martedì 28 marzo 2017

L'incredibile storia dell'Equipo Fantasma

L'Equipo Fantasma nel famoso scatto di Lucho Flores
INCAPPUCCIATI - All'interno dello spogliatoio, i calciatori e lo staff della nazionale argentina si dispongono su tre file frastagliate e disomogenee. Quelli sistemati più in basso indossano giacca e cravatta d'ordinanza e cercano di mantenere un certo contegno istituzionale; dietro, invece, molto più informali, vestono l'uniforme da gioco e si affannano alla ricerca di un posticino nell'inquadratura abbarbicandosi sugli armadietti: il più fortunato riesce persino a sedersi, lasciando beatamente penzolare le gambe nel vuoto. Tutti hanno il volto celato da un cappuccio bianco, con due piccoli forellini all'altezza degli occhi, degno degli adepti di una confraternita religiosa o di una setta esoterica. Davanti a loro il fotografo Lucho Flores, che ha assecondato una geniale trovata del giornalista Miguel Tapia, entrambi stipendiati dal quotidiano "Hoy" di La Paz, sta per immortalare il momento. La posa è perfetta e la sceneggiatura tanto emblematica quanto provocatoria: il giorno prima, quando avevano avvolto i calciatori all'interno di lenzuoli bianchi per simboleggiare dei fantasmi, l'impatto ottenuto non era stato quello desiderato. Stavolta, invece, il messaggio di protesta lanciato tra le righe alla federazione, colpevole di averli piantati in asso, abbandonandoli scelleratamente al proprio destino, è abbastanza chiaro e intuitivo. 

SIVORI AL TIMONE  - Quando nel 1972 il mitologico Enrique Omar Sivori, dopo due brevi parentesi al Rosario Central e all'Estudiantes, accetta la panchina dell'Albiceleste, l'AFA gli affida il testimone lasciato libero da Juan Josè Pizzuti, leggendario condottiero del Racing Avellaneda campione del mondo nel '67, e lo incarica di una missione sicuramente non proibitiva, ma nemmeno banale: mettere l'Argentina su un aereo per la Germania Ovest, sede deputata ad ospitare il Mondiale del '74, riscattando così il fiasco della Selección del "Divino" Adolfo Pedernera che aveva incredibilmente bucato la rassegna iridata messicana del '70. Per questioni politiche, economiche e per finire campanilistiche, oltre che meramente sportive, un secondo fallimento sarebbe disastroso e quindi da scongiurare a tutti i costi. Non è mistero che l'Argentina culli la velleità di ospitare la kermesse del '78 e, per questo, su un altro tavolo, ad un altro livello della rivalità, ha ingaggiato una serrata battaglia senza esclusioni di colpi con il Brasile: ovviamente, in questo senso, un flop albiceleste chiuderebbe le porte all'Argentina, spalancandole contemporaneamente al nemico giurato verdeoro. 

PRECOCCUPAZIONI E STRATAGEMMI - L'Albiceleste, inserita nell'insidioso gruppo 2, se la vedrà con Paraguay e BoliviaAnche se dopo il trionfale 4-0 inaugurale con la Bolivia a Buenos Aires, propiziato dalle doppiette di Brindisi ed Ayala, l'umore della truppa è alto, il "Cabezón" rimane abbottonato e mette in guardia i suoi circa le trappole che potranno incontrare durante il cammino. 
Alcuni "fantasmas" in ritiro
A preoccuparlo più d'ogni altra cosa è la trasferta del 23 Settembre in Bolivia: una settimana prima ci sarebbe il Paraguay. Ma quello è il meno. In quei giorni di meditazione e preparazione gli arriva all'orecchio una notizia secondo la quale proprio i Guaranì, spaventati allo stesso modo dalla trasferta in altura, effettueranno una ricognizione sulle ande boliviane per prevenire gli scherzi del "soroche", il famigerato mal di montagna che rende l'aria irrespirabile, favorisce la tachicardia e facilita la produzione di acido lattico, provocando frequenti giramenti di testa e rendendo le gambe più pesanti. Senza spremersi le meningi, Sivori di colpo ha trovato la soluzione a tutti i grattacapi che gli frullavano nella mente. In fondo non è poi mica difficile: basta seguire l'esempio dell'Albirroja. Solo che il "Cabezón" ci mette quel pizzico d'originalità ch'era mancato ai paraguagi, convocando un'altra masnada di calciatori e assemblando di tutto punto un'autentica nazionale parallela. Ci sarebbe poi questo Manuel Ignomiriello, uno che ha visto nascere la generazione d'oro dell'Estudiantes dei vari Veron, Malbernat, Pachamè e Poletti, e che quindi di giovani se ne intende.  Sarebbe il selezionatore, cioè quello che se ne va in giro per l'Argentina ad adocchiare calciatori per conto dell'AFA, ma Sivori lo chiama a rapporto e lo pone a capo dell'Argentina 2, prima di spedirlo con la squadra ai duemilacinquecento metri di Tilcara, località della provincia di Jujuy al confine con la Bolivia. Quando Ignomiriello e i suoi partono per le Ande, alla gara con la Bolivia mancano settantacinque giorni. Sivori è scrupoloso e non intende lasciare nulla al caso: la squadra deve acclimatarsi all'aria rarefatta e farsi trovare pronta all'appuntamento con la Verde


I FANTASMAS - La rosa è discreta. Tra gli uomini su cui Don Miguel può fare affidamento ci sono, tra gli altri: Aldo Pedro Poy, l'autore delle celebre palomita al Newell's che valse un leggendario titolo al Central, Ubaldo Fillol, futuro iconico portiere del River e campione del Mondo nel '78, il telento illuminante del flemmatico Ricardo Bochini e un giovanissimo Mario Kempes: della comitiva fanno parte pure Juan Ramon Rocha, il portiere di riserva Jorge Tripicchio, lo straripante "Mandrake" Marcelo Trobbiani e il peronista convinto Ruben Glaria.
L'Argentina fantasma prima dell'amichevole col Cienciano
I calciatori, dopo un primo periodo a Tilcara, si spostano in Perù, prima di entrare in Bolivia a Oruro, e giungere a La Paz solo una settimana prima della gara. L'avventura dell'Albiceleste 2 sulle Ande si trasforma ben presto in un'odissea. L'albergo è spartano, il cibo carente e scadente, gli spostamenti su ferrovie in legno scomodi e tormentati. In tutto questo l'AFA, presieduta da Baldomero Gigàn, si lava le mani e chiude i rubinetti, abbandonando Don Miguel e la sua truppa al proprio destino: per saldare i conti e provvedere al proprio sostentamento i calciatori sono costretti a fare gli straordinari e raccattare qualche spicciolo giocando un numero esorbitante di gare amichevoli. In una di queste, nel'incantevole Cusco,  Mario Kempes segna al sua prima rete, ovviamente non ufficiale, con la maglia della Selección. Al ritorno a Buenos Aires il "Matador" sale sulla bilancia: ha perso la bellezza di nove chili. Juan Josè "Jota Jota" Lopez, Reinaldo "Mostaza" Merlo e Jorge Troncoso, invece, faticano ad adattarsi e, provati dalla condizioni estreme, fanno immediato ritorno a casa.


