Farías. La coppia è ben assortita. Il primo, proveniente da Santiago del Estero, è torreggiante e implacabile sotto porta, tanto che in patria, impressionati da una tracotanza atletica fuori dal comune, lo hanno preso a chiamare "el Tanque"; l'altro, invece, estroso, funambolico, e sgusciante è in possesso di una "zurda" poetica con cui fa ammattire terzini e disperare portieri.
Eliseo Báez col "Tanque" Díaz
Negli anni successivi l'ossatura dei biancocelesti viene puntellata ulteriormente: vestono anche il biancoceleste anche gli argentini Gramajo e Victor Montoya, e i paraguagi Zimmerliz, portiere di sicuro affidamento, il mediano Josè Gimenez e i fratelli Báez: dei due sarà il maggiore, Eliseo, volante de creación con il vizio del goal, quello che lascerà il segno più profondo, rivelandosi l'arma in più de la Academia durante l'avventura in Copa Ganadora. Il mercato interno, invece, regala al "
Cardinal" Remberto Gonzáles e Genaro Hurtado: se  "Chembo" è uno spilungone forte nel gioco aereo a suo agio nel battagliare e fare a sportellate in area di rigore, il "Peje", tutto all'opposto, è un' ala destra rapida e brevilinea, brava a seminare il panico sulle corsie per poi scodellare palloni invitanti nel mezzo. A capitanare la flotta, in cui compaiono solo tre boliviani, c'è Felix Deheza, totem della Verde sostuito in panchina nel 1950 dall'italiano Mario Pretto proprio alla vigilia della spedizone iridata brasiliana. 

Per il Mariscal, collocato nel gruppo 2 assieme ad Atlanta, Unión Española, Deportivo Muncipal, e Rampla Junios, la prima fase si rivela parecchio agevole: in scioltezza la Academia si libera 1-0 degli argentini all'esordio, demolisce 4-1 gli uruguagi, supera di misura 2-1 i cileni e chiude la serie, concedendo il pareggio (1-1) ai peruviani. I boliviani impressionano per la mole di gioco prodotta, il sensazionale numero di reti realizzato e l'apparente facilità con cui staccano il pass per la finale con gli ecuatoriani dell'El Nacional, vincitori del grupo 1. Anche se il goal più bello lo mette a segno dal "Peje" Hurtado, quando con una sventola dai venticinque metri incenerisce il povero Olivares dell'Unión Española, dando il là alla rimonta poi completata a scapito dei cileni, il grande protagonista, e assoluto trascinatore dei paceni, è Eliseo Báez, autore di tre reti.

Curiosamente anche l'El Nacional, nato solamente dieci anni prima da un'idea del capitano di fanteria Jorge Antonio Araque, è controllato dai militari: nei primi anni di permanenza nel massimo circuito ecuatoriano, addirittura, il legame con le Forze Armate era così stretto che nella rosa rossoblu erano inquadrati alcuni elementi dell'esercito, e la squadra era conosciuta col nome di "Selección del Ejercito". Nel 1967, poi, arriva il primo titolo sotto la conduzione dell'italiano delle Americhe Vessillo Bartoli. Quell'anno Tom Rodríguez, goleador di razza, mette in mostra tutto il proprio campionario, segna sedici reti e viene nominato giocatore dell'anno in Ecuador. Tre anni dopo è lui lo spauracchio del Mariscal nella finale di Copa Ganadora. 

