martedì 7 febbraio 2017

Il Maracanazo del Camerun

« Qui l’aurait cru, qui l’aurait cru la république populaire du Congo est championne de la coupe d’Afrique des nations de football »

Ghislain Joseph Gabio


Il Camerun alla CAN 1972
Ottenuta l'assegnazione dell'ottava edizione della Coppa d'Africa, il Camerun sa di avere addosso gli occhi del Continente Nero e, come logico, non ha nessuna voglia di farsi trovare impreparato. La gente è in fermento. Vengono appesi striscioni di benvenuto, si stampano riviste a tema e i negozi fanno a gara per adornare le vetrine con i gadget dell'evento. Anche la federazione si è mossa a dovere. Per prima cosa ha ingaggiato l'allenatore tedesco Peter Schnittger, artefice del sensazionale quarto posto della Costa d'Avorio nell'edizione precedente, che nel frattempo si è tolto pure lo sfizio di vincere una Coppa dei Campioni d'Africa al timone del Canon Yaoundè, e poi, subito dopo, ha allargato i cordoni della borsa, destinando ingenti fondi per la costruzione degli stadi di Yaoundè e Douala, le due città deputate ad ospitare la manifestazione. Infine, di comune accordo con Schnittger, per stare più tranquilli e fare bella figura si è deciso di rendere più competitiva la comitiva, richiamando agli ordini due professionisti del calibro di Jean-Pierre Tokoto e Joseph Maya, stella dei francesi dell'Olympique Marsiglia: la maestranza più cospicua è quella composta dai calciatori del blasonato Canon di Yaoundè.

I Leoni Indomabili, che non sono ancora conosciuti come tali, vengono sistemati nel gruppo A, quello riservato come consuetudine ai padroni di casa, e si ritrovano in compagnia del talentuoso Mali del Pallone d'oro Africano 1970 Salif Keita, forse la favorita per la vittoria finale, e delle matricole Kenya e Togo. Questi ultimi sono più temibili e possono aspirare a recitare un ruolo da outsider: trascinati dal formidabile Edmond Apeti, universalmente conosciuto come Docteur Kaolo, nelle qualificazioni gli Sparvieri hanno infilato uno scalpo prestigioso nel curriculum, mettendo i bastoni fra le ruote al Ghana e uscendo dal catino di Accrà con le braccia alzate e un biglietto per il Camerun in tasca. Tuttavia, niente di così proibitivo per chi non fa mistero di puntare alla corona continentale.

Nonostante le insidie annidate in partite sulla carta più che abbordabili, la fase a gruppi si rivela quasi una passeggiata per la truppa di Schnittger: il Camerun parte col piede giusto, liquidando 2-1 il Kenya nella gara inaugurale, e prosegue approfittando dell'ingenuità di un Togo sciupone per batterlo 2-0 e prenotare un posto in semifinale.
Jean-Pierre Tokoto
Nell'ultima gara col Mali, in un appuntamento che serve solamente a delineare le gerarchie del ragguppamento, tocca a Charles Léa Eyoum pareggiare la rete del maliano Fantamandy Keita, capocannoniere solitario di quell'edizione con cinque reti, e preservare la verginità dell'Omnisports, scongiurando il sorpasso all'ultima curva delle Aquile in vetta alla graduatoria. In semifinale i Leoni Indomabili se la vedranno con il Congo. Nell'altro gruppo a regnare è l'equilibrio: alle spalle dello Zaire, Congo e Marocco sono appiate a tre punti e condividono la medesima differenza reti. Il sorteggio manda in paradiso i Leoni, e spedisce all'inferno Faras e soci.


Il pubblico camerunense già pensa alla finale e prepara la festa: la semifinale viene considerata solo una fastidiosa formalità da sbrigare il prima possibile. Nell'immaginario collettivo camerunense, il Congo rappresenta la vittima sacrificale ideale. Lo scarno pedigree internazionale della selezione di Brazzaville, d'altronde, sembra avvalorare questa tesi. I Leoni, guidati da Adolphe Bibanzolou, hanno debuttato nell'edizione precedente, venendo sbattuti fuori al primo turno. E anche se possono contare sull'apporto di alcuni calciatori provenienti dall'Europa, tra cui Francois Mpelè, che nella cadetteria francese si è fatto un nome a forza di gonfiare reti al servizio dell'Ajaccio, proprio non possono intimorire. Il campo, però, come spesso accade, racconta un'altra storia. Il Camerun soffre oltremodo la maggior brillantezza e vivacità atletica dei congolesi e, alla mezzora, viene sorprendentemente punito da unaterricante staffilata dai trenta metri di Noël "Pépé" Minga Tchibinda.
François M'Pelè
Sugli spalti dell'Omnisports, leggermente bagnati da una pioggerellina intermittente, scende il gelo. Nonostante i reitarati assalti alla diligenza rossa, il fortino eretto dai Leoni regge egregiamente, e tutti gli attacchi camerunensi finiscono ineluttabilmente per essere rimbalzati da una rocciosa linea Maginot composta da Ndéngaki, Niangou, Ngassaki e capitan Ndoulou. In porta, poi, a fare i miracoli c'è Maxime Matsmima, uno a cui in patria hanno appiccicato un soprannome che è tutto un programma: lo chiamano Yachine. E non a caso. 


A cinque minuti dal tripliche fischio, in pieno forcing disperato, uno spaventoso colpo al capo mette fuori gioco il capitano camerunense Emanuel Mvè, costringendo i Leoni Indomabili a giocare in inferiorità numerica: scoppierà a piangere in ospedale quando, riacquistati i sensi, verrà a sapere dell'eliminazione dei propri compagni. E' la resa. A Yaoundè si consuma il dramma perfetto. Il Camerun precipita nello sconforto. Fatte le debite proporzioni, un'esperienza simile a quella vissuta dal Brasile dopo il Maracanazo del 1950. Il pubblico, in preda ad uno stato d'animo tra lo scioccato e lo sconsolato, abbandona con la coda tra le gambe gli spalti dell'OmnisportS, e non torna per la finale, boicottando bellamente l'ultimo atto tra i congolesi e il Mali. La Medaglia di bronzo, messa al collo dopo aver strapazzato 5-2 lo Zaire dello jugoslavo Vidinic, sarà solo una magra consolazione, cosi come quella di vedere i propri giustizieri trionfare 3-2  sul Mali dei Keita e del tedesco Weigang grazie alla doppieta di Jean-Michel Mbono, per tutti "le sorcier", e dal prezzemolino sigillo di Mpelè. In uno spettrale Omnisports, i Diavoli Rossi riceveranno il trofeo dalle mani del presidente Ahmadou Ahidjo, uno dei pochi camerunensi presenti sugli spalti quel giorno. 

Vincenzo Lacerenza






martedì 24 gennaio 2017

Gli Elefanti e la punizione esemplare di Guei

Gli Elefanti alla CAN 2000
Un golpe preannunciato - Il 24 Dicembre 1999 il presidente della Costa d’Avorio Henri Konan Bédié, fautore di quella xenofoba politica dell'”ivorianità” che aveva contribuito ad inasprire le tensioni etniche tra le genti del Nord e quelle del Sud, facendo precipitare il Paese sull’orlo di un conflitto civile, viene destituito da un colpo di stato militare. Il modus operandi è quello classico. Al grido di “Nous sommes venus balayer la maison” i golpisti capitanati dal veccho generale Robert Guei, epurato quattro anni prima dallo stesso Bediè, assumono il controllo dei centri del potere, istituiscono posti di blocco per presidiare al meglio strade e quartieri, e si prodigano nello scarcerare i detenuti politici. Poi un tronfio Guei appare in tv per il canonico discorso alla nazione, dove annuncia lo scioglimento di tutti gli organi legati al precedente governo, promette un giro di vite per ridurre la criminalità e combattere la corruzione, e si affretta a tranquillizzare la popolazione e gli operatori internazionali: garantisce la sicurezza di tutti, e rassicura i partner politici ed economici sul rispetto degli accordi in essere.
 