DA PAJARO A FANTASMA - Intanto la nazionale ufficiale, quella dove sgambettano i vari Brindisi, Wolff e Balbuena, ha strappato un prezioso pari in quel di Asuncion grazie ad una rete del solito Ruben "Raton" Ayala, cespuglioso e baffutto alfiere del San Lorenzo. La sera prima della gara con la Bolivia, il "Cabezon" irrompe nel ritiro dei fantasmas a La Paz. Ma non è solo. Ha portato i rinforzi: assieme a lui ci sono l'agile arquero Daniel Carnevali, che sfilerà il posto all'indomani a Fillol, il torreggiante stopper Bargas, nominato miglior giocatore argentino nel 1972, e i totem Miguel Brindisi, Enrique Wolff, Roberto Telch e Ruben Ayala. Sivori verrà ripagato.
Fornari festeggia il gol più importante della sua carriera
Il 23 Settembre 1972 all'Hernando Siles le cose per l'Argentina vanno bene. Dopo aver rimediato una gomitata  in pieno volto, lo sgusciante Oscar Fornari è stato a bordocampo per farsi medicare una narice sanguinante: quando rientra, fa in tempo a guadagnare l'area di rigore per convertire in rete con uno spettacolare colpo di testa in tuffo un traversone arrotato del "Raton" Ayala, prima di piangere a dirotto pensando alla madre scomparsa solo qualche settimana prima. E' questo l'esatto momento in cui Oscar smette di essere "El Pajaro", e diviene per tutti "El Fantasma". L'Argentina vince di misura ed avvicina una qualificazione festeggiata una settimana più tardi con la vittoria per tre reti ad una ottenuta sul Paraguay tra le mura amiche. Ma ormai non si fa altro che parlare dell'Equipo Fantasma. La foto pubblicata dal quotidiano "Hoy" di La Paz, quella dei calciatori incappucciati, ripresa dal settimanale argentino "Goles", ha sortito gli effetti sperati, facendo gridare allo scandalo l'indignata opinione pubblica argentina. Se Sivori, soppiantato prima del mondiale Vladislao Cap, non sarà della spedizione, solo un elemento del nucleo originario dei fantasmas avrà il privilegio di rappresentare la propria patria sui campi tedeschi: Mario Alberto Kempes. Mica uno qualunque.   

Vincenzo Lacerenza



Fonti:
nuncasinfutbol.blogspot.it
gazzetta.it
mondofutbol.com
sportmistreated.blogspot.it
lanaciona.com.ar
paginasiete.bo
eltribuno.info
diariopublicable.com
curiosidadesdelfutbol
deportes.elpopular.com.ar
elgrafico.com.ar



martedì 14 marzo 2017

Latinoamericana: l'Atletico Chalaco e il "leon porteño"

Una formazione dell'Atletico Chalaco ('80)
In maniera piuttosto sorprendente, ma non immeritata, il vecchio e glorioso Atletico Chalaco, risalito dagli inferi della Segunda Division soltanto nel 1972, chiude la Liguilla del Descentralizado 1979 al secondo posto, collocandosi alle spalle dello Sporting Cristal campione, e qualificandosi alla Copa Libertadores a braccetto coi cerveceros. Per la "Furia Chalaca", sulla cui panchina siede il "Cabezón " Cesar Cubilla, il risultato ottenuto, oltre ad essere per certi verti inaspettato, e a venire accolto con legittimo stupore misto a soddisfazione, ha una portata storica: mai i biancorossi, inseriti nel gruppo 1 assieme alle argentine River Plate e Velez Sarsfield e ai connazionali dello Sporting Cristal, avevano preso parte alla regina delle competizioni sudamericane. Non ci riusciranno più.

Dopo il lusinghiero 0-0 di Lima con cui l'Atletico Chalaco inaugura l'avventura continentale, c'è attesa per il primo, storico incontro casalingo dei rojiblancos in Copa Libertadores. Anche se per questioni logistiche e pragmatiche - come favorire un maggior afflusso di pubblico - così da garantirsi un incasso più alto dai proventi della vendita dei tagliandi - alla leggendaria dimora del club, il piccolo Estadio Telmo Carbajo di Callao, viene preferito il mastondontico e più accogliente Estadio Nacional di Lima, quello che hanno in mente i portenos è un'imponente cerimonia di benvenuto. Nelle settimane che precedono il grande evento, in programma per il primo Marzo, fervono i preparativi e non mancano le idee, alcune anche bizzarre e pittoresche: la più ortodossa è quella di affidare l'apertura delle danze alla banda della Marina, incaricata di far risuonare le soavi note di "Nostalgia Chalaca", inno incontrastrato della città, tra due ali di bambini in festa.

Ad un certo punto la dirigenza biancorossa, sempre alla spasmodica ricerca di soluzioni che diano un tocco identitario, originale ed accattivante alle celebrazioni, fa una pensata geniale. Si ricorda dell'apodo con cui la squadra è conosciuta in Perù, "El Leon Porteño", e si mette in contatto con un circo della zona a cui rivolge una richiesta tanto singolare quanto precisa: vogliono un leone in prestito per un giorno.
Il "leon porteño"
L'idea è quella di adagiare la belva, rinchiusa in una gabbia con le sbarre dipinte di bianco e rosso, su un apposito carrello trainato da un piccolo rimorchio per fargli fare la cosiddetta "vuelta olimpica" prima dell'inizio della partita. I biancorossi si augurano di vedere premiati i tanti sforzi con un ruggito spavaldo e terrificante del re della foresta, utile ad incutere timore agli avversari e a galvanizzare il pubblico chalaco. Ma, quando giunge il momento fatidico, la mascotte del club sembra divertirsi a fare i dispetti, e se ne sta placida, preferendo una bella pennichella al feroce ruggito tanto richiesto e atteso. E' un fiasco totale.


In campo, le cose per l'Atletico Chalaco, che pure può contare su elementi discreti come l'iconico portiere uruguagio Fernando Apolinario, passato alla storia per una copertina in cui lo si vede seduto sui talloni nel bel mezzo del terreno di gioco mentre fa da cavia a una nuova acconciatura partorita dal famigerato stilista e parrucchiere Toto Hall, e i nazionali peruviani Oscar Arizaga e Walter "Chueco" Escobar, non vanno mica meglio.
Toto Hall da una sistemata ai capelli di Apolinario
Il Velez Sarsfield di Jorge Solari, guidato in campo dello strepitoso volante Carlos Ischia, è anch'esso neofita della competizione, ma si rivela avversario qualitativamente troppo superiore alla "Furia Chalaca", schiantata da una zuccata di Josè Castro e da una rete dell'ineccepibile "rematador" Osvaldo Damiano. Il resto del cammino, proibitiva doppia trasferta argentina compresa, sarà, come peraltro ampiamente prevedibile, lastricato di sconfitte e cocenti umiliazioni. Nella gara di ritorno di Liniers, tra la valanga di reti, cinque, con cui il "Fortin" seppellirà prepotentemente  i rojiblancos, arriveranno, però, le storiche, e uniche, due reti dell'Atletico Chalaco in Copa Libertadores: a firmarle saranno Marcos Portilla e Oswaldo Flores.


