mercoledì 23 novembre 2016

L'uragano Donelli e il primo Messico-USA nella Roma fascista

                                             
La nazionale USA appena sbarcata in Italia
Ritardatari - Nel bel mezzo della Grande Depressione, e alla vigilia della Coppa del Mondo del '34, la U.S.F. A, piuttosto in bolletta, si trova a fronteggiare una condizione di particolare ristrettezza economica. La situazione è delicata. Non avendo piena conoscenza delle risorse a disposizione, la federazione statunitense prende tempo, e tergiversa, finendo per iscrivere la nazionale alle qualificazioni iridate fuori tempo massimo. La FIFA comprende l'eccezionalità dello scenario, si mette una mano sul cuore, e chiude un occhio, scendendo a compromessi con le esigenze degli statunitensi: il patto prevede la disputa di uno spareggio con la trionfatrice della zona mesoamericana. Nel frattempo, infatti, mentre gli gli USA si affannano nel far accogliere la propria istanza di partecipazione, il Messico ha travolto Cuba in tre gare senza storia, concludendo la serie con un lapidario ed eloquente 12-3 complessivo. Tre giorni prima dell'inaugurazione ufficiale del mondiale italiano, dunque, in una sfida che si preannuncia al calor bianco, sarà la Tricolor a contendere agli Stati Uniti l'ultimo, agognato biglietto iridato disponibile: le due selezioni, come stabilito dai vertici FIFA, si affronteranno, curiosamente, allo Stadio Nazionale del Partito Fascista di Roma. La cosa non deve preoccupare più di tanto i messicani che, in uno slancio d'orgoglio misto a spacconeria, convinti di fare molta strada nel torneo, programmano la rimpatriata per il mese successivo.

                                                  
Philadelphian - Anche se devono fare i conti con tutte le conseguenze che l'iscrizione tardiva comporta, tra cui quella di avere meno minuti nelle gambe rispetto agli avversari, gli USA fanno di tutto per non farsi cogliere impreparati al grande appuntamento in terra italiana. L'arduo compito di monitorare giocatori di tutto il paese, assemblare una squadra, e mettere a punto le strategia più redditizia in vista della gara col Messico, e farlo nel più breve tempo possibile, spetta a tre uomini di Philadelphia. Elman Schroeder, fresco presidente federale, ha nominato allenatore il fido David Gould, un immigrato scozzese conosciuto sui campi della University of Pennsylvania, che da giocatore ha brillato tra le fila del John Manz, team con cui ha vinto anche un'American Cup nel lontano 1897: completa la flotta di "philadelphian"il preparatore atletico Raymond Gadsby, a cui spetta il delicato e fondamentale compito di tirare a lucido i prescelti, calibrando la preparazione in modo tale da raggiungere l'apice della vivacità atletica proprio durante la trasferta italiana.

Diffidenza e gelosia - Non avendo l'opportunità di disputare incontri ufficiali viene frettolosamente organizzata, con il supporto di franchigie locali, tutta una serie di test match allo scopo di mantenere alta la soglia di concentrazione della truppa: le gare, poi, costituiscono anche l'occasione per plasmare il gruppo, scremarlo, o rintuzzarlo, a seconda delle indicazioni, più o meno positive, ricevute.
Un allenamento degli yankees al Testaccio
Il primo ed il terzo incontro vanno in scena a Philadelphia, ed in entrambe le occasioni lo U.S Team prevale in maniera piuttosto netta. La nazionale USA inizia col botto, asfaltando 8-0 prima una selezione "all star della Pennsylvania", e poi conclude il tour preparatorio liquidando 2-0 una combriccola di calciatori proveniente dalla parte orientale dello stesso Stato: nel mezzo gli yankees vengono presi a scoppole a New Ark dal leggendario Archie Stark, stella della selezione di "A.S.L all star" e capocannoniere dell'ultimo torneo patrio autoescluosi dalla spedizione italiana per motivi di lavoro.


Tra i diciannove calciatori eletti dopo lunghe consultazioni dal Foreign Relations Committee, che il 5 Maggio salpano alla volta dell'Italia, ci sono solo quattro veterani della spedizione iridata di quattro anni prima. George Moorehouse, Thomas Florie, Jimmy Gallagher, e Billy Goncalves, guidano la pattuglia statunitense, in cui fa capolino una nutrita colonia di calciatori della Pennyslvania: molti sono anche gli elementi pescati tra le fila di Pawtucket Rangers e Stix e Baer FC, ovvero le due finaliste dell'ultima National Challenge Cup sollevata da questi ultimi. Fa discutere e scatena dibattiti l'assenza di parecchi giocatori quotati del New Jersey. La motivazione è di natura economica: tutti gli Stati federali sono chiamati a contribuire in maniera proporzionale alle spese del viaggio. Il New Jersey, invece, si chiama fuori, rifiutando di versale la propria quota, e si vede appiedata la stragande maggioranza dei propri rappresentanti.

Dopo due estenuanti settimane di viaggio gli americani mettono finalmente piede in Italia. Vestono in maniera elegante, indossano degli sfiziosi panama per ripararsi dalla calura romana, e regalano più d'un sorriso divertito agli obiettivi dei fotografi: presa confidenza con gli impianti sportivi romani, pensano bene di smaltire le scorie della traversata divertendosi giocando a baseball. Gli allenamenti, quelli veri, sono rimandati ai giorni successivi. L'atsmofera che avvolge la comitiva USA, però, non è delle più serene e gioviali: i professionisti, anche se non tutti e undici, sentendosi superiori, guardano con sprezzante diffidenza gli otto amateur presenti nel roster, semplicemente perchè non ritenuti all'altezza della situazione.

Blooting Buff - Tra questi c'è anche un amateur di Pittsburg Curry dalle chiare origini italiane. Si chiama Aldo Donelli, di mesterie fa lo "striker" ed oltre ad essere ben strutturato fisicamente, possiede anche un tiro al fulmicotone che è una sentenza per i portieri avversari. Il curriculum, poi, è ingemmato di prodezze memorabili e imprese straordinarie, tutte però confinate all'universo dilettantistico. Sportivo a tutto tondo, visto che ai tempi della Duquensne University alternava il soccer al football americano, "Blooting Buff", come lo avevano apostrofato i quotidiani locali, era balzato all'onore delle cronache nel 1929, quando con la casacca dell'Heideberg aveva rifilato un pokerissimo ai First Germans di Newark.
Aldo "Buff2 Donelli
Dopodiché, la sua carriera aveva imboccato una preocuppante parabola discendente: accantonato in occasione del primo Mondiale della storia, nell'Aprile del 1934 fallisce due calci rigore che costano la sconfitta dei suoi Curry Silver nella sfida con il Gallatin. E' il periodo più buio della carriera di "Buff". Il sogno iridato appare lontano come non mai. Ed, invece, paradossalmente, la mattina seguente riceve l'insperata convocazione della US Football Association. Inizialmente, inviso come gli altri amateur allo zoccolo duro dello spogliatoio, viene parcheggiato nella squadra riserve. 