Preso il potere, e dopo aver invitato il popolo a mantere un tenore di vita austero e poco dissoluto attraverso una capillare e massiccia campagna di sensibilizzazione, il 4 Gennaio istituisce, e si pone a capo di un Comitato di Salute Pubblica, a cui assegna il compito di traghettare il paese verso libere elezioni. Una manciata di giorni più tardi manda il proprio in bocca al lupo alla nazionale ivoriana in partenza per la Coppa d’Africa.

Storie tese - Anche se il torneo si disputa in Ghana, gli Elefanti scelgono di effettuare il ritiro preparatorio in Guinea. Il clima nel clan ivoriano è tutt’altro che sereno. Durante una partitella d’allenamento, Blaise Kouassi sbaglia la misura di un passaggio. Il difensore del Parma e meteora romanista Saliou Lassisi, che sarebbe il destinario, è parecchio contrariato e ha un modo decisamente sopra le righe per comunicare il proprio dissenso: si avvicina al malcapitato Kouassi e gli rifila una testata, spaccandogli il labbro.
Saliou Lassisi
L’allenatore Gbonkè Tia Martin è furibondo. Al rientro in albergo lo rimprovera categoricamente, ricevendo in cambio gli insulti di Lassisi, immediatamente sanzionato e rispedito ad Abidjan, dove verrà costretto a fare mea culpa in diretta televisiva.

Nonostante un pari col Togo all’esordio, ed una perentoria vittoria sui beniamini di casa propiziata dalle reti di Kalou e Siè, il sipario sull’avventura ghanese della Selephanto cala già al primo turno. La Costa d’Avorio viene estromessa per una questione di differenza reti, ma al generale golpista poco interessa: l’eliminazione, seppur onorevole, è comunque intollerabile e disdicevole. Attorno alla nazionale, infatti, si erano radunate aspettative mirabolanti, e pochi ivoriani si sarebbero immaginati un ritorno a casa così precoce. Ad esempio il popolare giornale Le Patriote, che si sbilanciava e prefigurava addirittura una finale degli uomini di Gbonkè, scrive senza un filo di rammarico frammisto ad indignazione “toutes les dispositions avaient été prises pour voir les Eléphants barrir au soir du 13 février

Punizione esemplare -  Il volo di rientro, destinato ad atterrare ad Abidjan, viene dirotatto verso la capitale Yamoussokro. Quando sbucano dalla fusoliera, anzichè il presidente federale Dieng Ousseynou, gli Elefanti trovano ad attenderli un nutrito capannello di militari: ufficialmente sono lì per scortare i giocatori e tenerli al riparo dalle intemperanze di qualche scalmanato tifoso. Ma la realtà è un’altra. Ibrahima Bakayoko, stella della nazionale e dell’Olympique Marsiglia, e i compagni, vengono caricati su delle camionette e trasportati coattivamente nel rinomato campo militare di Zambrako.
Ibrahima Bakayoko
La giunta militare di Guei non ha perdonato la figuraccia fatta in Ghana: accusati di scarso patriottismo dopo aver intascato l’anticipo sui premi partita, i calciatori vengono trattenuti per due giorni e due notti (inizialmente era prevista una settimana) e sono costretti ad affrontare un cosiddetto percorso di rieducazione civica.

Gli Elefanti, tra cui ci sono anche Alain Gouamene, l’eroico portiere protagonista del trionfo del 1992, e il cugino di Drogba Olivier Tebily, vengono sottoposti alla ferrera e inflessibile disciplina imposta dai militari: svegliata all’alba, la comitiva ivoriana deve ossequiare alla tradizionale cerimonia del “lever des couleurs”, ed è obbligata ad eseguire pedissequamente le  disposizioni impartite dagli ufficiali.

La fine dell'incubo - Dopo quarantotto ore di detenzione coatta, la Selephanto abbandona il campo di Zambrako e va a sfilare militarescamente sotto gli occhi di Guei ad Abidjan. Prima di ottenere l’agognato rompete le righe, e quindi il permesso di poter raggiungere le rispettive squadre di club, i calciatori devono anche sorbirsi la paternalistica predica del Capo dello Stato, che alla vigilia della Coppa d’Africa aveva chiesto loro di “giocare con il cuore e con i piedi”: “Questa è l’ultima volta che tolleriamo una cosa del genere. La prossima volta rimarrete per tutta la durata del servizio militare, vale a dire diciotto mesi. A bon entendeur, salut!“, chiosa minacciosamente il Presidente golpista, mentre si librano nell’aria le note dell’Abidjanaise, l’inno nazionale ivoriano.
 
In tutta questa faccenda la CAF, presieduta da Issa Hayatou, si girerà dall’altra parte e non muoverà un dito, lasciando alla FIFA l’onere di ammonire ufficialmente le autorità sportive ivoriane.

Vincenzo Lacerenza 

Fonti:
liberation.fr
francefootball.fr
sofoot.com

martedì 17 gennaio 2017

Il volo più bello delle Gru: l'Uganda ad un passo dalla Coppa d'Africa

L'Uganda alla CAN 1978
La notte del 25 Gennaio 1971 è una notte dai lunghi coltelli. Colpi di mortaio squarciano le tenebre. I golpisti capeggiati da Idi Amin Dada entrano a Kampala. Stringono d’assedio le caserme, si impossessano dei nuclei del potere e fanno cadere il governo di Obote: obiettivo raggiunto.

E' la genesi dellala dittatura di Amin Dada. Inizialmente salutata con favore dalle potenze Occidentali,  specie per la deriva comunista assunta da quella precedente, passerà alla storia come una delle più cruente e sanguinarie di tutta la storia politica del Continente Nero. Appena insediatosi al potere Amin Dada inizia le repressioni e le persecuzioni nei confronti delle minoranze etniche. Ad entrare nel mirino dell’istrionico dittatore sono soprattutto le popolazioni nilotiche settentrionali: Amin teme infatti la superiorità numerica nell’esercito degli acholi e dei langi. Ne ordina l’eliminazione, cosi come chiede l’allontanamento dal paese degli asiatici, a sua detta troppo ingerenti nelle questioni economiche.

Lo chiamano Big Daddy, per via della sua statuaria imponenza fisica. Evidentemente però un solo soprannome non basta per appagare il suo ego smisurato. Conia allora lui stesso l’appellativo con cui ama essere identificato e adorato: “Sua Eccellenza il presidente a vita, feldmaresciallo Al Hadji dottor Idi Amin, VC, DSO, MC, signore di tutte le bestie della Terra e dei pesci del mare, e conquistatore dell’impero britannico in Africa in generale e in Uganda in particolare“. Tra una strizzatina d'occhio al colonnello Gheddafi, ed un’altra agli indipendentisti scozzesi, Big Daddy deve guardarsi le spalle dai sostenitori lealisti ad Otobe e da Otobe stesso, ospitato nel frattempo dalla Tanzania: il leader spodestato sta tramando il controgolpe. Inevitabilmente, l’appoggio offerto del presidente tanzaniano Julius Nyerere contribuisce ad inasprire le tensioni ed ad innalzare una cortina di ferro tra i due paesi. Venti di guerra iniziano a spirare in Africa Orientale. Il conflitto appare inevitabile. Purtroppo, lo sarà.

Nel 1978 l’Uganda è un paese sull’orlo di un conflitto fratricida con la Tanzania, funestata dal potere bulimico del suo dittatore e attraversata da tensioni e contraddizioni di ogni genere. Quell'anno è in programma anche la Coppa d’Africa. Dopo due eliminazioni consecutive al primo turno, le Gru, soprannome con quale sono conosciuti i calciatori ugandesi, hanno tutta l'intenzione di fare bella figura, contribuendo a regalare una piccola gioia in un momento delicato e drammatico come quello.