Vincenzo Lacerenza


Fonti:
pasionfutbol.com
dechalaca.com
fotosfutbolperuano.blogspot.it
arkivperu.com

mercoledì 1 marzo 2017

Mariscal Santa Cruz: l'unica regina boliviana del Sudamerica

Una formazione del Mariscal
Lanciato uno sguardo dall'altra parte dell'Oceano, nel 1970 la CONMEBOL presieduta dal peruviano Teófilo Salinas, trapianta in Sudamerica una manifestazione sulla scorta della Coppa Uefa, la chiama "Copa Ganadora" e la affianca alla Libertadores, diventata nel frattempo la regina incontrastata delle Americhe: l'idea alla base è quella di accendere i riflettori e dare visibilità a tutte quelle formazioni, e quei Paesi, che si dimenano alla periferia dell'impero. Le regole d'ingaggio sono chiare e piuttosto intuitive: ammesse al torneo sono le terze classificate dei principali campionati latini e le finaliste perdenti delle coppe nazionali. Brasile e Colombia, dubbiose sulla caratura tecnica del torneo, declinano l'invito e disertano la rassegna. Le rappresentati degli altri otto paesi, invece, si presentano regolarmente ai nastri di partenza e vengono sistemate in un due gruppi disomogenei: le gare del primo, composto da tre formazioni, si disputano a Quito, mentre le sedi deputate ad ospitare gli incontri del secondo, dove confluiscono le restanti cinque compagini, sono le boliviane La Paz e Cochabamba. Le vincenti dei due raggruppamenti si ritroveranno in finale.

Se l'Argentina è rappresentata dall'Atlanta, l'Ecuador dall'El Nacional, il Paraguay dal Libertad, il Perù dal decaduto Deportivo Municipal, il Cile dall'Unión Española, l'Uruguay dal Rampla Juniors e il Venezuela dal Canarias, tocca al misconosciuto Mariscal Santa Cruz l'onore e l'onere di tenere alto lo stendardo boliviano nel Continente. Negli ultimi anni "La Academia", fondata nel 1923 sotto le spoglie di Northern Football, ha vissuto un periodo piuttosto travagliato e turbolento dal punto di vista finanziario, sportivo e anche emotivo. Addirittura, nel 1958, oberato dai debiti, il presidente tedesco Kurt Koenigfest non ha trovato altra soluzione a quella tragica del suicidio. Per venir fuori dalla crisi economica che ne aveva paralizzato le attività sportive, causandone anche la retrocessioneP poi, nel 1965 il club passa nelle mani delle Forze Armate. Quell'anno, in occasione del centenario della sua morte, con un beau geste la Francia riconsegna alla  Bolivia le spoglie di Andrés de Santa Cruz, reggente della Confederazione Peruviana-Boliviana ai tempi della guerra d'indipendenza, nonchè uno dei primi presidenti della Repubblica Boliviana. E' la sua memoria che l'esercito decide di omaggiare quando cambia la denominazione del club dall'originario "Northern football" al nuovo "Mariscal Santa Cruz". 

Con l'avvento dei militari, il club, ad un passo dal baratro, risorge dalle proprie ceneri e di colpo rifiorisce: riconquistata la massima categoria, dopo averla smarrita durante il periodo di decadenza, il "Cardinal", che è stato l'ultimo porto del "Maestro" Victor Agustín Ugarte - eroe del Sudamericano vinto dalla verde nel '63 - sale sul gradino più basso del podio per tre edizioni consecutive del Campeonato Nacional. Nel gennaio del '67, poi, approdano a La Paz due argentini destinati a fare la storia degli albicelestes e di tutto il fútbol boliviano: si chiamano Juan Américo Díaz e Juan Farías. La coppia è ben assortita. Il primo, proveniente da Santiago del Estero, è torreggiante e implacabile sotto porta, tanto che in patria, impressionati da una tracotanza atletica fuori dal comune, lo hanno preso a chiamare "el Tanque"; l'altro, invece, estroso, funambolico, e sgusciante è in possesso di una "zurda" poetica con cui fa ammattire terzini e disperare portieri.
Eliseo Báez col "Tanque" Díaz
Negli anni successivi l'ossatura dei biancocelesti viene puntellata ulteriormente: vestono anche il biancoceleste anche gli argentini Gramajo e Victor Montoya, e i paraguagi Zimmerliz, portiere di sicuro affidamento, il mediano Josè Gimenez e i fratelli Báez: dei due sarà il maggiore, Eliseo, volante de creación con il vizio del goal, quello che lascerà il segno più profondo, rivelandosi l'arma in più de la Academia durante l'avventura in Copa Ganadora. Il mercato interno, invece, regala al "
Cardinal" Remberto Gonzáles e Genaro Hurtado: se  "Chembo" è uno spilungone forte nel gioco aereo a suo agio nel battagliare e fare a sportellate in area di rigore, il "Peje", tutto all'opposto, è un' ala destra rapida e brevilinea, brava a seminare il panico sulle corsie per poi scodellare palloni invitanti nel mezzo. A capitanare la flotta, in cui compaiono solo tre boliviani, c'è Felix Deheza, totem della Verde sostuito in panchina nel 1950 dall'italiano Mario Pretto proprio alla vigilia della spedizone iridata brasiliana. 

Per il Mariscal, collocato nel gruppo 2 assieme ad Atlanta, Unión Española, Deportivo Muncipal, e Rampla Junios, la prima fase si rivela parecchio agevole: in scioltezza la Academia si libera 1-0 degli argentini all'esordio, demolisce 4-1 gli uruguagi, supera di misura 2-1 i cileni e chiude la serie, concedendo il pareggio (1-1) ai peruviani. I boliviani impressionano per la mole di gioco prodotta, il sensazionale numero di reti realizzato e l'apparente facilità con cui staccano il pass per la finale con gli ecuatoriani dell'El Nacional, vincitori del grupo 1. Anche se il goal più bello lo mette a segno dal "Peje" Hurtado, quando con una sventola dai venticinque metri incenerisce il povero Olivares dell'Unión Española, dando il là alla rimonta poi completata a scapito dei cileni, il grande protagonista, e assoluto trascinatore dei paceni, è Eliseo Báez, autore di tre reti.

Curiosamente anche l'El Nacional, nato solamente dieci anni prima da un'idea del capitano di fanteria Jorge Antonio Araque, è controllato dai militari: nei primi anni di permanenza nel massimo circuito ecuatoriano, addirittura, il legame con le Forze Armate era così stretto che nella rosa rossoblu erano inquadrati alcuni elementi dell'esercito, e la squadra era conosciuta col nome di "Selección del Ejercito". Nel 1967, poi, arriva il primo titolo sotto la conduzione dell'italiano delle Americhe Vessillo Bartoli. Quell'anno Tom Rodríguez, goleador di razza, mette in mostra tutto il proprio campionario, segna sedici reti e viene nominato giocatore dell'anno in Ecuador. Tre anni dopo è lui lo spauracchio del Mariscal nella finale di Copa Ganadora. 