A Roma, durante una partitella d'allenamento un'incontenibile Donelli fa ammattire la retroguardia titolare, a cui non da mai un attimo di tregua: all'intervallo le riserve conducono 1-0 proprio grazie ad una sua rete. Gould ha visto abbastanza, e convinto dalla prestazione strepitosa di Aldo, decide di promuoverlo, facendolo rientrare in campo assieme all'undici prediletto.
Donelli, che a dispetto della stazza imponente, e la silhouette di un corazziere, non è il tradizionale attaccante d'area, fa ancora una volta al differenza, realizzando la rete che condanna le seconde linee alla sconfitta. Nonostante l'exploit, la conventicola dei pro, costituita in gran parte da giocatori di New England e St. Louis, continua a remare contro, osteggiando prepotentemente la candidatura di "Buff" ad una maglia da titolare. Ad appoggiarla incondizionatamente, invece, è un'istituzione come Billy Goncalves. Il Babe Roth del soccer statunitense si espone in prima persona, ribellandosi alla dittatura dei pro e sposando senza mezze misure la causa dell'attaccante amateur. Chiede e ottiene un colloquio con Shroeder, punta i piedi e lo pone di fronte ad un aut aut: "If you don’t play Donelli, I’m not playing.’, dice con toni ultimativi, minacciando il proprio ammutinamento. Grazie all'intercessione di Goncalves, il 24 Giugno Donelli guida regolarmente l'attacco statunitense all'assalto alla diligenza messicana.

Bella vita - A differenza degli Stati Uniti, il Messico ha piantato le tende nel Belpaese già da un bel pezzo. E contrariamente a quella dei colleghi statunitensi, la traversata dell'Atlantico dei messicani, che sono tutti amatori, è stata piuttosto movimentata e dissoluta. A bordo dell'Orinoco, la nave tedesca che li avrebbe condotti in Italia, gli uomini al soldo Rafael Garza Gutierrez conducono una vita tutt'altro che austera, abbandonandosi a un ventaglio di tentazioni che va dal licenzioso intrattenersi con cameriere e ballerine presenti sullo scafo, al giocare a briscola sottocoperta fino a tarda notte, fino all'abbuffarsi avidamente durante i pasti, tanto da assumere peso alla vertiginosa e spaventosa media di un chilo al giorno. "Fueron 15 días en barco y 15 kilos más", ha ammesso molti anni più tardi Fernando Marcos in un libro. Juan Carreño, invece, che oltre ad essere l'autore del primo, storico goal messicano in un Mondiale è anche un viveur incallito oltre che impenitente donnaiolo, cade in tentazione e si lancia in prodezze amatorie alla vigilia della decisiva sfida con gli USA.
Juan Carreno
Seduce Joanna, una cameriera francese conosciuta nell'albergo in cui alloggia la Tricolor, e la invita a ballare, prima di trascorrere con lei una turbolenta notte di passione tra le lenzuola. Il giorno seguente il tecnico Rafael "Record" Gutierrez - tra i fondatori nel 1916 del Club America di cui fu a lungo capitano - completamente allo scuro della scappatella, lo getta nella mischia, preferendolo al rampante Luis de la Fuente, autentico astro nascente del futbol messicano e fresco di titolo vinto con il Real Espana. L'esclusione del "Pirata", appena diciannovenne, ma già in grado di incantare le platee con la sua tecnica sopraffina, farà discutere e solleverà polemiche, generando parecchi dibattiti nei giorni, nei mesi e negli anni successivi.


Scontro tra filosofie - Quando Messico e USA si disputano a Roma l'ultimo pass iridato, mancano solo tre giorni all'inaugurazione ufficiale al Mondiale che il regime, a puro scopo propagandistico, ha organizzato in pompa magna senza lesinare sforzi e risorse, umane ed economiche. Proprio per questo Benito Mussolini, che ama avere il polso della situazione, vuole accertarsi di persona sullo stato delle cose. Accompagnato dal segretario del PNF assiste a quella sorta di assaggio mondiale.
L'ingresso in campo delle squadre
Il Duce, oberato di impegni, si fa attendere come tutte le celebrità, arrivando allo Stadio in netto ritardo. Naturalmente bisogna aspettarlo, e allora il fischio d'inizio slitta di un abbondante quarto d'ora: in tribuna si riconoscono anche l'ambasciatore americano Breckinridge Long e la principessa Mafalda di Savoia. Quello che va in scena alla Stadio Nazionale del Partito Nazionale Fascista è il classico scontro tra due filosofie diametralmente opposte. Se gli statunitensi, pragmatici e meglio allenati, puntano tutte le fiches su una dirompente fisicità, nel gioco incantevole della Tri, sicuramente più estroso, divertente, e imprevedibile ci sono tutti gli ingredienti del corollario latino: finte, fraseggi insistiti, trame articolate, e colpi ad effetto. Il filo conduttore è l'istinto: niente meccanismi sincronizzati, e di automatismi difensivi neanche a parlarne.  Al quarto d'ora, tuttavia, sono gli Stati Uniti a spezzare il sottile filo dell'equilibrio. Fiondata al bacio di Czerkiewicz, Donelli addomestica, si mette alle spalle due rivali e lascia partire un siluro: Rafael Navarro, talmente agile e spettacolare da essere conosciuto come "il Portero de Goma",  si è da poco guadagnato i galloni del titolare, soffiando il posto ad Alfonso Riestra, ma sul bolide di Donelli non può far altro che raccogliere la palla in fondo al sacco. Uno a zero. Manuel Alonso, che in patria è uno stimato fromboliere del Real Espana, rimette a posto le cose per la Tricolor appena sette minuti più tardi.
Una rete di Donelli
Ma il pari ha la stessa volatilità dell'etere. Servito dallo sgusciante William McLean, "Buff", inarrestabile come un uruguano, s'intrufola tra le maglie rosse dei messicani e, implacabile, mette a referto la propria doppietta personale, riportando avanti gli yankees. Il cronometro segna il 32', e gli Stati Uniti conducono per due reti ad una. Il one-man show dell'attaccante della Pennsylvania è appena cominciato. Donelli è un iradiddio. Semplicemente incontenibile. Per arginarlo, gli americani, in tenuta blu, usano tutto il mestiere del caso, ricorrendo, quando serve, anche alle cattive maniere. In avvio di ripresa Lorenzo Camarena si vede bevuto ed esagera: lo tira giù platealmente e viene invitato dal direttore di gara ad allontanarsi dal perimetro verde.  Dieci contro undici: per i messicani la salita si fa sempre più ripida. Al '74, poi, il sogno di una rimonta si trasforma in una vera e propria chimera. Donelli, questa volta imbeccato da Nielsen, sfonda una doppia marcatura messicana, rompendo gli argini ed esondando con la solita arroganza atletica: Navarro è fulminato da una staffilata in corsa. I messicani si vedono crollare il mondo addosso, e varcano quel confine dell'animo umano governato dall'istinto di sopravvivenza. Hanno un sussulto d'orgoglio con Dionisio Mejia, rimettendosi in carreggiata, ma poi ancora l'alfiere di Morgan, impietoso, cala il poker e pone gli USA a distanza di sicurezza. Buff fallisce anche un penalty che gli avrebbe permesso di rimpinguare ulteriormente uno score già stratosferico. Ma è un neo del tutto irrilevante. 