La selezione di Peter Okee si qualifica superando l’Etiopia nel secondo turno con un 2-1 tra le mura amiche, dopo un pareggio a reti inviolate ad Addis Abeba. La manifestazione ospitata dal Ghana prende il via il 5 Marzo 1978 con la vittoria della selezione di casa sullo Zambia. Una vittoria di misura per 2-1. Sofferta oltre le aspettative, ma importante per lanciare un messaggio alla concorrenza. Dopo i due allori consecutivi del 1963 e del 1965, e le due piazze d’onore ottenute nel 1968 e nel 1970, le Black Stars hanno disertato l’appuntamento con la massima competizione calcistica africana per ben tre edizioni consecutive. Una ferita troppo grande per una delle scuole calcistiche egemoni dell’universo africano. Da rimarginare alzando il trofeo sotto le stelle nere di Accra.

Tra le rivali più accreditate ci sono il Marocco, campione uscente e la sempreverde Nigeria. La Costa d’Avorio e il Mali poi nemmeno vi partecipano: entrambe le formazioni vengono squalificate per irregolarità commesse nei precedenti turni di qualificazione. Una sliding door in cui si infila di prepotenza la selezione dell’Alto Volta, l’odierna Burkina Faso. Il destino riserva all’Uganda il gruppo B. La compagnia è gradevole, ma da non sottovalutare: sistemate nello stesso girone ci sono la Tunisia, il Congo-Brazzaville, ma soprattutto il Marocco detentore del trofeo.

Le Gru iniziano il loro cammino a Kumasi. Nella Garden City, gli uomini di Okee si impongono con un perentorio 3-1 sul Congo-Brazzaville. Segnano Omondi, Semwanga e Kisitu. Philip Omondi è la guida tecnica, carismatica e quasi spirituale delle Cranes. Dotato di un innato fiuto del goal, il suo ex allenatore David Otti lo ricorda così: “Nessun ugandese potra mai eguagliarlo, poteva cambiare la partita in una frazione di secondo. Non ho mai visto un giocatore come lui“. Otti non era un semplice allenatore. Era un padre putativo, un mentore. Quando nel 1973 il diffidente Robert Kiberu sbarra le porte della nazionale bugandese ad “Omo”, lui è l’unico a non nutrire dubbi sul talento del ragazzo, spalancandogli le braccia: “Aveva un talento unico, me ne sono accorto quando mi allenavo con lui in campo”.

Strappato al pugilato, via indicatagli dal suo amico Shadtack Odhiambo, ex boxeur professionista, il giovane Omondi si avvicina al calcio in maniera del tutto casuale. Nel 1969 si ritrova a palleggiare per diletto di fronte all’ostello Lugogo, lo stesso dove la nazionale ugandese alloggia in vista della CECAFA Cup in programma quell’anno. Le spiccate abilità da giocoliere e la rara sensibilità che emtte in mostra attirano l’attenzione del tecnico Burkhard Pepe, e del team manager Andrew Wassaka, fino a spingerli ad assoldare l’imberbe Philip come raccattapalle. E’ la scintilla: l’anno successivo entra nel settore giovanile del Naguru. Poi passa al Fiat Fc dove rimane fino al 1973, quando il suo talento cristallino non sfugge all’occhio temprato di Bidandi Ssali, coach del Kampala City Council FC, una delle più blasonate compagini del paese.

Arrivato nella capitale a sedici anni insieme al compagno Tom Lwanga, vi rimarrà fino al 1979. Non mancheranno gli allori, come i due titoli ugandesi consecutivi conquistati nel 1976 e nel 1977. La carriera di Omondi rischia però di interrompersi bruscamente nel 1976, quando, a seguito di una violenta collisione col portiere del Kilembe, Kikomeko, riporta la peggio, rischiando persino la vita: il  pancreas è spappolato.
Omondi in azione
La situazione è drammatica. Si teme per la sua vita. Il parere degli esperti non lascia speranze: se sopravviverà sicuramente non potrà più tirare a calci un pallone. Il destino non ha però fatto i conti con la scorza ruvida dell’ugandese. Philip è tenace, si allena, e dopo tre interventi chirurgici è pronto a fare ritorno sul rettangolo verde. E’ il 22 Giugno 1977, il KCC sfida il NIC, ma per tutti è il giorno della resurrezione di Omo. Uno come Omondi però non può limitarsi alla sola presenza. Fa le cose in grande: segna uno dei tre goal con la quale la compagine capitolina condanna alla sconfitta il NIC. E’ la rinascita. Ad un anno dalla Coppa d’Africa, competizione in cui finora ha deluso, Omondi è pronto a disputare un torneo da protagonista. Andrà oltre le più rosee aspettative.

Dopo l’esordio contro il Congo-Brazzaville bagnato dal goal, le Gru incappano nella rovinosa sconfitta contro la Tunisia: finisce 3-1, e la rete di Musenze serve soltanto a mitigare il passivo reso pesante dalla reti di Labidi e dalla doppietta di Ben Aziza. La sconfitta può essere fatale, ma la fiammella della speranza non ha ancora smesso di crepitare. Nell’ultima partita del girone occorre la vittoria. Nient’altro che la vittoria. Solo e soltanto la vittoria. L’ostacolo da superare è il più alto: il Marocco campione in carica. Serve una grande Uganda. Occorre il miglior Omondi. Davanti ai ventimila cuori dello Stadio Comunale di Kumasi, le Gru annichiliscono i Leoni d’Atlante con un 3-0 che non ammette repliche. Oltre alle reti di Godfrey Kisitu e Nsereko non può mancare la prezzemolina marcatura di Philip. Perché come afferma il noto giornalista ugandese Hassan Badru Zziwa “Per Omondi segnare è più naturale di respirare”.


In semifinale ad attendere le Gru c’è la sempre temibile Nigeria. Le Super Aquile sono reduci dal terzo posto ottenuto nell’edizione precedent, e tra le proprie file annoverano giocatori di buona levatura tecnica come Martin Eyo e Adoki Amesiemaka. L’Uganda non sembra avvertire eccessivamente l’emozione e all’11’ rompe il ghiaccio, passando sorprendentemente in vantaggio con Nasur. Nella ripresa la Nigeria corre ai ripari, inserendo Eyo al posto di un'impalpabile Cristopher Ogu. La scelta paga i suoi dividendi al 54’, quando il neoentrato infila Ssali e riporta in equilibrio le sorti dell’incontro. Tutto da rifare per le Gru. Nessun problema, ci pensa Omondi. Riceve un preciso filtrante da Kisitu, ondeggia col pallone, dribbla tre difensori avversari, e dopo un paio di finte fulmina l’impotente Okala, regalando il nuovo vantaggio alle Gru. Tom Lwanga, arcigno difensore di quella selezione, fotografa il momento e con la memoria ripercorre quella scena storica: “Tutti guardiamo. Omondi finta il tiro e Okala cade a terra goffamente. Non è finita. Okala si ridesta, ma Omondi lo sbeffeggia con una seconda finta. Poi una terza, con Okala che si tuffa nella direzione sbagliata, lasciando ad Omondi la porta spalancata per segnare”. L’Uganda è in finale. Si parte per Accrà, dove ad attendere le Gru c’è la selezione di casa trionfante nell’altra semifinale a scapito della Tunisia. Il Ghana è pronto a festeggiare.

E’ il 16 Marzo 1978. Un clima di festa accoglie le due squadre all’Accrà Sport Stadium. Tra le ali di folla festante si scorgono anche  parecchi kanzu: i supporter ugandesi, intabarrati nei propri costumi tradizionali, non si danno per vinti e credono all'impresa. Il pubblico sarà però un prezioso alleato delle Stelle Nere. Lo si intuisce quando un boato disumano precede il fischio d’inizio dell’arbitro libico Youssef El Ghoul. Dopo un’iniziale fase di studio, al 38’ arriva la svolta: Afriye si infila in un buco lasciato dalla retroguardia ugandese, e con un morbido pallonetto castiga l’uscita scriteriata di Ssali. L’Uganda, vestita di un rosso fiammante, è in completa balia dei padroni da casa. Le Gru hanno le ali tarpate. Omondi si sbatte ma, lasciato troppo spesso isolato dai compagni, viene arginato senza molti affanni dai centrali ghanesi. Il sipario cala al 64’, quando ancora Opoku Afriye scatta in contropiede, non si fa ipnotizzare da Ssali e sigla la rete del raddoppio. E' il colpo di grazia. I minuti restanti si trasformeranno per l'Uganda in una lenta ed interminabile agonia.