A Quito, tuttavia, i boliviani sanno soffrire, rimangono compatti e riescono a mantenere la porta inviolata, strappando un prezioso 0-0.  Restare in partita senza compromettersi troppo, per poi giocarsi le proprie carte in casa era, d'altronde, l'obiettivo de la Academia. Una settimana più tardi trentamila aficionados riempiono le gradinate dell'Hernando Siles. Il Cardinal, sospinto dal calore della sua gente, non diserta l'appuntamento con la storia. E' ancora una volta Eliseo Báez a salire in cattedra e prendersi il proscenio.
Uno scatto della finale
Servito da Hurtado il paraguagio prima sblocca il risultato, eludendo l'uscita disperata di Bautista, poi, nella ripresa, è glaciale nel calciare a pelo d'erba il calcio di rigore del raddoppio, proiettando la Bolivia sulla mappa del calcio continentale e scrivendo una pagina storica per tutto il movimento andino, scioccato solo qualche mese prima dalla drammatica sciagura aerea del The Strongest.  A La Paz esplode la festa. Il presidente della Repubblica Alfredo Osvaldo
Candía vuole rendere omaggio ai campioni e li invita a Palazzo Quemado. E' sicuramente il momento più nobile della storia del Mariscal, e forse, a livello di club, anche di tutto l'universo boliviano. Per il "Cardinal", sarà, invece, l'inizio della fine. Sei anni più tardi, dopo averlo prima nazionalizzato e smantellato, il dittatore boliviano Hugo Banzer ordinerà la dissoluzione coatta del glorioso Mariscal Santa Cruz, rimasta ancora oggi l'unica formazione boliviana capace di sollevare un trofeo al di fuori dei confini nazionali. 

Vincenzo Lacerenza


Fonti e foto:
historiadelfutbolboliviano.com
paginasiete.bo
historiascoperas.blogspot.com
leyendasyrelatosdefutbol.com
gol.com.bo
pasionfutbol.com
onceaonce.blogspot.com
mifutbolecuador.wordpress.com
la-razon.com
lostiempos.com

martedì 7 febbraio 2017

Il Maracanazo del Camerun

« Qui l’aurait cru, qui l’aurait cru la république populaire du Congo est championne de la coupe d’Afrique des nations de football »

Ghislain Joseph Gabio


Il Camerun alla CAN 1972
Ottenuta l'assegnazione dell'ottava edizione della Coppa d'Africa, il Camerun sa di avere addosso gli occhi del Continente Nero e, come logico, non ha nessuna voglia di farsi trovare impreparato. La gente è in fermento. Vengono appesi striscioni di benvenuto, si stampano riviste a tema e i negozi fanno a gara per adornare le vetrine con i gadget dell'evento. Anche la federazione si è mossa a dovere. Per prima cosa ha ingaggiato l'allenatore tedesco Peter Schnittger, artefice del sensazionale quarto posto della Costa d'Avorio nell'edizione precedente, che nel frattempo si è tolto pure lo sfizio di vincere una Coppa dei Campioni d'Africa al timone del Canon Yaoundè, e poi, subito dopo, ha allargato i cordoni della borsa, destinando ingenti fondi per la costruzione degli stadi di Yaoundè e Douala, le due città deputate ad ospitare la manifestazione. Infine, di comune accordo con Schnittger, per stare più tranquilli e fare bella figura si è deciso di rendere più competitiva la comitiva, richiamando agli ordini due professionisti del calibro di Jean-Pierre Tokoto e Joseph Maya, stella dei francesi dell'Olympique Marsiglia: la maestranza più cospicua è quella composta dai calciatori del blasonato Canon di Yaoundè.

I Leoni Indomabili, che non sono ancora conosciuti come tali, vengono sistemati nel gruppo A, quello riservato come consuetudine ai padroni di casa, e si ritrovano in compagnia del talentuoso Mali del Pallone d'oro Africano 1970 Salif Keita, forse la favorita per la vittoria finale, e delle matricole Kenya e Togo. Questi ultimi sono più temibili e possono aspirare a recitare un ruolo da outsider: trascinati dal formidabile Edmond Apeti, universalmente conosciuto come Docteur Kaolo, nelle qualificazioni gli Sparvieri hanno infilato uno scalpo prestigioso nel curriculum, mettendo i bastoni fra le ruote al Ghana e uscendo dal catino di Accrà con le braccia alzate e un biglietto per il Camerun in tasca. Tuttavia, niente di così proibitivo per chi non fa mistero di puntare alla corona continentale.

Nonostante le insidie annidate in partite sulla carta più che abbordabili, la fase a gruppi si rivela quasi una passeggiata per la truppa di Schnittger: il Camerun parte col piede giusto, liquidando 2-1 il Kenya nella gara inaugurale, e prosegue approfittando dell'ingenuità di un Togo sciupone per batterlo 2-0 e prenotare un posto in semifinale.
Jean-Pierre Tokoto
Nell'ultima gara col Mali, in un appuntamento che serve solamente a delineare le gerarchie del ragguppamento, tocca a Charles Léa Eyoum pareggiare la rete del maliano Fantamandy Keita, capocannoniere solitario di quell'edizione con cinque reti, e preservare la verginità dell'Omnisports, scongiurando il sorpasso all'ultima curva delle Aquile in vetta alla graduatoria. In semifinale i Leoni Indomabili se la vedranno con il Congo. Nell'altro gruppo a regnare è l'equilibrio: alle spalle dello Zaire, Congo e Marocco sono appiate a tre punti e condividono la medesima differenza reti. Il sorteggio manda in paradiso i Leoni, e spedisce all'inferno Faras e soci.


Il pubblico camerunense già pensa alla finale e prepara la festa: la semifinale viene considerata solo una fastidiosa formalità da sbrigare il prima possibile. Nell'immaginario collettivo camerunense, il Congo rappresenta la vittima sacrificale ideale. Lo scarno pedigree internazionale della selezione di Brazzaville, d'altronde, sembra avvalorare questa tesi. I Leoni, guidati da Adolphe Bibanzolou, hanno debuttato nell'edizione precedente, venendo sbattuti fuori al primo turno. E anche se possono contare sull'apporto di alcuni calciatori provenienti dall'Europa, tra cui Francois Mpelè, che nella cadetteria francese si è fatto un nome a forza di gonfiare reti al servizio dell'Ajaccio, proprio non possono intimorire. Il campo, però, come spesso accade, racconta un'altra storia. Il Camerun soffre oltremodo la maggior brillantezza e vivacità atletica dei congolesi e, alla mezzora, viene sorprendentemente punito da unaterricante staffilata dai trenta metri di Noël "Pépé" Minga Tchibinda.
François M'Pelè
Sugli spalti dell'Omnisports, leggermente bagnati da una pioggerellina intermittente, scende il gelo. Nonostante i reitarati assalti alla diligenza rossa, il fortino eretto dai Leoni regge egregiamente, e tutti gli attacchi camerunensi finiscono ineluttabilmente per essere rimbalzati da una rocciosa linea Maginot composta da Ndéngaki, Niangou, Ngassaki e capitan Ndoulou. In porta, poi, a fare i miracoli c'è Maxime Matsmima, uno a cui in patria hanno appiccicato un soprannome che è tutto un programma: lo chiamano Yachine. E non a caso. 