Gli Stati Uniti, trascinati da un insospettabile amateur, battono il Messico - ci riusciranno un'altra volta dopo quasi mezzo secolo - e vedono schiudersi le porte del Mondiale: tra gli applausi scroscianti, il regime  celebra a dovere gli yankees organizzando anche una piccola cerimonia. Ma qualcuno si dimentica del protagonista principale. All'indomani sul New York Times compare una cronaca sballata: Thomas Florie viene indicato come autore di una tripletta, mentre l'ultima rete statunitense viene erroneamente attribuita a Nielsen. Di Aldo Donelli, vero eroe di giornata, nessuna traccia. Della gloria mancata, tuttavia, poco importa: d'altronde c'è un Mondiale da giocare. Tre giorni più tardi gli USA debuttano nello stesso stadio di fronte agli Azzurri di Pozzo, campioni in carica e padroni di casa. Gli italiani non sono sprovveduti e sguinzagliano il navigato Luis Monti sulle tracce di Donelli. L'oriundo azzurro si incolla alle costole di "Buff", seguendolo e braccandolo come un'ombra: la marcatura è asfissiante. "Monti! I can still see him. He was on top of me. You know, because I scored four goals against Mexico Monti would not let me alone. He was tough and he was a big man", ricorderà Donelli parecchio tempo più tardi. Ma, nonostante la rigida sorveglianza di Monti, nel diluvio di reti con le quali l'Italia seppellisce gli yankees, Aldo trova il modo di lasciare lo zampino, siglando il gol della bandiera degli Stars and Stripes

Col 7-1 rimediato dagli Azzurri termina l'avventura iridata della banda di Schroeder e Gould. I messicani, invece, pagano a caro prezzo l'azzardo di aver spavaldamente prenotato il rimpatrio per il mese successivo: per coprire gli esosi costi del viaggio devono raccattare spiccioli peregrinando per l'Europa e giocando amichevoli nei più disparati angoli del Vecchio Continente. Anche le stelle della Tricolor contribuiscono allo sforzo collettivo, accettando le proposte di alcune compagini europee: Luis Fuente, Manuel Alonso e Carlos Laviada, ad esempio, si accasano in Spagna. Al contrario, lo spauracchio Donelli resiste allo spietato e prolungato corteggiamento della Lazio. I biancocelesti, rimasti folgorati dalle prestazioni di "Buff", gli offrono un lauto ingaggio per continuare a giocare nella terra dei suoi avi: lui, che come normale sarebbe pure lusingato, ha altri piani per il futuro e declina garbatamente. Tornerà negli Stati Uniti, farà l'allenatore e si arruolerà nella marina militare, partecipando alle operazioni nelle ultime fasi della Seconda Guerra Mondiale. Gli USA, invece, torneranno a dare un dispiacere ai propri dirimpettai soltanto  nel 1980, dopo quasi mezzo secolo di fragorose scoppole.


Vincenzo Lacerenza


Fonti:
informador.com.mx
shinguardian.wordpress.com
theguardian.com
mexico.as.com
omarcarilloh.blogspot.it
laopinion.com
noesotroblogdefutbol.blogspot.it
phillysoccerpage.net
homepages.sover.net
archiviolastampa.it
ussoccer.com