Il Ghana è campione d’Africa per la terza volta nella sua storia. Le Gru, tuttavia, possono gonfiare il petto per aver raggiunto un tragurdo memorabile e impensabile alla vigilia del torneo. dispiegando le ali e volando in territori inesplorati.


Quelle Gru resteranno per sempre nel cuore degli ugandesi. Era l’Uganda timonata in panchina da Peter Okee e dal suo luogotenente Philip Omondi, spalleggiato da gente come Tom Lwanga, Jimmy Kirunda e Godfrey Kisitu. Due leader accomunati anche dalla sfortuna. 
Okee, prima di diventare allenatore delle Gru, fu costretto ad archiviare la carriera da giocatore a causa di due gravi infortuni: uno alle costole e l’altro alle ginocchia. Un condottiero dalla disciplina ferrea, e dai metodi singolari - faceva esercitare ossessivamente i suoi giocatori sulle rimesse laterali a lunga gittata - ma in possesso di un animo gentile come ricorda Peter Okech, suo capitanto ai tempi del Prison FC. “Fuori dal campo era un fantastico gentiluomo”. Secondo Jimmy Bakyayta Semugabi, ex compagno di nazionale, l'incrollabile determinazione unita alla voglia di affermarsi era la virtù migliore di cui era dotato: “ Non posso descrivere Okee come un grande talento, ma aveva un senso del lavoro talmente alto che bastava anche per il talento che non aveva”.  

Pochi mesi dopo quell’eccezionale risultato conseguito in coppa d’Africa scoppierà l’ineluttabile conflitto con la Tanzania. Gli ugandesi la chiameranno la Guerra di Liberazione, visto che porterà alla destituzione del sanguinario Amin Dada. Omondi lascerà la patria ed emigrerà in cerca di fortuna e di soldi negli Emirati Arabi Uniti, dove aprirà e chiuderà una parentesi dal 1979 all’1983. Anno in cui, mosso da saudade tornerà al KCC, dove contribuirà attivamente alla conquista di due scudetti ugandesi nel 1983 e nel 1985 e due Coppe Kakungulu nel 1984 e nel 1987. Assaggerà con alterne fortune anche la carriera d’allenatore prima di morire il 20 Aprile 1999 in seguito alle complicanze di una tubercolosi. Una triste fine per un calciatore di cui non possiamo apprezzare le qualità in video di repertorio o altre amenità simili, e le cui gesta sono custodite gelosamente nei cuori ovattati degli ugandesi. Roba da far invidia.


V. Lacerenza

Fonti:
monitor.co.ug

lunedì 16 gennaio 2017

La maledizione del Cartaginés

"La Nación" celebra l'ultimo titolo del Cartagines
Al vecchio Estadio Nacional di La Sabana, a San Josè, il giorno di Capodanno del 1941 Cartagines ed Herediano stanno danno vita ad un duello tanto scoppiettante quanto rusticano: in palio c’è il titolo costaricense. La gara è stata avvincente, ha partorito sei reti, equamente distribuite, e il pubblico restituisce l’impressione di essersi sinceramente divertito. Il punteggio fatica a schiodarsi dal 3-3, quando, dopo un’entrata particolarmente ruvida, la colonnina della tensione si impenna vertiginosamente, gli animi si surriscaldano e scoppia la gazzarra con i calciatori che vengono pericolosamente a contatto. E’ un regolamento di conti in piena regola. Il clima è incandescente. In tutto quel marasma, il direttore di gara Tenorio si barcamena nel tentativo di ripristinare l’ordine perduto, ma alla fine anche lui deve sventolare bandiera bianca: l’azzuffata ha la meglio. 

Anche se mancano una manciata di minuti alla naturale conclusione della partita, Tenorio ne viene a capo in modo autoritario, prendendo una decisione tanto drastica quanto inevitabile: rinvia l’incontro a data da destinarsi. La Federazione, presieduta da Manuel Rodríguez, sceglie di farla recuperare la mattina del 12 Gennaio. Ma nè Herediano, nè Cartagines sono disposte a scendere in campo appena svegli, e presentano una mozione all’organo supremo dove chiedono esplicitamente di poter incrociare i tacchetti al pomeriggio: superate le remore iniziali, la Federazione fa retromarcia e asseconda le richieste dei club.
Si gioca alle tre de la tarde, e sugli spalti de La Sabana, oltre agli ottomila aficionados, ci sono notabili e alti papaveri della politica e del calcio costaricense. Neanche l’allora Presidente della Repubblica, Rafael Ángel Calderón Guardia, vuole perdersi lo spettacolo e, accompagnato dal Ministro dello Sviluppo Alfredo Volio Mata, prende posto nello spicchio di tribuna riservato alle autorità. Non se ne pentirà.
Lo spettacolo è di quelli da leccarsi i baffi. Al termine della prima frazione l’Herediano conduce per tre reti ad una e ha già lanciato una rilevante ipoteca sull’esito finale. I Florenses sono passati in vantaggio con una rete di Dulio Dobles, hanno raddoppiato grazie ad un sigillo di “Neco Varela, e quando sono stati trafitti da una zuccata di Cabalceta, venendo minacciosamente avvicinati dall’equipo brumoso, hanno dato prova di una resilienza fuori dal comune, rialzandosi imemdiatamente e rispondendo al colpo appena incassato con un altro altrettanto letale, e sempre di testa, inferto da “ManoloZamora. Come se non bastasse, le cose per il Cartagines, poi, sembrano andare definitivamente a rotoli quando Enrique Madriz, infortunato, è costretto ad abbandonare il terreno di gioco, lasciando i compagni in infieriorità numerica e in totale balia dei giallorossi di Heredia: le sostituzioni non sono ancora contemplate dal regolamento.

La situazione è disperata, ma los brumosos hanno ancora una carta a cui aggrapparsi. L’asso nella manica si chiama Josè Rafael Meza, ha appena vent’anni, ma è già considerato il nuovo astro nascente del futbol costaricense. Il ragazzo prodigio, che possiede anche un secondo cognome, Ivancovich, che ne tradisce le origini croate, è un campione di precocità. A cinque anni già sgambetta in Plaza Iglesias, poi trascorre l’adolescenza tra le fila del Ciclon Negros, prima di approdare ancora imberbe nella Vieja Metropoli: la per tutti diventa semplicemente “Fello“.
Josè "Fello" Meza
Coi brumosos brucia le tappe, e a diciassette anni, nel 1937, debutta in una gara di campionato proprio con l’Herediano, per poi esplodere in tutto il suo abbagliante fulgore tre anni più tardi. Nel 1940 a Cartago sbarca il carismatico Raul Pacheco, e “Fello” viene spostato in avanti, a ridosso dell’area di rigore: è la base tattica dell’exploit. Fino a quel momento ha realizzato dieci reti, è già il capocannoniere del torneo, ed è stato l’assoluto trascinatore dell’equipo brumoso nonostante un infortunio piuttosto debilitante gli abbia fatto perdere gran parte della stagione. E’ lui, in piena burrasca, a caricarsi metaforicamente i compagni sulle spalle, e a suonare la carica, prima accorciando le distanze, e poi trovando la stoccata del pareggio ad un quarto d’ora dalla fine.

Trascorrono tre minuti, e questa volta “Fellosi defila, lasciando ad Hernan Cabalceta l’onore di scrivere il lieto fine in fondo alla favola, siglando il goal dell’incredibile 4-3 che regala un titolo fantasmagorico al Cartagines. Una partita del genere non avrebbe potuto avere epilogo più suggestivo di questo. 