A cinque minuti dal tripliche fischio, in pieno forcing disperato, uno spaventoso colpo al capo mette fuori gioco il capitano camerunense Emanuel Mvè, costringendo i Leoni Indomabili a giocare in inferiorità numerica: scoppierà a piangere in ospedale quando, riacquistati i sensi, verrà a sapere dell'eliminazione dei propri compagni. E' la resa. A Yaoundè si consuma il dramma perfetto. Il Camerun precipita nello sconforto. Fatte le debite proporzioni, un'esperienza simile a quella vissuta dal Brasile dopo il Maracanazo del 1950. Il pubblico, in preda ad uno stato d'animo tra lo scioccato e lo sconsolato, abbandona con la coda tra le gambe gli spalti dell'OmnisportS, e non torna per la finale, boicottando bellamente l'ultimo atto tra i congolesi e il Mali. La Medaglia di bronzo, messa al collo dopo aver strapazzato 5-2 lo Zaire dello jugoslavo Vidinic, sarà solo una magra consolazione, cosi come quella di vedere i propri giustizieri trionfare 3-2  sul Mali dei Keita e del tedesco Weigang grazie alla doppieta di Jean-Michel Mbono, per tutti "le sorcier", e dal prezzemolino sigillo di Mpelè. In uno spettrale Omnisports, i Diavoli Rossi riceveranno il trofeo dalle mani del presidente Ahmadou Ahidjo, uno dei pochi camerunensi presenti sugli spalti quel giorno. 

Vincenzo Lacerenza






martedì 24 gennaio 2017

Gli Elefanti e la punizione esemplare di Guei

Gli Elefanti alla CAN 2000
Un golpe preannunciato - Il 24 Dicembre 1999 il presidente della Costa d’Avorio Henri Konan Bédié, fautore di quella xenofoba politica dell'”ivorianità” che aveva contribuito ad inasprire le tensioni etniche tra le genti del Nord e quelle del Sud, facendo precipitare il Paese sull’orlo di un conflitto civile, viene destituito da un colpo di stato militare. Il modus operandi è quello classico. Al grido di “Nous sommes venus balayer la maison” i golpisti capitanati dal veccho generale Robert Guei, epurato quattro anni prima dallo stesso Bediè, assumono il controllo dei centri del potere, istituiscono posti di blocco per presidiare al meglio strade e quartieri, e si prodigano nello scarcerare i detenuti politici. Poi un tronfio Guei appare in tv per il canonico discorso alla nazione, dove annuncia lo scioglimento di tutti gli organi legati al precedente governo, promette un giro di vite per ridurre la criminalità e combattere la corruzione, e si affretta a tranquillizzare la popolazione e gli operatori internazionali: garantisce la sicurezza di tutti, e rassicura i partner politici ed economici sul rispetto degli accordi in essere.
 
Preso il potere, e dopo aver invitato il popolo a mantere un tenore di vita austero e poco dissoluto attraverso una capillare e massiccia campagna di sensibilizzazione, il 4 Gennaio istituisce, e si pone a capo di un Comitato di Salute Pubblica, a cui assegna il compito di traghettare il paese verso libere elezioni. Una manciata di giorni più tardi manda il proprio in bocca al lupo alla nazionale ivoriana in partenza per la Coppa d’Africa.

Storie tese - Anche se il torneo si disputa in Ghana, gli Elefanti scelgono di effettuare il ritiro preparatorio in Guinea. Il clima nel clan ivoriano è tutt’altro che sereno. Durante una partitella d’allenamento, Blaise Kouassi sbaglia la misura di un passaggio. Il difensore del Parma e meteora romanista Saliou Lassisi, che sarebbe il destinario, è parecchio contrariato e ha un modo decisamente sopra le righe per comunicare il proprio dissenso: si avvicina al malcapitato Kouassi e gli rifila una testata, spaccandogli il labbro.
Saliou Lassisi
L’allenatore Gbonkè Tia Martin è furibondo. Al rientro in albergo lo rimprovera categoricamente, ricevendo in cambio gli insulti di Lassisi, immediatamente sanzionato e rispedito ad Abidjan, dove verrà costretto a fare mea culpa in diretta televisiva.

Nonostante un pari col Togo all’esordio, ed una perentoria vittoria sui beniamini di casa propiziata dalle reti di Kalou e Siè, il sipario sull’avventura ghanese della Selephanto cala già al primo turno. La Costa d’Avorio viene estromessa per una questione di differenza reti, ma al generale golpista poco interessa: l’eliminazione, seppur onorevole, è comunque intollerabile e disdicevole. Attorno alla nazionale, infatti, si erano radunate aspettative mirabolanti, e pochi ivoriani si sarebbero immaginati un ritorno a casa così precoce. Ad esempio il popolare giornale Le Patriote, che si sbilanciava e prefigurava addirittura una finale degli uomini di Gbonkè, scrive senza un filo di rammarico frammisto ad indignazione “toutes les dispositions avaient été prises pour voir les Eléphants barrir au soir du 13 février

Punizione esemplare -  Il volo di rientro, destinato ad atterrare ad Abidjan, viene dirotatto verso la capitale Yamoussokro. Quando sbucano dalla fusoliera, anzichè il presidente federale Dieng Ousseynou, gli Elefanti trovano ad attenderli un nutrito capannello di militari: ufficialmente sono lì per scortare i giocatori e tenerli al riparo dalle intemperanze di qualche scalmanato tifoso. Ma la realtà è un’altra. Ibrahima Bakayoko, stella della nazionale e dell’Olympique Marsiglia, e i compagni, vengono caricati su delle camionette e trasportati coattivamente nel rinomato campo militare di Zambrako.
Ibrahima Bakayoko
La giunta militare di Guei non ha perdonato la figuraccia fatta in Ghana: accusati di scarso patriottismo dopo aver intascato l’anticipo sui premi partita, i calciatori vengono trattenuti per due giorni e due notti (inizialmente era prevista una settimana) e sono costretti ad affrontare un cosiddetto percorso di rieducazione civica.

Gli Elefanti, tra cui ci sono anche Alain Gouamene, l’eroico portiere protagonista del trionfo del 1992, e il cugino di Drogba Olivier Tebily, vengono sottoposti alla ferrera e inflessibile disciplina imposta dai militari: svegliata all’alba, la comitiva ivoriana deve ossequiare alla tradizionale cerimonia del “lever des couleurs”, ed è obbligata ad eseguire pedissequamente le  disposizioni impartite dagli ufficiali.

La fine dell'incubo - Dopo quarantotto ore di detenzione coatta, la Selephanto abbandona il campo di Zambrako e va a sfilare militarescamente sotto gli occhi di Guei ad Abidjan. Prima di ottenere l’agognato rompete le righe, e quindi il permesso di poter raggiungere le rispettive squadre di club, i calciatori devono anche sorbirsi la paternalistica predica del Capo dello Stato, che alla vigilia della Coppa d’Africa aveva chiesto loro di “giocare con il cuore e con i piedi”: “Questa è l’ultima volta che tolleriamo una cosa del genere. La prossima volta rimarrete per tutta la durata del servizio militare, vale a dire diciotto mesi. A bon entendeur, salut!“, chiosa minacciosamente il Presidente golpista, mentre si librano nell’aria le note dell’Abidjanaise, l’inno nazionale ivoriano.
 
In tutta questa faccenda la CAF, presieduta da Issa Hayatou, si girerà dall’altra parte e non muoverà un dito, lasciando alla FIFA l’onere di ammonire ufficialmente le autorità sportive ivoriane.