lunedì 14 novembre 2016

Lezioni di Epic...A: Marco Baroni, colui che mise in ombra Maradona

Baroni esulta sotto la curva dopo il suo gol
Tutti si aspettavano Diego ed invece sbucò... Marco! Il 29 aprile 1990 andava in scena l'ultima giornata del campionato di serie A. Al San Paolo al Napoli bastava un punto contro la Lazio per aggiudicarsi il suo secondo scudetto. Un'impresa che appariva ampiamente alla portata, visto che i bianco-celesti non avevano più nulla da chiedere al torneo. 
Il Napoli che arrivava a quell'ultimo impegno era però una squadra logorata dalle continue ed estenuanti polemiche col Milan, prima fra tutte quella sulla monetina di Alemao a Bergamo, e scossa dalle insoddisfazioni di più di un membro della sua rosa: Fernando De Napoli aveva già chiaramente espresso il suo desiderio di cambiare aria e i rinnovi di Andrea Carnevale, Luca Fusi e Giuliano Giuliani erano ancora tutti da definire (anche se poi, paradossalmente, soltanto De Napoli rimase alle pendici del Vesuvio, mentre Giuliani andò all'Udinese, Carnevale alla Roma e Fusi al Torino). Fatto sta che a 90' dalla conclusione i partenopei guidavano la classifica con due lunghezze di vantaggio sui rosso-neri: solo un improbabile ko casalingo contro la Lazio e la contemporanea vittoria (quasi certa) del Milan col Bari, avrebbero rimandato il discorso scudetto allo spareggio.
Il Napoli 1989/90
I quasi 65000 del San Paolo avevano preparato una grande festa, degna di quella del primo tricolore, tre anni prima. Tutti gli occhi erano sul Pibe de Oro: chi meglio di lui, del fuoriclasse assoluto, dell'idolo indiscusso delle folle napoletane, del capitano indomito (anche se in quella stagione aveva mostrato le sue qualità a fasi alterne ed era spesso stato accusato di scarso impegno), chi meglio dell'argentino avrebbe potuto condurre il Napoli sul tetto d'Italia per la seconda volta?
La risposta arrivò dopo sette minuti. Punizione di Diego Armando Maradona, stacco portentoso di Marco Baroni e gol. I restanti 83 minuti furono d'attesa del fischio conclusivo; gol non ce ne furono più. 
Baroni era un difensore fiorentino di 27 anni, arrivato in quella stagione dal Lecce. Di squadre ne aveva cambiate già molte, senza mai fermarsi in una città per più di due anni. Nell' '81 fece il suo debutto in massima serie con la maglia della Fiorentina, poi tre stagioni in B, con Monza e Padova. Il ritorno in A avvenne nell' '85, con l'Udinese, abbandonata l'anno dopo per la Roma, con cui siglò le prime due marcature in campionato. Nel frattempo ottenne anche la convocazione in under 21, con la quale vinse l'argento agli europei dell' '86, fallendo tuttavia un rigore nella finale con la Spagna. A Lecce giunse nell' '87 e aiutò la compagine di Carlo Mazzone a guadagnare la promozione dalla serie cadetta. Durante la serie A 1988/89 andrà a segno due volte, curiosamente proprio contro Napoli e Lazio e le sue ottime prestazioni convinceranno Corrado Ferlaino e Luciano Moggi a portarlo nel capoluogo campano. Baroni diventa titolare inamovibile della difesa azzurra, dove Alberto Bigon - il tecnico padovano alla sua prima stagione sulla panchina partenopea; da giocatore aveva militato tanto nel Napoli (anche se per pochi mesi e senza nessuna presenza effettiva), quanto nel Milan, come pure nella Lazio - lo schiera nel ruolo di stopper. Il suo compito è impedire che i centravanti avversari facciano gol, ma lui i gol sa anche farli, come contro il Bologna a dicembre. Quella volta era stato un secco mancino su punizione, il gol numero 3000 nella storia del Ciuccio; questa volta fu un imperioso stacco aereo, il gol che significò nuovamente scudetto.
Una fase dell'incontro
Il resto dell'incontro scivolò via senza scossoni, con la Lazio che onorava l'impegno difendendosi con grinta e i padroni di casa che cercavano il gol della sicurezza. In particolare lo cercava Maradona, tanto più che in tribuna c'era la madre a cui dedicarlo, ma il gol non arrivò: merito di alcuni ottimi interventi di Valerio Fiori e colpa di un palo nel finale. Dall'alta parte bravo anche Giuliani, che negli ultimi minuti dovette mostrare tutte le sue doti per neutralizzare un colpo di testa di Alessandro Bertoni e una conclusione di Rubén Sosa.
Finì 1-0; terminarono (almeno momentaneamente) le polemiche col Milan (per la cronaca vittorioso anch'esso, 4-0 al Bari); iniziò il tripudio di Fuorigrotta e di tutta la città; si spensero i riflettori su un campionato comunque combattuto ed entusiasmante, in attesa che si riaccendessero sul mondiale italiano. 
La festa scudetto dei calciatori azzurri
Marco Baroni rimase a Napoli un'altra annata, conquistando la Supercoppa Italiana, ma non riuscendo più ad andare a segno. Anzi, lo spettro dei calci di rigore si ripresentò il 7 novembre, nel ritorno degli ottavi di finale della Coppa dei Campioni, allorché il suo errore dal dischetto fu determinante nell'eliminazione degli azzurri ad opera dello Spartak Mosca. Baroni continuò il suo peregrinare per l'Italia fino al 2000, quando smise i panni di calciatore per indossare quelli di allenatore. Panni che veste tutt'oggi, e con risultati soddisfacenti, in quel di Benevento. Il suo giorno migliore, tuttavia, rimarrà quel 29 aprile 1990, quando diventò re di Napoli per un giorno, mettendo in ombra anche Maradona.

Fonte: La Stampa del 30/04/90


Il tabellino della partita (fonte: calcio-seriea.net):

Napoli - Lazio 1-0 (29/04/90, Napoli, stadio San Paolo, 34^ giornata serie A)

Napoli: Giuliani, Ferrara, Francini, Crippa, Alemao, Baroni (21' st Fusi), Corradini, De Napoli (40' st Mauro), Careca, Maradona, Carnevale. All: Bigon

Lazio: Fiori, Bergodi, Sergio, Pin, Gregucci (26' st Soldà), Piscedda, Bertoni, Marchegiani, Amarildo (14' st Troglio), Sclosa, Sosa. All: Materazzi

Arbitro: Sguizzato di Verona

Reti: pt 7' Baroni


Il link al video della partita:



Roberto Pivato

lunedì 7 novembre 2016

"El zurdazo de Zanabria": la risposta leprosa alla "palomita de Poy"

La Ragion di Stato prima di tutto. Nel 1974 per dare modo all'Albiceleste di radunarsi e prepararsi al meglio in vista dell'imminente Mondiale tedesco, su patriottica disposizione dell'AFA il Metropolitano, torneo che assieme al Nacional scandiva all'epoca i ritmi della stagione argentina, subì una leggera contrazione, venendo sensibilmente accorciato: dare la precedenza alla nazionale era cosa buona e giusta.

Una formazione del Newell's campione ('74)
A parte una Copa Escobar sollevata nel lontano 1949,  la bacheca del Newell's Old Boys, al contrario di quella degli acerrimi rivali del Rosario Central, era ancora desolatamente e tristemente vuota. C'era, insomma, un vuoto storico da colmare. Come se non bastasse, poi, solamente tre anni prima la Lepra aveva vissuto un'autentica tragedia sportiva. Nella semifinale del Nacional '71 disputata al Monumental di Buenos Aires "la palomita de Poy", il leggendario e beffardo colpo di testa in tuffo di Aldo Pedro Poy, peraltro eternato in un bellissimo racconto del "Negro" Roberto Fontanarrosa, aveva inferto un colpo durissimo all'autostima dei rojinegros, sprofondati nella depressione più nera e inghiottiti dal tunnel di una maledizione che pareva non avere fine.