Al triplice fischio di Julio Güell si scatena l’apoteosi. Tornata nella Vieja Metropoli, la carovana brumosa ha voglia di festeggiare e fare baldoria per celebrare al meglio la conquista del terzo titolo della propria storia dopo quelli del 1923 e del 1936
.
Situata alle pendici del vulcano Irazù, e a venticinque chilometri di distanza dalla capitale, Cartago è una citta ricca di storia, fascino e tradizioni. E’ Stata la prima capitale del Paese, e possiede un’anima profondamente cattolica, come testimoniano le innumerevoli chiese disseminate nella sua municipalità. E’ in una di queste, la Basilica de “La Negrita”, che, dopo esser stata ricevuta in città con tutti gli onori del casa – addirittura  tra gli squilli di tromba di una fanfara – una parte della comitiva decide di fare una capatina.
Monsignor Claudio María Volio Jiménez , che è il custode del santuario, in quel momento sta officiando messa. Sta intonando un Te Deum, quando il portone della chiesa si spalanca e fanno il loro dissacrante ingresso i calciatori del Cartagines, molti persino ubriachi: altri addirittura danno irrispettosamente le spalle all’arcivescovo. E’ qui che i fili della storia si vanno ad intrecciare con quelli inafferrabili, ma dannatamente seducenti della leggenda, fondendosi in una matassa inestricabile. Secondo una storiella che circola nel paese caraibico, a questo punto il prelato, infastidito dall’atteggiamento impertinente ed oltraggioso tenuto dai calciatori, interrompe la cerimonia e lancia un esoterico anatema all’indirizzo del Cartagines: i brumosos non vinceranno più il titolo fino a quando non saranno passati a miglior vita tutti gli autori di quel sacrilegio.
Ebbene l’ultimo dei protagonisti di quella memorabile campagna è deceduto nel 2012, ma l’affezionata l’hinchada brumosa, assistita da una fede incrollabile, sta ancora attendendo impazientemente la conquista di un titolo che manca ormai da settantasei lunghi anni, e solo sfiorato nel 2013. Magari era davvero solo una leggenda metropolitana, come le tante che proliferano da quelle parti, forgiandosi nel passaparola della gente che ne contribuisce incosapevolmente ad alimentarne il mito. Ma non ditelo al popolo brumoso, che, a sortilegio teoricamente esaurito, sta sperando di tornare a gioire prima o poi. Meglio prima.

Vincenzo Lacerenza 

Fonti:
historiasdelfutboltico.wordpress.com
martiperarnaum.com
nacion.com
bbc.com
deportes.terra.com
aldia.cr
unafut.com 

martedì 27 dicembre 2016

Il pallone con i pentagoni: intervista a Stefano Ravaglia

La cover del libro
Sfogliando le pagine del libro, affiora tutta la tua passione per questo sport, ed in particolare per il Milan e dei suoi leggendari protagonisti, anche quelli più datati. Quanto è stato faticoso e laborioso documentarsi in tal senso?

Per niente. In un capitolo del libro cito “Febbre a 90”, il celebre film tratto dal romanzo di Nick Hornby: 'Per diventare tifoso di calcio ci vogliono anni, ma se ti applichi entri a far parte di una grande famiglia'.
Ho capito cosa significa nella vita essere scelti. Noi non sempre scegliamo, a volte si è scelti. Non mi sono svegliato una mattina decidendo di documentarmi, la passione è la benzina di ogni conoscenza, se una cosa ti piace le sue sfaccettature ti entrano naturalmente nella testa. Poi di natura sono una persona che si chiede il 'perchè' delle cose, mi piace documentarmi su quello che non so quando posso.


Nel libro le storie di vita personali dell'autore s'intracciano alle vicende ed agli aneddoti che hanno segnato l'ultimo Ventennio di storia rossonera. C'è un ricordo a cui sei particolarmente legato?

Impossibile sceglierne uno. Non è vero che è facile essere tifosi di una grande squadra, i momenti di crisi e gli anni di magra capitano anche ai grandi club. Ma non è a una Coppa o a uno scudetto che voglio particolarmente legarmi. Il miei ricordi più belli sono due: quando per la prima volta ho avuto la possibilità di avvicinare e stringere la mano a Franco Baresi, che reputo il totem assoluto della nostra storia, nonostante siano molte le bandiere che hanno tenuto alti i colori rossoneri. Il secondo ricordo è più datato: una domenica di fine aprile sapevo che saremmo andati fuori città con mio padre, ma in famiglia non mi avevano svelato dove. Mi immaginai di tutto, tranne che la cosa più ovvia: Milano, San Siro, e Milan-Fiorentina. Era il 28 aprile del 1996, fu la mia prima volta alla Scala del calcio. Quando quella domenica mattina mi vennero mostrati i biglietti non potevo credere ai miei occhi. Fu comunque un giorno di festa, vincemmo il quindicesimo titolo, l'ultimo con Fabio Capello allenatore.

Hai girato mezza Europa al seguito del Milan, visitato gli stadi più incatevoli del Vecchio Continente, e soggiornato in alcune delle metropoli più affascinanti, ma una domanda sorge spontanea: che rapporto hai con la realtà locale? Essendo romagnolo, segui o hai seguito in passato le sorti di Ravenna e Cesena?
Beh, il Cesena preferisco di no! Il Ravenna l'ho seguito molto, in serie C e nei suoi anni migliori, dal 1996 al 2000 in B. Non rinnego nulla di quel passato, sono stati anni belli in cui a Ravenna venivano molte grosse tifoserie e si vivevano partite molto emozionanti. Ma sono sempre stato decisamente milanista. Di quegli anni intensi ricordo la semplicità del calcio la domenica pomeriggio e una media pubblico molto alta dovunque, insomma il bel calcio che oggi non c'è più. Purtroppo Ravenna è una città generalmente snob in molte cose e la cultura calcistica è praticamente inesistente. Ed è un peccato, quegli anni ruggenti davano lustro a tutta la città. Non si è mai stati in grado di trovare, dopo l'era Corvetta, un altro presidente appassionato che potesse rilanciare la squadra e riportare entusiasmo.

"Il pallone coi pentagoni" è sicuramente un titolo parecchio evocativo, che rimanda un po' alla nostra infanzia, a piccoli momenti di gioia familiare. E' risaputo che i bambini guardino agli adulti con ammirazione, come modelli da imitare e da cui assorbire nozioni e passioni. In tal senso, quanta importanza ha rivestito tuo padre, un altro sfegatato tifoso rossonero, nella tua "calciofilia", o se preferisci "milanologia"?

Non mi ha assolutamente mai forzato né obbligato ad appassionarmi di calcio. Diciamo che me l'ha buttata lì, un giorno, quando ero piccolo, portandomi in un parco dietro casa, vestendomi di una maglietta a righe rosse e nere (quella che appare sulla copertina), un paio di pantaloncini, e il famoso pallone con i pentagoni ai piedi. Da lì ho scelto il titolo del libro. Mi scattò una foto, la fece ingrandire, la portò a Milanello facendola firmare a tutti i giocatori dell'epoca e negli anni è stata sempre appesa ai muri di casa. Probabilmente non si aspettava tutto ciò che è venuto dopo! Lui mi ha avvicinato, ma io l'ho presa veramente in modo serio e costante questa passione, nonostante ciò non credo proprio se ne sia mai pentito! Di sicuro prima era lui che mi portava allo stadio, oggi sono io che gli do tutte le informazioni necessarie quando vuole tornarci!

Da quanto mi è parso di capire il processo d'idolatria di un fuoriclasse, venerato dai più per goal e assist, è una cosa che non ti appartiene: viene prima l'uomo e poi il calciatore. Ma se proprio dovresti fare uno sforzo, muovemendoti nell'affollatissimo gotha di campionissimi rossoneri (anche di nicchia), quale di questi eleggeresti come tuo beniamino prediletto?
Ho accennato a Franco Baresi, e ribadisco che scelgo assolutamente lui. Credo che insieme a Rivera, che per motivi anagrafici non ho vissuto, abbia rappresentato al meglio l'essenza di essere milanisti. Hanno entrambi incarnato l'umiltà e l'impegno del bravo “casciavitt”, e spesso ci hanno messo pubblicamente la faccia per difendere i colori della propria squadra, sino a farsi squalificare, come nel caso di Rivera che attaccò gli arbitri pubblicamente dopo un Cagliari-Milan. Oggi a nessuno interessa difendere la maglia, questi giocatori sono sempre più rari e credo che un domani molto prossimo non esisteranno più. In generale comunque ammiro i giocatori che lottano e parlano poco, li prendo naturalmente sotto la mia ala perchè sono sempre poco sponsorizzati forse proprio a causa della loro umiltà.