Vincenzo Lacerenza 

Fonti:
liberation.fr
francefootball.fr
sofoot.com

martedì 17 gennaio 2017

Il volo più bello delle Gru: l'Uganda ad un passo dalla Coppa d'Africa

L'Uganda alla CAN 1978
La notte del 25 Gennaio 1971 è una notte dai lunghi coltelli. Colpi di mortaio squarciano le tenebre. I golpisti capeggiati da Idi Amin Dada entrano a Kampala. Stringono d’assedio le caserme, si impossessano dei nuclei del potere e fanno cadere il governo di Obote: obiettivo raggiunto.

E' la genesi dellala dittatura di Amin Dada. Inizialmente salutata con favore dalle potenze Occidentali,  specie per la deriva comunista assunta da quella precedente, passerà alla storia come una delle più cruente e sanguinarie di tutta la storia politica del Continente Nero. Appena insediatosi al potere Amin Dada inizia le repressioni e le persecuzioni nei confronti delle minoranze etniche. Ad entrare nel mirino dell’istrionico dittatore sono soprattutto le popolazioni nilotiche settentrionali: Amin teme infatti la superiorità numerica nell’esercito degli acholi e dei langi. Ne ordina l’eliminazione, cosi come chiede l’allontanamento dal paese degli asiatici, a sua detta troppo ingerenti nelle questioni economiche.

Lo chiamano Big Daddy, per via della sua statuaria imponenza fisica. Evidentemente però un solo soprannome non basta per appagare il suo ego smisurato. Conia allora lui stesso l’appellativo con cui ama essere identificato e adorato: “Sua Eccellenza il presidente a vita, feldmaresciallo Al Hadji dottor Idi Amin, VC, DSO, MC, signore di tutte le bestie della Terra e dei pesci del mare, e conquistatore dell’impero britannico in Africa in generale e in Uganda in particolare“. Tra una strizzatina d'occhio al colonnello Gheddafi, ed un’altra agli indipendentisti scozzesi, Big Daddy deve guardarsi le spalle dai sostenitori lealisti ad Otobe e da Otobe stesso, ospitato nel frattempo dalla Tanzania: il leader spodestato sta tramando il controgolpe. Inevitabilmente, l’appoggio offerto del presidente tanzaniano Julius Nyerere contribuisce ad inasprire le tensioni ed ad innalzare una cortina di ferro tra i due paesi. Venti di guerra iniziano a spirare in Africa Orientale. Il conflitto appare inevitabile. Purtroppo, lo sarà.

Nel 1978 l’Uganda è un paese sull’orlo di un conflitto fratricida con la Tanzania, funestata dal potere bulimico del suo dittatore e attraversata da tensioni e contraddizioni di ogni genere. Quell'anno è in programma anche la Coppa d’Africa. Dopo due eliminazioni consecutive al primo turno, le Gru, soprannome con quale sono conosciuti i calciatori ugandesi, hanno tutta l'intenzione di fare bella figura, contribuendo a regalare una piccola gioia in un momento delicato e drammatico come quello.


La selezione di Peter Okee si qualifica superando l’Etiopia nel secondo turno con un 2-1 tra le mura amiche, dopo un pareggio a reti inviolate ad Addis Abeba. La manifestazione ospitata dal Ghana prende il via il 5 Marzo 1978 con la vittoria della selezione di casa sullo Zambia. Una vittoria di misura per 2-1. Sofferta oltre le aspettative, ma importante per lanciare un messaggio alla concorrenza. Dopo i due allori consecutivi del 1963 e del 1965, e le due piazze d’onore ottenute nel 1968 e nel 1970, le Black Stars hanno disertato l’appuntamento con la massima competizione calcistica africana per ben tre edizioni consecutive. Una ferita troppo grande per una delle scuole calcistiche egemoni dell’universo africano. Da rimarginare alzando il trofeo sotto le stelle nere di Accra.

Tra le rivali più accreditate ci sono il Marocco, campione uscente e la sempreverde Nigeria. La Costa d’Avorio e il Mali poi nemmeno vi partecipano: entrambe le formazioni vengono squalificate per irregolarità commesse nei precedenti turni di qualificazione. Una sliding door in cui si infila di prepotenza la selezione dell’Alto Volta, l’odierna Burkina Faso. Il destino riserva all’Uganda il gruppo B. La compagnia è gradevole, ma da non sottovalutare: sistemate nello stesso girone ci sono la Tunisia, il Congo-Brazzaville, ma soprattutto il Marocco detentore del trofeo.

Le Gru iniziano il loro cammino a Kumasi. Nella Garden City, gli uomini di Okee si impongono con un perentorio 3-1 sul Congo-Brazzaville. Segnano Omondi, Semwanga e Kisitu. Philip Omondi è la guida tecnica, carismatica e quasi spirituale delle Cranes. Dotato di un innato fiuto del goal, il suo ex allenatore David Otti lo ricorda così: “Nessun ugandese potra mai eguagliarlo, poteva cambiare la partita in una frazione di secondo. Non ho mai visto un giocatore come lui“. Otti non era un semplice allenatore. Era un padre putativo, un mentore. Quando nel 1973 il diffidente Robert Kiberu sbarra le porte della nazionale bugandese ad “Omo”, lui è l’unico a non nutrire dubbi sul talento del ragazzo, spalancandogli le braccia: “Aveva un talento unico, me ne sono accorto quando mi allenavo con lui in campo”.

Strappato al pugilato, via indicatagli dal suo amico Shadtack Odhiambo, ex boxeur professionista, il giovane Omondi si avvicina al calcio in maniera del tutto casuale. Nel 1969 si ritrova a palleggiare per diletto di fronte all’ostello Lugogo, lo stesso dove la nazionale ugandese alloggia in vista della CECAFA Cup in programma quell’anno. Le spiccate abilità da giocoliere e la rara sensibilità che emtte in mostra attirano l’attenzione del tecnico Burkhard Pepe, e del team manager Andrew Wassaka, fino a spingerli ad assoldare l’imberbe Philip come raccattapalle. E’ la scintilla: l’anno successivo entra nel settore giovanile del Naguru. Poi passa al Fiat Fc dove rimane fino al 1973, quando il suo talento cristallino non sfugge all’occhio temprato di Bidandi Ssali, coach del Kampala City Council FC, una delle più blasonate compagini del paese.

Arrivato nella capitale a sedici anni insieme al compagno Tom Lwanga, vi rimarrà fino al 1979. Non mancheranno gli allori, come i due titoli ugandesi consecutivi conquistati nel 1976 e nel 1977. La carriera di Omondi rischia però di interrompersi bruscamente nel 1976, quando, a seguito di una violenta collisione col portiere del Kilembe, Kikomeko, riporta la peggio, rischiando persino la vita: il  pancreas è spappolato.
Omondi in azione
La situazione è drammatica. Si teme per la sua vita. Il parere degli esperti non lascia speranze: se sopravviverà sicuramente non potrà più tirare a calci un pallone. Il destino non ha però fatto i conti con la scorza ruvida dell’ugandese. Philip è tenace, si allena, e dopo tre interventi chirurgici è pronto a fare ritorno sul rettangolo verde. E’ il 22 Giugno 1977, il KCC sfida il NIC, ma per tutti è il giorno della resurrezione di Omo. Uno come Omondi però non può limitarsi alla sola presenza. Fa le cose in grande: segna uno dei tre goal con la quale la compagine capitolina condanna alla sconfitta il NIC. E’ la rinascita. Ad un anno dalla Coppa d’Africa, competizione in cui finora ha deluso, Omondi è pronto a disputare un torneo da protagonista. Andrà oltre le più rosee aspettative.