Nonostante il ritorno del famelico Alfredo Obberti, che aveva fatto marcia indietro dopo un'esperienza incolore tra le fila dei brasiliani del Gremio, e gli arrivi di Sergio Robles, punta mobile prelevata  su consiglio del "GitanoJuárez - paradossalmente un vecchio leone auriazul - e di Manuel Magan, l'avvio di torneo dei rosarini fu a dir poco balbettante. Inchiodata sullo 0-0 all'esordio casalingo dal Ferro Carril Oeste, la Lepra venne strapazzata in trasferta dal Colón (3-2), prima di strappare al Parque un punticino nella gara col Boca Juniors: il primo hurrà potè essere liberato alla quarta, quando il Newell's cominciò a fare sul serio regolando di misura in trasferta il sempre temibile Estudiantes del "Narigón" Bilardo. Trovata la giusta quadra, sulle ali di un entusiasmo finalmente ritrovato la banda di Juan Carlos Montes, giovane  timoniere costretto qualche mese prima da un rognoso infortunio a traslare dal campo alla panchina, aumentò di colpo i giri del motore, facendo lievitare prestazioni e risultati: memorabile la goleada (5-2) rifilata al Chacarita Juniors e la Bombonera violata grazie ad una rete del solito Obberti. Proprio sul più bello, quando lo striscione del traguardo era ormai prossimo, però, la Lepra rischiò di complicarsi la vita, crollando 3-1 sul terreno dell'Argentinos Juniors.
Alfredo Obberti
Per scongiurare la beffa di una mancata qualificazione alle fasi finali, diventava cruciale l'ultima sfida con il San Lorenzo: ai round ad eliminazione diretta si qualificavano le prime due dei due gruppi in cui erano state distribuite le diciotto iscritte al torneo. Fu una rete di Ramon Rocha a piegare il San Lorenzo, consentendo ai rossoneri di conseguire l'obiettivo. Ma che brividi quando una velenosa conclusione del delantero cuervo Oscar Ortiz, dopo aver lambito entrambi i pali, e ballonzolato pericolosamente sulla linea di porta, fece trattenere il fiato a tutto il pubblico del Parque, sollevato poi soltanto quando la sfera finì la sua corsa tra le rassicuranti braccia del portiere Enrique Carrasco.



Oltre al Newell's Old Boys si erano qualificate al quadrangolare finale anche il Boca Juniors, passato attraverso uno spareggio col Ferro, accompagnato da Rosario Central e Huracan, rispettivamente prima e seconda forza del gruppo A. A differenza di quanto avvenuto nel campionato regolare, lo scatto dai blocchi della Lepra fu fulminante. I rossoneri ottenero prima lo scalpo dell'Huracan, all'epoca allenato dal "Flaco" Menotti, e poi liquidarono nuovamente gli xeneizes: l'unica rete dell'incontro, siglata in maniera sporca dal "Mono" Obberti, fu difesa strenuamente da un insuperabile Carrasco: la "Momia", monumentale, neutralizzò anche un calcio di rigore, negando il pari agli azul y oro. Contemporaneamente  i rivali cittadini del Central, dopo aver asfaltato il Boca nella prima tornata, cedevano di schianto all'Huracan, regalando la vetta della graduatoria proprio ai rojinegros. A questo punto, dunque, il Clásico con il Central di Cabral e Boveda in programma all'ultima diventava una vera e propria resa dei conti. Per laurearsi campione la Lepra poteva contare su due risultati: in caso di successo canallas, invece, si sarebbe reso necessario un ulteriore incontro di "desempate". Il sorteggio, irriverente, decretò Arroyto, la tana del Central, quale "cancha" deputata ad essere teatro di una stracittadina che, considerata l'importanta della posta in palio, si preannunciava, avvincente, palpitante ed incandescente almeno quanto quella di tre anni prima.

Il Rosario Central,  timonato da un Carlos Griguol che non era ancora diventato "el Viejo", cominciò col piglio giusto, mostrandosi più arrembante della Lepra e passando meritatamente in vantaggio al tramonto del primo tempo grazie ad un "penal" trasformato dallo specialista Gabriel Arias. Al ventiquattresimo della ripresa, poi, Carlos "Cai" Aimar, pupillo di Gruiguol sin da quando questi era il tecnico delle joveniles, infilò nuovamente Carrasco scatenando la gioia incontenibile dell'hinchada gialloblù.
"El zurdazo de Zanabria"
Poteva essere lo strappo decisivo, ma solo un minuto più tardi il difensore leproso Armando Rafael Capurro, con un colpo di nuca non si sa quanto volontario, accorciò le distanze rimettendo tutto in discussione. Il NOB, rinfrancato, si spinse in avanti con rinnovato vigore e a nove minuti dal triplice fischio finale gli sforzi rojinegros furono premiati: su un traversone di Picerni,  Magan accomodò di testa per l'accorrente Mario Zanabria, l'uomo della provvidenza. Il faro del centrocampo della Lepra addomesticò al limite dell'area, si coordinò in un amen ed esplose un terrificante mancino che, incassata la benedizione divina,  incenerì un attonito Biassutto, vendicando l'affronto subito tre anni prima.


¡Iiiiiiiimpresionante el golazo de Zanabria! ¡Desde fuera del área anidó la pelota en el ángulo izquierdo! ¡No podía hacer nada ni Biasutto ni el mejor arquero del mundo!”, si sentì gracchiare sulle frequenze di Radio Rivadavia:  il commento era quello del "Gordo" Josè Maria Munoz, il cronista che qualche anno più tardi diverrà la voce ufficiale e irregimentata del Mundial '78.

Era il "zurdazo de Zanabria", la risposta leprosa alla più celebre "palomita de Poy", grazie al quale il Newell's vinse il primo titolo della sua storia. Anche ma non potè festeggiare come avrebbe voluto e meritato.
Zanabria portato in trionfo
Perse ormai tutte le speranze, e furibondi per l'esito della gara, infatti, i tifosi del Central scavalcarono le recinzioni e invasero il terreno di gioco, creando scompiglio e impedendo il regolare svoglimento degli ultimi scampoli della partita: al termine della giornata si contarono anche numerosi feriti. Tuttavia, due giorni più tardi la AFA, impassibile, omologò il risultato, decretando il Newell's campione. Per la Lepra era la fine di un incubo.