A Quito, tuttavia, i boliviani sanno soffrire, rimangono compatti e riescono a mantenere la porta inviolata, strappando un prezioso 0-0.  Restare in partita senza compromettersi troppo, per poi giocarsi le proprie carte in casa era, d'altronde, l'obiettivo de la Academia. Una settimana più tardi trentamila aficionados riempiono le gradinate dell'Hernando Siles. Il Cardinal, sospinto dal calore della sua gente, non diserta l'appuntamento con la storia. E' ancora una volta Eliseo Báez a salire in cattedra e prendersi il proscenio.
Uno scatto della finale
Servito da Hurtado il paraguagio prima sblocca il risultato, eludendo l'uscita disperata di Bautista, poi, nella ripresa, è glaciale nel calciare a pelo d'erba il calcio di rigore del raddoppio, proiettando la Bolivia sulla mappa del calcio continentale e scrivendo una pagina storica per tutto il movimento andino, scioccato solo qualche mese prima dalla drammatica sciagura aerea del The Strongest.  A La Paz esplode la festa. Il presidente della Repubblica Alfredo Osvaldo
Candía vuole rendere omaggio ai campioni e li invita a Palazzo Quemado. E' sicuramente il momento più nobile della storia del Mariscal, e forse, a livello di club, anche di tutto l'universo boliviano. Per il "Cardinal", sarà, invece, l'inizio della fine. Sei anni più tardi, dopo averlo prima nazionalizzato e smantellato, il dittatore boliviano Hugo Banzer ordinerà la dissoluzione coatta del glorioso Mariscal Santa Cruz, rimasta ancora oggi l'unica formazione boliviana capace di sollevare un trofeo al di fuori dei confini nazionali. 

Vincenzo Lacerenza


Fonti e foto:
historiadelfutbolboliviano.com
paginasiete.bo
historiascoperas.blogspot.com
leyendasyrelatosdefutbol.com
gol.com.bo
pasionfutbol.com
onceaonce.blogspot.com
mifutbolecuador.wordpress.com
la-razon.com
lostiempos.com

martedì 7 febbraio 2017

Il Maracanazo del Camerun

« Qui l’aurait cru, qui l’aurait cru la république populaire du Congo est championne de la coupe d’Afrique des nations de football »

Ghislain Joseph Gabio


Il Camerun alla CAN 1972
Ottenuta l'assegnazione dell'ottava edizione della Coppa d'Africa, il Camerun sa di avere addosso gli occhi del Continente Nero e, come logico, non ha nessuna voglia di farsi trovare impreparato. La gente è in fermento. Vengono appesi striscioni di benvenuto, si stampano riviste a tema e i negozi fanno a gara per adornare le vetrine con i gadget dell'evento. Anche la federazione si è mossa a dovere. Per prima cosa ha ingaggiato l'allenatore tedesco Peter Schnittger, artefice del sensazionale quarto posto della Costa d'Avorio nell'edizione precedente, che nel frattempo si è tolto pure lo sfizio di vincere una Coppa dei Campioni d'Africa al timone del Canon Yaoundè, e poi, subito dopo, ha allargato i cordoni della borsa, destinando ingenti fondi per la costruzione degli stadi di Yaoundè e Douala, le due città deputate ad ospitare la manifestazione. Infine, di comune accordo con Schnittger, per stare più tranquilli e fare bella figura si è deciso di rendere più competitiva la comitiva, richiamando agli ordini due professionisti del calibro di Jean-Pierre Tokoto e Joseph Maya, stella dei francesi dell'Olympique Marsiglia: la maestranza più cospicua è quella composta dai calciatori del blasonato Canon di Yaoundè.

I Leoni Indomabili, che non sono ancora conosciuti come tali, vengono sistemati nel gruppo A, quello riservato come consuetudine ai padroni di casa, e si ritrovano in compagnia del talentuoso Mali del Pallone d'oro Africano 1970 Salif Keita, forse la favorita per la vittoria finale, e delle matricole Kenya e Togo. Questi ultimi sono più temibili e possono aspirare a recitare un ruolo da outsider: trascinati dal formidabile Edmond Apeti, universalmente conosciuto come Docteur Kaolo, nelle qualificazioni gli Sparvieri hanno infilato uno scalpo prestigioso nel curriculum, mettendo i bastoni fra le ruote al Ghana e uscendo dal catino di Accrà con le braccia alzate e un biglietto per il Camerun in tasca. Tuttavia, niente di così proibitivo per chi non fa mistero di puntare alla corona continentale.