Chiudiamo con la stretta attualità. E' ormai imminente, anche se viene continuamente rinviato, il closing che certificherà il definitivo passaggio di consegne da Fininvest alla conglomerata cinese di cui, allo stato attuale, si conosce solamente il misconosciuto (ossimoro) frontman Yonghong Lì e poco altro. Cosa ne pensi dell'interminabile gestazione e delle lungaggini che hanno contraddistinto questa trattativa-telenovela, oggi peraltro ancora in itinere? Quali benefici potrà apportare secondo te il tanto ventilato cambio di proprietà: questo passaggio è davvero ineludile per rilanciare le ambizioni del Milan? Dulcis in fondo, vorrei anche una tua fotografia, magari sganciata da sentimentalismi di sorta, sulla gestione trentennale del presidente Berlusconi.

Parto dalla fotografia che mi hai chiesto. Troppo semplice anche qui ricordare scudetti e Coppe dei Campioni, anche se Barcellona '89 è stato certamente il momento di picco massimo probabilmente di tutta l'intera storia rossonera, per la cornice del Camp Nou pieno di 90.000 milanisti e perchè quel successo con lo Steaua fu il frutto maturo di una programmazione. Di Berlusconi piuttosto conservo una intervista, facilmente reperibile, datata 1986: elencava stagione per stagione i vari obiettivi, era appena arrivato al Milan e sosteneva che solo a partire dal terzo anno la squadra sarebbe stata competitiva. Si sbagliò: vincemmo già al secondo anno. Ecco, è questo che manca e che vorrei tanto vedere: un presidente appassionato che fa programmi e ha le idee chiare. Ci vorrebbe un altro 1986 ma oggi è impossibile trovare un imprenditore italiano che si assuma così tanti onori ma soprattutto oneri. Sui cinesi, sono sempre scettico, anche se è necessario un cambio di rotta. La mia preoccupazione non riguarda né il calciomercato né al closing, ma a chi comanderà. E' fondamentale avere una società coesa, è la base di tutte le vittorie, come dimostrano i più vincenti club d'Europa e come una volta avevamo anche noi. Se il club passa di mano, sono altri che devono comandare e deve esserci una successione di ruoli chiara e definita, senza ingerenze. Ho l'impressione che però la nuova proprietà voglia restare agganciata alla 'sottana' di quella vecchia, e così credo cambierebbe poco o niente, perchè a decidere sarebbero sempre gli stessi con in faccia una maschera cinese.

Vincenzo Lacerenza

domenica 18 dicembre 2016

Lezioni di Epic...A: Milan - Atalanta, la partita con più gol di sempre della serie A

Il tabellone di San Siro
Milan - Atalanta è la singola partita del massimo campionato col maggior numero di reti segnate. Stiamo parlando dell’incontro del 15 ottobre del 1972 finito con l’incredibile punteggio di 9 - 3. Le 12 segnature finali sono tuttora un primato imbattuto e, sostanzialmente, un’anomalia nel calcio italiano, così spesso schiavo di tatticismi e difensivismi esasperati. Già all’epoca la stampa aveva cercato una spiegazione logica, tecnico-tattica a quel folle risultato. Si dette la colpa alla troppa spregiudicatezza dell’Atalanta, andata a giocarsi la partita a viso aperto sul terreno del ben più quotato Milan. Si tirò anche in ballo la marcatura sbagliata su Gianni Rivera, che in quell’incontro fece faville e realizzò una doppietta. La verità è che un risultato così rotondo sfugge a qualsiasi spiegazione razionale, tanto più se si considera che i rosso-neri di Nereo Rocco (unanimemente considerato catenacciaro) veniva dal 4-0 al Palermo alla prima giornata, ma anche dallo scialbo 0-0 di Terni della domenica precedente, mentre la truppa di Giulio Corsini manteneva l’inviolabilità della propria porta da ben sette incontri (considerando amichevoli, Coppa Italia e campionato). 

Persino il tabellone elettronico di San Siro, ad un certo punto, non riusciva a tenere il conto dei gol che cadevano a grappoli, stando alla testimonianza di Giorgio Gandolfi su La Stampa. Eppure il primo quarto d’ora aveva visto una buona Atalanta, superiore ai padroni di casa per possesso palla e gioco. Tuttavia, al 15’, Pierino Prati dava il via alla sagra del gol e, alla mezz’ora, Alberto Bigon faceva 2-0 di testa da due passi.
Il gol di Prati
Tre minuti e gli orobici riapriva illusoriamente, il match: traversone di Gian Piero Ghio e perfetta incornata di Bruno Divina per il 2-1. Il Milan però, ogniqualvolta entra in area, va a segno. Minuto 35: scambio Chiarugi-Rivera e quest’ultimo batte per la terza volta Pietro Pianta in uscita. Il poker si fa attendere solo 5’: ancora Luciano Chiarugi assist-man, con un pregevole tacco, per la conclusione vincente di Romeo Benetti. Dopo i primi 45’ gli spettatori possono già essere soddisfatti delle cinque reti viste, ma nessuno può immaginarsi cos’ha in serbo la ripresa.

Al 6’ Chiarugi si regala la gioia della realizzazione personale superando Pianta con un preciso piattone mancino. Il numero 11 rosso-nero è scatenato e dopo un minuto scodella a Rivera il pallone del 6-1. Ogni schema è saltato: altri 120 secondi, punizione di Giovanni Pirola per la testa di Ghio che accorcia le distanze.
La rete di Chiarugi
Medesimo copione, interpreti diversi al 10’: Rivera pennella per la testa di Prati che riporta il Diavolo a più cinque. Corsini pone fine all’agonia del proprio portiere (intervistato dirà che tremava come una foglia) ed inserisce il giovane Marcello Grassi. Anche il nuovo estremo difensore non sfugge alla furia degli avanti milanesi e, al 19’, capitola sul tiro ravvicinato di Bigon. A sei dal termine l’Atalanta si toglie la magra soddisfazione di realizzare il terzo centro al Meazza: autore Alberto Carelli con un preciso rasoterra. Immediata la replica di Prati che si regala la tripletta con una punizione dal limite. 9-3, il pubblico grida: «Dieci! Dieci!», ma il direttore di gara, il signor Giunti, ritiene che sia già abbastanza e decreta la fine dell’impensabile goleada. Eppure il decimo sigillo rosso-nero ci sarebbe pure stato, con un gran gol di Rivera, annullato però per un dubbio fuorigioco. Un record di reti tuttora imbattuto e, molto plausibilmente, imbattibile.


Roberto Pivato

mercoledì 23 novembre 2016

L'uragano Donelli e il primo Messico-USA nella Roma fascista

                                             
La nazionale USA appena sbarcata in Italia
Ritardatari - Nel bel mezzo della Grande Depressione, e alla vigilia della Coppa del Mondo del '34, la U.S.F. A, piuttosto in bolletta, si trova a fronteggiare una condizione di particolare ristrettezza economica. La situazione è delicata. Non avendo piena conoscenza delle risorse a disposizione, la federazione statunitense prende tempo, e tergiversa, finendo per iscrivere la nazionale alle qualificazioni iridate fuori tempo massimo. La FIFA comprende l'eccezionalità dello scenario, si mette una mano sul cuore, e chiude un occhio, scendendo a compromessi con le esigenze degli statunitensi: il patto prevede la disputa di uno spareggio con la trionfatrice della zona mesoamericana. Nel frattempo, infatti, mentre gli gli USA si affannano nel far accogliere la propria istanza di partecipazione, il Messico ha travolto Cuba in tre gare senza storia, concludendo la serie con un lapidario ed eloquente 12-3 complessivo. Tre giorni prima dell'inaugurazione ufficiale del mondiale italiano, dunque, in una sfida che si preannuncia al calor bianco, sarà la Tricolor a contendere agli Stati Uniti l'ultimo, agognato biglietto iridato disponibile: le due selezioni, come stabilito dai vertici FIFA, si affronteranno, curiosamente, allo Stadio Nazionale del Partito Fascista di Roma. La cosa non deve preoccupare più di tanto i messicani che, in uno slancio d'orgoglio misto a spacconeria, convinti di fare molta strada nel torneo, programmano la rimpatriata per il mese successivo.