Vincenzo Lacerenza 


Fonti:
elrojinegro.com
historiadelmaspopular.blogspot.it
diariouno.com.ar
partidosleprosos.com.ar
elgrafico.com.ar
olè.com.ar


martedì 1 novembre 2016

Lezioni di Epic...A: il maestro Garbutt tiene lezione a Bergamo al suo allievo Barbieri

William Garbutt
Il 16 gennaio 1938 il Genoa - all'epoca ufficialmente Associazione Calcio Genova 1893 - si recava per la prima volta nella sua storia a Bergamo. Iniziava il girone di ritorno di quello che era il primo campionato di serie A mai disputato dall'Atalanta - che pure aveva già preso parte alla Divisione Nazionale nella stagione 1928/29 -, ma che vedeva gli orobici all'ultimo posto col Livorno, con soli 8 punti. Molto meglio i rosso-blu, secondi a quota 19 in compagnia di Juventus e Bologna, con quattro lunghezze di ritardo sull'Ambrosiana capolista.
Il Grifone veniva da due vittorie esterne di fila - sui campi di Lucchese e Roma -, mentre i lombardi non vincevano dal 21 novembre (2-0 al Napoli). Naturale dunque, che i favori del pronostico fossero tutti per gli uomini di William Garbutt - il grande tecnico inglese, fautore dei tre scudetti genoani tra il 1912 e il '27; egli era da poco rientrato in Italia dall'esperienza spagnola, che gli aveva portato un altro titolo di campione nazionale con l'Athletic Bilbao, e dopo un breve passaggio al Milan era tornato all'ombra della Lanterna.
Luigi Scarabello
Pronostici rispettati in pieno dallo svolgersi della partita nel primo tempo. Nel giro di sedici minuti, tra il 24' ed il 40', gli ospiti vanno a segno tre volte. Apre le marcature Luigi Scarabello - già medaglia d'oro olimpica a Berlino due anni prima; sarebbe stato anche partigiano e attore con lo pseudonimo di Sergio Landi -, con un gran tiro dalla distanza che termina la sua corsa in rete dopo aver colpito il palo; cinque minuti dopo il raddoppio, a firma Giorgio Barsanti - alla sua unica stagione genovese; avrebbe legato i suoi maggiori successi all'Amnrosiana Inter -, bravo a girare al volo un assist di Arrigo Morselli. Il 3-0, infine, è una goffa autorete di Ermelindo Bonilauri - un grande ex, che al Genoa aveva trascorso sei anni -, che con uno sciagurato retropassaggio coglie di sorpresa Achille Dari.
Ermenelindo Bonaluri
A lasciare qualche speranza ai padroni di casa l'immediata segnatura di Alessandro Fornasaris - attaccante triestino che aveva debuttato in A proprio contro il Genoa, nella prima giornata a settembre; in quella stagione avrebbe messo a segno solamente cinque reti -, caparbio nel rubare palla a Manlio Bacigalupo - già campione d'Italia col Torino dieci anni prima - e a depositare nella porta sguarnita. L'1-3 al 45', in ogni caso, sembra parziale che lascia poche speranze agli uomini di Ottavio Barbieri - genovese e grande ex del Genoa, col quale aveva conquistato due volte il titolo di campione d'Italia, debuttando in prima squadra proprio sotto la guida di Garbutt; dall'annata seguente sarebbe stato il vice dell'allenatore britannico.
Alessandro Fornasaris
Invece, in cinque minuti in avvio di ripresa l'Atalanta si riporta in parità. Al 9' è nuovamente Fornasaris ad andare a segno, approfittando di una clamorosa papera del portiere genoano, che si fa sfuggire la sfera dalle mani al momento del rilancio; al 14' il 3-3 è opera di Aldo Croce - alla sua unica marcatura coi bergamaschi -, con un violento diagonale. Il Grifo si è fatto incredibilmente rimontare tre gol di vantaggio e a questo punto rischia pure di capitolare. Ma all'86', a seguito di una confusa e prolungata azione in area nero-azzurra, i rosso-blu trovano il guizzo vincente per portare a casa il terzo successo esterno consecutivo. Match winner risulta Emanuel Fillola - l'italo-uruguaiano arrivato dal Racing Club Montevideo nel '35 -, che sospinge oltre la linea la sfera, dopo che la stessa aveva colpito la traversa.
Ottavio Barbieri, qui con la maglia del Genoa
Alla sofferta vittoria di Bergamo ne faranno seguito altre quattro per il Genoa, prima di capitolare nel derby contro il Liguria. L'Atalanta, al contrario, avrebbe infilato altri due ko, tornando a fare punti solamente il 6 febbraio e prolungando l'astinenza da due punti fino a metà marzo (interrompendola curiosamente proprio contro il Liguria).
A fine anno la classifica avrebbe visto il Grifone posizionarsi in una lusinghiera terza posizione, mentre la Dea sarebbe riuscita ad evitare l'ultimo posto, ma non la retrocessione. Di lì a pochi mesi Barbieri si sarebbe ricongiunto al suo maestro, Garbutt, per dare ancora una volta tutto al loro primo e più grande amore: il Genoa.

fonte: www.pianetagenoa1893.net


Il tabellino della partita (fonte: calcio-seriea.net):

Atalanta - Genoa 3-4 (16/01/38, Bergamo, Stadio Mario Brumana, 16^ giornata di serie A)

Atalanta: Dari, Ciancamerla, Simonetti, Procura, Barcella, Bonilauri, Cominelli, Savio, Fornasaris, Salvi, Croce. All: Barbieri

Genova: Bacigalupo, Genta, Vignolini, Venturini, Villa, Figliola, Arcari, Morselli, Barsanti, Scarabello, Marchionneschi. All: Garbutt

Arbitro: Mazzarini di Roma

Reti: pt 24' Scarabello, 30' Barsanti, 40' aut. Bonilauri, 41' Fornasaris; st 9' Fornasaris, 14' Croce, 41' Figliola


Roberto Pivato

venerdì 28 ottobre 2016

Lezioni di Epic...A: la piccola tragedia del Grande Torino

Il Torino 1945/46
Alla vigilia del 14 luglio 1946, terz’ultima giornata del girone finale dell’estenuante campionato di Divisione Nazionale, il Torino comandava con 18 punti, assieme ai cugini-rivali della Juventus. Il primo titolo di campione d’Italia del dopoguerra sarebbe stata quindi una questione tutta torinese, visto che le più immediate inseguitrici, la coppia milanese Inter-Milan ed il Napoli, seguivano staccate di ben sei lunghezze.