Dopo l’esordio contro il Congo-Brazzaville bagnato dal goal, le Gru incappano nella rovinosa sconfitta contro la Tunisia: finisce 3-1, e la rete di Musenze serve soltanto a mitigare il passivo reso pesante dalla reti di Labidi e dalla doppietta di Ben Aziza. La sconfitta può essere fatale, ma la fiammella della speranza non ha ancora smesso di crepitare. Nell’ultima partita del girone occorre la vittoria. Nient’altro che la vittoria. Solo e soltanto la vittoria. L’ostacolo da superare è il più alto: il Marocco campione in carica. Serve una grande Uganda. Occorre il miglior Omondi. Davanti ai ventimila cuori dello Stadio Comunale di Kumasi, le Gru annichiliscono i Leoni d’Atlante con un 3-0 che non ammette repliche. Oltre alle reti di Godfrey Kisitu e Nsereko non può mancare la prezzemolina marcatura di Philip. Perché come afferma il noto giornalista ugandese Hassan Badru Zziwa “Per Omondi segnare è più naturale di respirare”.


In semifinale ad attendere le Gru c’è la sempre temibile Nigeria. Le Super Aquile sono reduci dal terzo posto ottenuto nell’edizione precedent, e tra le proprie file annoverano giocatori di buona levatura tecnica come Martin Eyo e Adoki Amesiemaka. L’Uganda non sembra avvertire eccessivamente l’emozione e all’11’ rompe il ghiaccio, passando sorprendentemente in vantaggio con Nasur. Nella ripresa la Nigeria corre ai ripari, inserendo Eyo al posto di un'impalpabile Cristopher Ogu. La scelta paga i suoi dividendi al 54’, quando il neoentrato infila Ssali e riporta in equilibrio le sorti dell’incontro. Tutto da rifare per le Gru. Nessun problema, ci pensa Omondi. Riceve un preciso filtrante da Kisitu, ondeggia col pallone, dribbla tre difensori avversari, e dopo un paio di finte fulmina l’impotente Okala, regalando il nuovo vantaggio alle Gru. Tom Lwanga, arcigno difensore di quella selezione, fotografa il momento e con la memoria ripercorre quella scena storica: “Tutti guardiamo. Omondi finta il tiro e Okala cade a terra goffamente. Non è finita. Okala si ridesta, ma Omondi lo sbeffeggia con una seconda finta. Poi una terza, con Okala che si tuffa nella direzione sbagliata, lasciando ad Omondi la porta spalancata per segnare”. L’Uganda è in finale. Si parte per Accrà, dove ad attendere le Gru c’è la selezione di casa trionfante nell’altra semifinale a scapito della Tunisia. Il Ghana è pronto a festeggiare.

E’ il 16 Marzo 1978. Un clima di festa accoglie le due squadre all’Accrà Sport Stadium. Tra le ali di folla festante si scorgono anche  parecchi kanzu: i supporter ugandesi, intabarrati nei propri costumi tradizionali, non si danno per vinti e credono all'impresa. Il pubblico sarà però un prezioso alleato delle Stelle Nere. Lo si intuisce quando un boato disumano precede il fischio d’inizio dell’arbitro libico Youssef El Ghoul. Dopo un’iniziale fase di studio, al 38’ arriva la svolta: Afriye si infila in un buco lasciato dalla retroguardia ugandese, e con un morbido pallonetto castiga l’uscita scriteriata di Ssali. L’Uganda, vestita di un rosso fiammante, è in completa balia dei padroni da casa. Le Gru hanno le ali tarpate. Omondi si sbatte ma, lasciato troppo spesso isolato dai compagni, viene arginato senza molti affanni dai centrali ghanesi. Il sipario cala al 64’, quando ancora Opoku Afriye scatta in contropiede, non si fa ipnotizzare da Ssali e sigla la rete del raddoppio. E' il colpo di grazia. I minuti restanti si trasformeranno per l'Uganda in una lenta ed interminabile agonia.


Il Ghana è campione d’Africa per la terza volta nella sua storia. Le Gru, tuttavia, possono gonfiare il petto per aver raggiunto un tragurdo memorabile e impensabile alla vigilia del torneo. dispiegando le ali e volando in territori inesplorati.


Quelle Gru resteranno per sempre nel cuore degli ugandesi. Era l’Uganda timonata in panchina da Peter Okee e dal suo luogotenente Philip Omondi, spalleggiato da gente come Tom Lwanga, Jimmy Kirunda e Godfrey Kisitu. Due leader accomunati anche dalla sfortuna. 
Okee, prima di diventare allenatore delle Gru, fu costretto ad archiviare la carriera da giocatore a causa di due gravi infortuni: uno alle costole e l’altro alle ginocchia. Un condottiero dalla disciplina ferrea, e dai metodi singolari - faceva esercitare ossessivamente i suoi giocatori sulle rimesse laterali a lunga gittata - ma in possesso di un animo gentile come ricorda Peter Okech, suo capitanto ai tempi del Prison FC. “Fuori dal campo era un fantastico gentiluomo”. Secondo Jimmy Bakyayta Semugabi, ex compagno di nazionale, l'incrollabile determinazione unita alla voglia di affermarsi era la virtù migliore di cui era dotato: “ Non posso descrivere Okee come un grande talento, ma aveva un senso del lavoro talmente alto che bastava anche per il talento che non aveva”.  

Pochi mesi dopo quell’eccezionale risultato conseguito in coppa d’Africa scoppierà l’ineluttabile conflitto con la Tanzania. Gli ugandesi la chiameranno la Guerra di Liberazione, visto che porterà alla destituzione del sanguinario Amin Dada. Omondi lascerà la patria ed emigrerà in cerca di fortuna e di soldi negli Emirati Arabi Uniti, dove aprirà e chiuderà una parentesi dal 1979 all’1983. Anno in cui, mosso da saudade tornerà al KCC, dove contribuirà attivamente alla conquista di due scudetti ugandesi nel 1983 e nel 1985 e due Coppe Kakungulu nel 1984 e nel 1987. Assaggerà con alterne fortune anche la carriera d’allenatore prima di morire il 20 Aprile 1999 in seguito alle complicanze di una tubercolosi. Una triste fine per un calciatore di cui non possiamo apprezzare le qualità in video di repertorio o altre amenità simili, e le cui gesta sono custodite gelosamente nei cuori ovattati degli ugandesi. Roba da far invidia.