                                                  
Philadelphian - Anche se devono fare i conti con tutte le conseguenze che l'iscrizione tardiva comporta, tra cui quella di avere meno minuti nelle gambe rispetto agli avversari, gli USA fanno di tutto per non farsi cogliere impreparati al grande appuntamento in terra italiana. L'arduo compito di monitorare giocatori di tutto il paese, assemblare una squadra, e mettere a punto le strategia più redditizia in vista della gara col Messico, e farlo nel più breve tempo possibile, spetta a tre uomini di Philadelphia. Elman Schroeder, fresco presidente federale, ha nominato allenatore il fido David Gould, un immigrato scozzese conosciuto sui campi della University of Pennsylvania, che da giocatore ha brillato tra le fila del John Manz, team con cui ha vinto anche un'American Cup nel lontano 1897: completa la flotta di "philadelphian"il preparatore atletico Raymond Gadsby, a cui spetta il delicato e fondamentale compito di tirare a lucido i prescelti, calibrando la preparazione in modo tale da raggiungere l'apice della vivacità atletica proprio durante la trasferta italiana.

Diffidenza e gelosia - Non avendo l'opportunità di disputare incontri ufficiali viene frettolosamente organizzata, con il supporto di franchigie locali, tutta una serie di test match allo scopo di mantenere alta la soglia di concentrazione della truppa: le gare, poi, costituiscono anche l'occasione per plasmare il gruppo, scremarlo, o rintuzzarlo, a seconda delle indicazioni, più o meno positive, ricevute.
Un allenamento degli yankees al Testaccio
Il primo ed il terzo incontro vanno in scena a Philadelphia, ed in entrambe le occasioni lo U.S Team prevale in maniera piuttosto netta. La nazionale USA inizia col botto, asfaltando 8-0 prima una selezione "all star della Pennsylvania", e poi conclude il tour preparatorio liquidando 2-0 una combriccola di calciatori proveniente dalla parte orientale dello stesso Stato: nel mezzo gli yankees vengono presi a scoppole a New Ark dal leggendario Archie Stark, stella della selezione di "A.S.L all star" e capocannoniere dell'ultimo torneo patrio autoescluosi dalla spedizione italiana per motivi di lavoro.


Tra i diciannove calciatori eletti dopo lunghe consultazioni dal Foreign Relations Committee, che il 5 Maggio salpano alla volta dell'Italia, ci sono solo quattro veterani della spedizione iridata di quattro anni prima. George Moorehouse, Thomas Florie, Jimmy Gallagher, e Billy Goncalves, guidano la pattuglia statunitense, in cui fa capolino una nutrita colonia di calciatori della Pennyslvania: molti sono anche gli elementi pescati tra le fila di Pawtucket Rangers e Stix e Baer FC, ovvero le due finaliste dell'ultima National Challenge Cup sollevata da questi ultimi. Fa discutere e scatena dibattiti l'assenza di parecchi giocatori quotati del New Jersey. La motivazione è di natura economica: tutti gli Stati federali sono chiamati a contribuire in maniera proporzionale alle spese del viaggio. Il New Jersey, invece, si chiama fuori, rifiutando di versale la propria quota, e si vede appiedata la stragande maggioranza dei propri rappresentanti.

Dopo due estenuanti settimane di viaggio gli americani mettono finalmente piede in Italia. Vestono in maniera elegante, indossano degli sfiziosi panama per ripararsi dalla calura romana, e regalano più d'un sorriso divertito agli obiettivi dei fotografi: presa confidenza con gli impianti sportivi romani, pensano bene di smaltire le scorie della traversata divertendosi giocando a baseball. Gli allenamenti, quelli veri, sono rimandati ai giorni successivi. L'atsmofera che avvolge la comitiva USA, però, non è delle più serene e gioviali: i professionisti, anche se non tutti e undici, sentendosi superiori, guardano con sprezzante diffidenza gli otto amateur presenti nel roster, semplicemente perchè non ritenuti all'altezza della situazione.

Blooting Buff - Tra questi c'è anche un amateur di Pittsburg Curry dalle chiare origini italiane. Si chiama Aldo Donelli, di mesterie fa lo "striker" ed oltre ad essere ben strutturato fisicamente, possiede anche un tiro al fulmicotone che è una sentenza per i portieri avversari. Il curriculum, poi, è ingemmato di prodezze memorabili e imprese straordinarie, tutte però confinate all'universo dilettantistico. Sportivo a tutto tondo, visto che ai tempi della Duquensne University alternava il soccer al football americano, "Blooting Buff", come lo avevano apostrofato i quotidiani locali, era balzato all'onore delle cronache nel 1929, quando con la casacca dell'Heideberg aveva rifilato un pokerissimo ai First Germans di Newark.
Aldo "Buff2 Donelli
Dopodiché, la sua carriera aveva imboccato una preocuppante parabola discendente: accantonato in occasione del primo Mondiale della storia, nell'Aprile del 1934 fallisce due calci rigore che costano la sconfitta dei suoi Curry Silver nella sfida con il Gallatin. E' il periodo più buio della carriera di "Buff". Il sogno iridato appare lontano come non mai. Ed, invece, paradossalmente, la mattina seguente riceve l'insperata convocazione della US Football Association. Inizialmente, inviso come gli altri amateur allo zoccolo duro dello spogliatoio, viene parcheggiato nella squadra riserve. 


A Roma, durante una partitella d'allenamento un'incontenibile Donelli fa ammattire la retroguardia titolare, a cui non da mai un attimo di tregua: all'intervallo le riserve conducono 1-0 proprio grazie ad una sua rete. Gould ha visto abbastanza, e convinto dalla prestazione strepitosa di Aldo, decide di promuoverlo, facendolo rientrare in campo assieme all'undici prediletto.
Donelli, che a dispetto della stazza imponente, e la silhouette di un corazziere, non è il tradizionale attaccante d'area, fa ancora una volta al differenza, realizzando la rete che condanna le seconde linee alla sconfitta. Nonostante l'exploit, la conventicola dei pro, costituita in gran parte da giocatori di New England e St. Louis, continua a remare contro, osteggiando prepotentemente la candidatura di "Buff" ad una maglia da titolare. Ad appoggiarla incondizionatamente, invece, è un'istituzione come Billy Goncalves. Il Babe Roth del soccer statunitense si espone in prima persona, ribellandosi alla dittatura dei pro e sposando senza mezze misure la causa dell'attaccante amateur. Chiede e ottiene un colloquio con Shroeder, punta i piedi e lo pone di fronte ad un aut aut: "If you don’t play Donelli, I’m not playing.’, dice con toni ultimativi, minacciando il proprio ammutinamento. Grazie all'intercessione di Goncalves, il 24 Giugno Donelli guida regolarmente l'attacco statunitense all'assalto alla diligenza messicana.