Il calendario prevedeva il doppio confronto Milano-Torino: rosso-neri ospiti della Vecchia Signora, granata in casa dei nero-azzurri. Sarebbe stato il terzo confronto in stagione tra gli uomini di Luigi Ferrero – voluto quell’anno dal presidente Ferruccio Novo - e quelli di Carlo Carcano – uno che alla guida della Juventus di tricolori ne aveva portati a casa ben quattro e che era stato l’immediato predecessore di Pozzo come selezionatore della nazionale -: nel raggruppamento dell’Alta Italia, chiuso al primo posto dal Toro e al secondo dal Biscione, era finita 1-1 all’Arena Civica, 1-0 al Filadelfia. Sulla carta ben maggiori motivazioni dovevano averle gli ospiti (così come al Comunale la Juventus); l’esito della partita avrebbe dimostrato ampiamente il contrario.
L'Inter stagione '45/'46
La partenza dei campioni d’Italia in carica verso il capoluogo menighino nasce subito sotto una cattiva stella: Alfonso Santagiuliana e Pietro Ferraris devono alzare bandiera bianca per problemi fisici. Due assenze assai pesanti nello scacchiere granata. Ma anche in formazione rimaneggiata il Torino sembra poter controllare agevolmente il match: dopo 11’ è infatti Eusebio Castigliano – che risulterà capocannoniere del girone finale con ben 13 centri - a sbloccare il punteggio. Il primo quarto d’ora è tutto di marca granata, ma al 16’, come un fulmine a ciel sereno, viene decretato un rigore per i padroni di casa, in conseguenza di un dubbio mani in area torinista.
Eusebio Castigliano
Della battuta si incarica
Enrico Candiani, che non sbaglia. Il pareggio non scoraggia il Torino, il quale riprende ad attaccare forsennatamente, tuttavia invano. L’Inter – tornata in quella stagione alla sua denominazione originale, liberandosi dell’appellativo “Ambrosiana”, ingiuntogli dal regime fascista - si limita a difendersi come può, ma, incredibilmente, al 40’ trova la seconda rete, ancora con Candiani, che approfitta di una clamorosa incomprensione tra Aldo Ballarin e Valerio Bacigalupo. Tra lo stupore generale all’intervallo i nero-azzurri conducono per 2-1, senza fare praticamente alcuno sforzo. Il Toro può se non altro consolarsi parzialmente con le notizie che arrivano dal Comunale, dove la Juve è bloccata sull’1-1.

La ripresa parte con la più ghiotta delle occasioni per il 2-2: calcio di rigore a favore degli ospiti, Castigliano si presenta sul dischetto, ma spara alle stelle. Trascorrono due minuti e Sergio Piacentini, al momento di rinviare un comodo pallone, si accascia, vittima di una distensione muscolare; della sfera si impossessa Edmondo Fabbri, che spietatamente va a trafiggere Bacigalupo per la terza volta. La fortuna pare aver definitivamente girato le spalle ai campionissimi granata, costretti a recuperare due reti in pratica con un uomo in meno (Piacentini rimane in campo vista l’impossibilità di effettuare sostituzioni, ma viene spostato all’ala, mentre il suo posto di terzino viene preso da Mario Rigamonti).
La prima rete su rigore di Enrico Candiani

Con la forza della disperazione i piemontesi si riversano per l’ennesima volta nella metà campo avversaria, lasciando così ampi spazi agli avanti di casa, i quali ne approfittano e al quarto d’ora portano a quattro il proprio bottino, ancora con Candiani. Poco dopo Giuseppe Grezar ridà un po’ di morale alla truppa di Ferrero, siglando il 2-4, ma è un’illusione. I lombardi vanno a segno altre due volte - col solito Candiani (miglior marcatore stagionale nero-azzurro con 17 reti, unico in grado di mettere a segno un poker contro il Grande Torino) e con Cosimo Muci -, fissando il risultato definitivo sul 6-2. Difficile a memoria d’uomo ricordare l’ultima occasione in cui il Torino aveva incassato sei gol in un colpo solo! Ma Milano sembra davvero stregata per il Toro, che già a fine giugno vi aveva perso contro il Diavolo.

Vittorio Pozzo, dalle colonne de La Stampa, parlerà di «piccola tragedia» per i colori granata (triste anticipazione di quella che sarò davvero una tragedia, nemmeno tre anni più tardi), non profondendosi certo in parole tenere nei confronti dell’undici granata: «Allo stato attuale [] il Torino è semplicemente un insieme di bei giocatori, non è una squadra. Bei solisti, che non fanno un concerto». La situazione è resa ancora più grave dal successo juventino per 3-1 sul Milan, successo che proietta inaspettatamente al comando da sole le Zebre, alla vigilia dello scontro diretto nel derby della Mole.
Enrico Candiani


Ma i solisti granata si faranno (o meglio: torneranno a farsi) orchestra nelle ultime due giornate: vittoria 1-0 sulla Juventus - che permette di arrivare all’ultimo turno a pari punti – e addirittura 9-1 al Pro Livorno, nell’ultimo incontro. Una goleada che tuttavia potrebbe non bastare, qualora i bianco-neri vincessero sul campo di un Napoli senza più nulla da chiedere al torneo. Invece, allo Stadio della Liberazione succede l’imponderabile: i partenopei vanno in vantaggio, Silvio Piola pareggia, ma la compagine di Felice Borel non riesce a trovare il gol vittoria. Termina 1-1, il Filadelfia pare la Scala di Milano. I festeggiamenti per il terzo tricolore granata possono scatenarsi. Con buona pace di Vittorio Pozzo!


Il tabellino della partita (fonte www.enciclopediadelcalcio.it):

Inter – Torino 6-2 (14/07/46, Milano, Arena Civica, 12ª giornata girone finale Divisione Nazionale)

Inter: Franzosi, Marchi, Passalacqua, Cominelli, Milani, Campatelli, Fabbri, Barsanti, Muci, Achilli, Candiani. All: Carcano

Torino: Bacigalupo, Ballarin, Piacentini, Grezar, Maroso, Rigamonti, Ossola, Loik, Gabetto, Mazzola, Castigliano. All: Ferrero

Arbitro: Scorzoni di Bologna

Reti: 11’ Castigliano, 16’ rig. 40’, 60’ e 77’ Candiani, 52’ Fabbri, 67’ Grezar, 85’ Muci


Roberto Pivato

martedì 25 ottobre 2016

Lezioni di Epic...A: 28 ottobre 1956: la più grande rimonta nella storia del derby della Lanterna

Un attacco sampdoriano condotto da Eddie Firmani
Quando al 35’ del primo tempo Guido Macor segnò la seconda rete per il Genoa, non si sarebbe probabilmente trovato in tutta Genova tifoso calcistico pronto a scommettere contro il successo del Grifone. Mai nella storia del derby della Lanterna, infatti, era accaduto che una squadra avanti di due gol si facesse raggiungere, figurarsi sorpassare! La sorpresa per quel parziale era tanta: dopo sei giornate di campionato, difatti, la Sampdoria era al comando insieme al Napoli con 9 punti, mentre i rosso-blu occupavano l’ottava posizione, con tre punti in meno, frutto di ben quattro pareggi (tutti curiosamente per 1-1), una vittoria (più di un mese prima in casa dell’Atalanta) ed una sconfitta (a Palermo). Tre pareggi, nelle ultime tre giornate, e tre successi, nelle prime tre, per i blucerchiati, ancora imbattuti, ma a secco di vittorie da quasi un mese. Erano peraltro tre anni che la Samp non riusciva ad imporsi nel derby.
Il gol di Riccardo Carapellese