Nonostante le insidie annidate in partite sulla carta più che abbordabili, la fase a gruppi si rivela quasi una passeggiata per la truppa di Schnittger: il Camerun parte col piede giusto, liquidando 2-1 il Kenya nella gara inaugurale, e prosegue approfittando dell'ingenuità di un Togo sciupone per batterlo 2-0 e prenotare un posto in semifinale.
Jean-Pierre Tokoto
Nell'ultima gara col Mali, in un appuntamento che serve solamente a delineare le gerarchie del ragguppamento, tocca a Charles Léa Eyoum pareggiare la rete del maliano Fantamandy Keita, capocannoniere solitario di quell'edizione con cinque reti, e preservare la verginità dell'Omnisports, scongiurando il sorpasso all'ultima curva delle Aquile in vetta alla graduatoria. In semifinale i Leoni Indomabili se la vedranno con il Congo. Nell'altro gruppo a regnare è l'equilibrio: alle spalle dello Zaire, Congo e Marocco sono appiate a tre punti e condividono la medesima differenza reti. Il sorteggio manda in paradiso i Leoni, e spedisce all'inferno Faras e soci.


Il pubblico camerunense già pensa alla finale e prepara la festa: la semifinale viene considerata solo una fastidiosa formalità da sbrigare il prima possibile. Nell'immaginario collettivo camerunense, il Congo rappresenta la vittima sacrificale ideale. Lo scarno pedigree internazionale della selezione di Brazzaville, d'altronde, sembra avvalorare questa tesi. I Leoni, guidati da Adolphe Bibanzolou, hanno debuttato nell'edizione precedente, venendo sbattuti fuori al primo turno. E anche se possono contare sull'apporto di alcuni calciatori provenienti dall'Europa, tra cui Francois Mpelè, che nella cadetteria francese si è fatto un nome a forza di gonfiare reti al servizio dell'Ajaccio, proprio non possono intimorire. Il campo, però, come spesso accade, racconta un'altra storia. Il Camerun soffre oltremodo la maggior brillantezza e vivacità atletica dei congolesi e, alla mezzora, viene sorprendentemente punito da unaterricante staffilata dai trenta metri di Noël "Pépé" Minga Tchibinda.
François M'Pelè
Sugli spalti dell'Omnisports, leggermente bagnati da una pioggerellina intermittente, scende il gelo. Nonostante i reitarati assalti alla diligenza rossa, il fortino eretto dai Leoni regge egregiamente, e tutti gli attacchi camerunensi finiscono ineluttabilmente per essere rimbalzati da una rocciosa linea Maginot composta da Ndéngaki, Niangou, Ngassaki e capitan Ndoulou. In porta, poi, a fare i miracoli c'è Maxime Matsmima, uno a cui in patria hanno appiccicato un soprannome che è tutto un programma: lo chiamano Yachine. E non a caso. 


A cinque minuti dal tripliche fischio, in pieno forcing disperato, uno spaventoso colpo al capo mette fuori gioco il capitano camerunense Emanuel Mvè, costringendo i Leoni Indomabili a giocare in inferiorità numerica: scoppierà a piangere in ospedale quando, riacquistati i sensi, verrà a sapere dell'eliminazione dei propri compagni. E' la resa. A Yaoundè si consuma il dramma perfetto. Il Camerun precipita nello sconforto. Fatte le debite proporzioni, un'esperienza simile a quella vissuta dal Brasile dopo il Maracanazo del 1950. Il pubblico, in preda ad uno stato d'animo tra lo scioccato e lo sconsolato, abbandona con la coda tra le gambe gli spalti dell'OmnisportS, e non torna per la finale, boicottando bellamente l'ultimo atto tra i congolesi e il Mali. La Medaglia di bronzo, messa al collo dopo aver strapazzato 5-2 lo Zaire dello jugoslavo Vidinic, sarà solo una magra consolazione, cosi come quella di vedere i propri giustizieri trionfare 3-2  sul Mali dei Keita e del tedesco Weigang grazie alla doppieta di Jean-Michel Mbono, per tutti "le sorcier", e dal prezzemolino sigillo di Mpelè. In uno spettrale Omnisports, i Diavoli Rossi riceveranno il trofeo dalle mani del presidente Ahmadou Ahidjo, uno dei pochi camerunensi presenti sugli spalti quel giorno. 

Vincenzo Lacerenza