Bella vita - A differenza degli Stati Uniti, il Messico ha piantato le tende nel Belpaese già da un bel pezzo. E contrariamente a quella dei colleghi statunitensi, la traversata dell'Atlantico dei messicani, che sono tutti amatori, è stata piuttosto movimentata e dissoluta. A bordo dell'Orinoco, la nave tedesca che li avrebbe condotti in Italia, gli uomini al soldo Rafael Garza Gutierrez conducono una vita tutt'altro che austera, abbandonandosi a un ventaglio di tentazioni che va dal licenzioso intrattenersi con cameriere e ballerine presenti sullo scafo, al giocare a briscola sottocoperta fino a tarda notte, fino all'abbuffarsi avidamente durante i pasti, tanto da assumere peso alla vertiginosa e spaventosa media di un chilo al giorno. "Fueron 15 días en barco y 15 kilos más", ha ammesso molti anni più tardi Fernando Marcos in un libro. Juan Carreño, invece, che oltre ad essere l'autore del primo, storico goal messicano in un Mondiale è anche un viveur incallito oltre che impenitente donnaiolo, cade in tentazione e si lancia in prodezze amatorie alla vigilia della decisiva sfida con gli USA.
Juan Carreno
Seduce Joanna, una cameriera francese conosciuta nell'albergo in cui alloggia la Tricolor, e la invita a ballare, prima di trascorrere con lei una turbolenta notte di passione tra le lenzuola. Il giorno seguente il tecnico Rafael "Record" Gutierrez - tra i fondatori nel 1916 del Club America di cui fu a lungo capitano - completamente allo scuro della scappatella, lo getta nella mischia, preferendolo al rampante Luis de la Fuente, autentico astro nascente del futbol messicano e fresco di titolo vinto con il Real Espana. L'esclusione del "Pirata", appena diciannovenne, ma già in grado di incantare le platee con la sua tecnica sopraffina, farà discutere e solleverà polemiche, generando parecchi dibattiti nei giorni, nei mesi e negli anni successivi.


Scontro tra filosofie - Quando Messico e USA si disputano a Roma l'ultimo pass iridato, mancano solo tre giorni all'inaugurazione ufficiale al Mondiale che il regime, a puro scopo propagandistico, ha organizzato in pompa magna senza lesinare sforzi e risorse, umane ed economiche. Proprio per questo Benito Mussolini, che ama avere il polso della situazione, vuole accertarsi di persona sullo stato delle cose. Accompagnato dal segretario del PNF assiste a quella sorta di assaggio mondiale.
L'ingresso in campo delle squadre
Il Duce, oberato di impegni, si fa attendere come tutte le celebrità, arrivando allo Stadio in netto ritardo. Naturalmente bisogna aspettarlo, e allora il fischio d'inizio slitta di un abbondante quarto d'ora: in tribuna si riconoscono anche l'ambasciatore americano Breckinridge Long e la principessa Mafalda di Savoia. Quello che va in scena alla Stadio Nazionale del Partito Nazionale Fascista è il classico scontro tra due filosofie diametralmente opposte. Se gli statunitensi, pragmatici e meglio allenati, puntano tutte le fiches su una dirompente fisicità, nel gioco incantevole della Tri, sicuramente più estroso, divertente, e imprevedibile ci sono tutti gli ingredienti del corollario latino: finte, fraseggi insistiti, trame articolate, e colpi ad effetto. Il filo conduttore è l'istinto: niente meccanismi sincronizzati, e di automatismi difensivi neanche a parlarne.  Al quarto d'ora, tuttavia, sono gli Stati Uniti a spezzare il sottile filo dell'equilibrio. Fiondata al bacio di Czerkiewicz, Donelli addomestica, si mette alle spalle due rivali e lascia partire un siluro: Rafael Navarro, talmente agile e spettacolare da essere conosciuto come "il Portero de Goma",  si è da poco guadagnato i galloni del titolare, soffiando il posto ad Alfonso Riestra, ma sul bolide di Donelli non può far altro che raccogliere la palla in fondo al sacco. Uno a zero. Manuel Alonso, che in patria è uno stimato fromboliere del Real Espana, rimette a posto le cose per la Tricolor appena sette minuti più tardi.
Una rete di Donelli
Ma il pari ha la stessa volatilità dell'etere. Servito dallo sgusciante William McLean, "Buff", inarrestabile come un uruguano, s'intrufola tra le maglie rosse dei messicani e, implacabile, mette a referto la propria doppietta personale, riportando avanti gli yankees. Il cronometro segna il 32', e gli Stati Uniti conducono per due reti ad una. Il one-man show dell'attaccante della Pennsylvania è appena cominciato. Donelli è un iradiddio. Semplicemente incontenibile. Per arginarlo, gli americani, in tenuta blu, usano tutto il mestiere del caso, ricorrendo, quando serve, anche alle cattive maniere. In avvio di ripresa Lorenzo Camarena si vede bevuto ed esagera: lo tira giù platealmente e viene invitato dal direttore di gara ad allontanarsi dal perimetro verde.  Dieci contro undici: per i messicani la salita si fa sempre più ripida. Al '74, poi, il sogno di una rimonta si trasforma in una vera e propria chimera. Donelli, questa volta imbeccato da Nielsen, sfonda una doppia marcatura messicana, rompendo gli argini ed esondando con la solita arroganza atletica: Navarro è fulminato da una staffilata in corsa. I messicani si vedono crollare il mondo addosso, e varcano quel confine dell'animo umano governato dall'istinto di sopravvivenza. Hanno un sussulto d'orgoglio con Dionisio Mejia, rimettendosi in carreggiata, ma poi ancora l'alfiere di Morgan, impietoso, cala il poker e pone gli USA a distanza di sicurezza. Buff fallisce anche un penalty che gli avrebbe permesso di rimpinguare ulteriormente uno score già stratosferico. Ma è un neo del tutto irrilevante. 


Gli Stati Uniti, trascinati da un insospettabile amateur, battono il Messico - ci riusciranno un'altra volta dopo quasi mezzo secolo - e vedono schiudersi le porte del Mondiale: tra gli applausi scroscianti, il regime  celebra a dovere gli yankees organizzando anche una piccola cerimonia. Ma qualcuno si dimentica del protagonista principale. All'indomani sul New York Times compare una cronaca sballata: Thomas Florie viene indicato come autore di una tripletta, mentre l'ultima rete statunitense viene erroneamente attribuita a Nielsen. Di Aldo Donelli, vero eroe di giornata, nessuna traccia. Della gloria mancata, tuttavia, poco importa: d'altronde c'è un Mondiale da giocare. Tre giorni più tardi gli USA debuttano nello stesso stadio di fronte agli Azzurri di Pozzo, campioni in carica e padroni di casa. Gli italiani non sono sprovveduti e sguinzagliano il navigato Luis Monti sulle tracce di Donelli. L'oriundo azzurro si incolla alle costole di "Buff", seguendolo e braccandolo come un'ombra: la marcatura è asfissiante. "Monti! I can still see him. He was on top of me. You know, because I scored four goals against Mexico Monti would not let me alone. He was tough and he was a big man", ricorderà Donelli parecchio tempo più tardi. Ma, nonostante la rigida sorveglianza di Monti, nel diluvio di reti con le quali l'Italia seppellisce gli yankees, Aldo trova il modo di lasciare lo zampino, siglando il gol della bandiera degli Stars and Stripes

Col 7-1 rimediato dagli Azzurri termina l'avventura iridata della banda di Schroeder e Gould. I messicani, invece, pagano a caro prezzo l'azzardo di aver spavaldamente prenotato il rimpatrio per il mese successivo: per coprire gli esosi costi del viaggio devono raccattare spiccioli peregrinando per l'Europa e giocando amichevoli nei più disparati angoli del Vecchio Continente. Anche le stelle della Tricolor contribuiscono allo sforzo collettivo, accettando le proposte di alcune compagini europee: Luis Fuente, Manuel Alonso e Carlos Laviada, ad esempio, si accasano in Spagna. Al contrario, lo spauracchio Donelli resiste allo spietato e prolungato corteggiamento della Lazio. I biancocelesti, rimasti folgorati dalle prestazioni di "Buff", gli offrono un lauto ingaggio per continuare a giocare nella terra dei suoi avi: lui, che come normale sarebbe pure lusingato, ha altri piani per il futuro e declina garbatamente. Tornerà negli Stati Uniti, farà l'allenatore e si arruolerà nella marina militare, partecipando alle operazioni nelle ultime fasi della Seconda Guerra Mondiale. Gli USA, invece, torneranno a dare un dispiacere ai propri dirimpettai soltanto  nel 1980, dopo quasi mezzo secolo di fragorose scoppole.


Vincenzo Lacerenza


Fonti:
informador.com.mx
shinguardian.wordpress.com
theguardian.com
mexico.as.com
omarcarilloh.blogspot.it
laopinion.com
noesotroblogdefutbol.blogspot.it
phillysoccerpage.net
homepages.sover.net
archiviolastampa.it
ussoccer.com