V. Lacerenza

Fonti:
monitor.co.ug

lunedì 16 gennaio 2017

La maledizione del Cartaginés

"La Nación" celebra l'ultimo titolo del Cartagines
Al vecchio Estadio Nacional di La Sabana, a San Josè, il giorno di Capodanno del 1941 Cartagines ed Herediano stanno danno vita ad un duello tanto scoppiettante quanto rusticano: in palio c’è il titolo costaricense. La gara è stata avvincente, ha partorito sei reti, equamente distribuite, e il pubblico restituisce l’impressione di essersi sinceramente divertito. Il punteggio fatica a schiodarsi dal 3-3, quando, dopo un’entrata particolarmente ruvida, la colonnina della tensione si impenna vertiginosamente, gli animi si surriscaldano e scoppia la gazzarra con i calciatori che vengono pericolosamente a contatto. E’ un regolamento di conti in piena regola. Il clima è incandescente. In tutto quel marasma, il direttore di gara Tenorio si barcamena nel tentativo di ripristinare l’ordine perduto, ma alla fine anche lui deve sventolare bandiera bianca: l’azzuffata ha la meglio. 

Anche se mancano una manciata di minuti alla naturale conclusione della partita, Tenorio ne viene a capo in modo autoritario, prendendo una decisione tanto drastica quanto inevitabile: rinvia l’incontro a data da destinarsi. La Federazione, presieduta da Manuel Rodríguez, sceglie di farla recuperare la mattina del 12 Gennaio. Ma nè Herediano, nè Cartagines sono disposte a scendere in campo appena svegli, e presentano una mozione all’organo supremo dove chiedono esplicitamente di poter incrociare i tacchetti al pomeriggio: superate le remore iniziali, la Federazione fa retromarcia e asseconda le richieste dei club.
Si gioca alle tre de la tarde, e sugli spalti de La Sabana, oltre agli ottomila aficionados, ci sono notabili e alti papaveri della politica e del calcio costaricense. Neanche l’allora Presidente della Repubblica, Rafael Ángel Calderón Guardia, vuole perdersi lo spettacolo e, accompagnato dal Ministro dello Sviluppo Alfredo Volio Mata, prende posto nello spicchio di tribuna riservato alle autorità. Non se ne pentirà.
Lo spettacolo è di quelli da leccarsi i baffi. Al termine della prima frazione l’Herediano conduce per tre reti ad una e ha già lanciato una rilevante ipoteca sull’esito finale. I Florenses sono passati in vantaggio con una rete di Dulio Dobles, hanno raddoppiato grazie ad un sigillo di “Neco Varela, e quando sono stati trafitti da una zuccata di Cabalceta, venendo minacciosamente avvicinati dall’equipo brumoso, hanno dato prova di una resilienza fuori dal comune, rialzandosi imemdiatamente e rispondendo al colpo appena incassato con un altro altrettanto letale, e sempre di testa, inferto da “ManoloZamora. Come se non bastasse, le cose per il Cartagines, poi, sembrano andare definitivamente a rotoli quando Enrique Madriz, infortunato, è costretto ad abbandonare il terreno di gioco, lasciando i compagni in infieriorità numerica e in totale balia dei giallorossi di Heredia: le sostituzioni non sono ancora contemplate dal regolamento.

La situazione è disperata, ma los brumosos hanno ancora una carta a cui aggrapparsi. L’asso nella manica si chiama Josè Rafael Meza, ha appena vent’anni, ma è già considerato il nuovo astro nascente del futbol costaricense. Il ragazzo prodigio, che possiede anche un secondo cognome, Ivancovich, che ne tradisce le origini croate, è un campione di precocità. A cinque anni già sgambetta in Plaza Iglesias, poi trascorre l’adolescenza tra le fila del Ciclon Negros, prima di approdare ancora imberbe nella Vieja Metropoli: la per tutti diventa semplicemente “Fello“.
Josè "Fello" Meza
Coi brumosos brucia le tappe, e a diciassette anni, nel 1937, debutta in una gara di campionato proprio con l’Herediano, per poi esplodere in tutto il suo abbagliante fulgore tre anni più tardi. Nel 1940 a Cartago sbarca il carismatico Raul Pacheco, e “Fello” viene spostato in avanti, a ridosso dell’area di rigore: è la base tattica dell’exploit. Fino a quel momento ha realizzato dieci reti, è già il capocannoniere del torneo, ed è stato l’assoluto trascinatore dell’equipo brumoso nonostante un infortunio piuttosto debilitante gli abbia fatto perdere gran parte della stagione. E’ lui, in piena burrasca, a caricarsi metaforicamente i compagni sulle spalle, e a suonare la carica, prima accorciando le distanze, e poi trovando la stoccata del pareggio ad un quarto d’ora dalla fine.

Trascorrono tre minuti, e questa volta “Fellosi defila, lasciando ad Hernan Cabalceta l’onore di scrivere il lieto fine in fondo alla favola, siglando il goal dell’incredibile 4-3 che regala un titolo fantasmagorico al Cartagines. Una partita del genere non avrebbe potuto avere epilogo più suggestivo di questo. 

Al triplice fischio di Julio Güell si scatena l’apoteosi. Tornata nella Vieja Metropoli, la carovana brumosa ha voglia di festeggiare e fare baldoria per celebrare al meglio la conquista del terzo titolo della propria storia dopo quelli del 1923 e del 1936
.
Situata alle pendici del vulcano Irazù, e a venticinque chilometri di distanza dalla capitale, Cartago è una citta ricca di storia, fascino e tradizioni. E’ Stata la prima capitale del Paese, e possiede un’anima profondamente cattolica, come testimoniano le innumerevoli chiese disseminate nella sua municipalità. E’ in una di queste, la Basilica de “La Negrita”, che, dopo esser stata ricevuta in città con tutti gli onori del casa – addirittura  tra gli squilli di tromba di una fanfara – una parte della comitiva decide di fare una capatina.
Monsignor Claudio María Volio Jiménez , che è il custode del santuario, in quel momento sta officiando messa. Sta intonando un Te Deum, quando il portone della chiesa si spalanca e fanno il loro dissacrante ingresso i calciatori del Cartagines, molti persino ubriachi: altri addirittura danno irrispettosamente le spalle all’arcivescovo. E’ qui che i fili della storia si vanno ad intrecciare con quelli inafferrabili, ma dannatamente seducenti della leggenda, fondendosi in una matassa inestricabile. Secondo una storiella che circola nel paese caraibico, a questo punto il prelato, infastidito dall’atteggiamento impertinente ed oltraggioso tenuto dai calciatori, interrompe la cerimonia e lancia un esoterico anatema all’indirizzo del Cartagines: i brumosos non vinceranno più il titolo fino a quando non saranno passati a miglior vita tutti gli autori di quel sacrilegio.
Ebbene l’ultimo dei protagonisti di quella memorabile campagna è deceduto nel 2012, ma l’affezionata l’hinchada brumosa, assistita da una fede incrollabile, sta ancora attendendo impazientemente la conquista di un titolo che manca ormai da settantasei lunghi anni, e solo sfiorato nel 2013. Magari era davvero solo una leggenda metropolitana, come le tante che proliferano da quelle parti, forgiandosi nel passaparola della gente che ne contribuisce incosapevolmente ad alimentarne il mito. Ma non ditelo al popolo brumoso, che, a sortilegio teoricamente esaurito, sta sperando di tornare a gioire prima o poi. Meglio prima.

Vincenzo Lacerenza 

Fonti:
historiasdelfutboltico.wordpress.com
martiperarnaum.com
nacion.com
bbc.com
deportes.terra.com
aldia.cr
unafut.com