Quel 28 ottobre 1956, i 50000 del Ferraris provarono il primo fremito dopo nove minuti: rasoterra di Mario Tortul – lo zio di Fabio Capello -, palla che colpisce un palo, poi l’altro, danza sulla linea, finché non arriva Luigi Robotti a spazzare. Ma scampato il pericolo il Genoa prende il comando delle operazioni e, al 18’, anche del punteggio: punizione da destra di Giorgio Dal Monte, Riccardo Carapellese brucia sia Giuseppe Farina che Ugo Rosin – che avrebbe indossato la maglia genoana dieci anni più tardi - e porta avanti i suoi. Gli uomini di Renzo Magli insistono e vengono premiati al minuto 35: lancio di Attilio Frizzi sul quale si fionda rapidissimo Macor per il raddoppio. C’è solo il Genoa in campo, posseduto dal furore agonistico tipico di un derby. Passano tre minuti e il 3-0 sembra inevitabile: Carapellese evita l’uscita di Rosin toccando a Dal Monte; l’attaccante aostano ha lo specchio della porta spalancato, sta per preparare il tiro, quando dal nulla sbuca Farina, che con un prodigioso intervento mette in angolo. E qui, come spesso accade in una partita di calcio, un episodio cambiò completamente il volto dell’incontro. Sul corner la Sampdoria riconquista la sfera e parte al contrattacco; da Ernst Ocwirk – il grande centrocampista della nazionale austriaca, con la quale aveva vinto la medaglia di bronzo ai mondiali due anni prima, ed ex dell’Austria Vienna - a Eddie Firmani – altro giocatore che avrebbe militato successivamente anche nelle fila del Genoa - che deposita alle spalle di Renato Gandolfi – già campione d’Italia col Torino nel ‘49. Si va al riposo sul 2-1: confronto improvvisamente riaperto.
La rete di Firmani
Bastano due minuti nella ripresa ai doriani per trovare il pareggio: punizione di Azeglio Vicini e colpo di testa di Ocwirk, che firma la sua quinta rete in Italia ed un 2-2 fino a pochi minuti prima impensabile. Il Genoa é colpito duramente, ma non vinto. I rosso-blu riprendono ad attaccare, vedendosi negare ancora una volta il gol da un provvidenziale intervento di Farina su una stoccata di Macor. Cattivo presagio, che si trasforma in iella delle più nere al quarto d’ora: mischia su azione d’angolo, palla a Oliviero Conti che calcia di prima intenzione verso la porta: Gandolfi  è sulla traiettoria, ma una deviazione di Benedetto De Angelis lo mette fuori causa. 3-2, ciò che non era mai accaduto nella storia del derby della Lanterna si era verificato nel giro di pochi minuti.
Il colpo di testa vincente di Ernst Ocwirk

Generosamente, ma con scarsa lucidità, il Grifone si lanciò nuovamente all’attacco, porgendo però il fianco alle letali ripartenze blucerchiate. Tante le occasioni fallite dalla compagine di Pietro Rava e Lajos Czeizler, in particolare con Tortul, quel giorno non all’altezza delle sue precedenti apparizioni stagionali. Il minimo scarto ebbe come conseguenza un finale arroventato, in cui soltanto alcuni prodigiosi interventi di Rosin e l’ennesimo salvataggio sulla linea di Farina, impedirono al Genoa di ottenere un pari che non avrebbe certo demeritato.

Fu un successo doppiamente importante per la Sampdoria: innanzitutto perché riportava il derby sulla sponda blucerchiata dopo un’attesa di tre anni; in secondo luogo perché permise ai doriani di volare in testa alla classifica da soli, in virtù del pareggio del Napoli a Padova.
L'autorete di Benedetto De Angelis

Fu un campionato di sofferenza per il Genoa, che solamente all’ultima giornata ottenne la salvezza. La Sampdoria invece, iniziò subito dopo a perdere colpi, con la prima sconfitta stagionale, il turno seguente, a Vicenza, subendo due avvicendamenti in panchina e chiudendo al quinto posto, mai in lotta per lo scudetto.


Ad oggi, in ogni caso, rimane questa l’unica occasione in cui, nel derby di Genova, una squadra sotto di due reti è poi riuscita a vincere.


Il tabellino della partita (fonte calcio-seriea.net):

Sampdoria – Genoa 3-2 (28/10/56, Genova, stadio Luigi Ferraris, 7ª giornata serie A)

Sampdoria: Rosin, Farina, Agostinelli, Martini, Bernasconi, Vicini, Conti, Ocwirk, Firmani, Tortul, Agnoletto. All: Rava

Genoa: Gandolfi, Becattini, Monardi, Robotti, Carlini, De Angelis, Frizzi, Dal Monte, Macor, Abbadie, Carapellese. All: Magli

Arbitro: Orlandini di Roma

Reti: pt 18’ Carapellese, 35’ Macor, 40’ Firmani; st 2’ Ocwirk, 15’ aut. De Angelis


Roberto Pivato

venerdì 21 ottobre 2016

Lezioni di Epic...A: Mario Sperone: un esordio col b"otto" sulla panchina della Lazio

Mario Sperone
Mario Sperone al Torino aveva trascorso tutta la carriera, nove anni di onorato servizio culminati con lo scudetto del ’28, il primo nella gloriosa storia dei granata. Al Toro aveva anche iniziato la sua esperienza da allenatore, fin quando, nella stagione 1947/48 aveva vinto il suo secondo tricolore personale, stavolta seduto in panchina e non in campo. Ma la società granata, per il campionato ‘48/’49, gli aveva preferito l’inglese Leslie Lievesley: una scelta che lo aveva lasciato senza incarico, ma che gli avrebbe salvato la vita. Il tecnico di Staveley, infatti, sarebbe perito insieme ad altre trenta persone nella tragedia di Superga.

Mario Sperone rimase senza lavoro pochi mesi. Sulla panchina della Lazio sedeva Orlando Tognotti, arrivato nella seconda parte della stagione precedente al posto dell’austriaco Tony Cargnelli, che passò alla Lucchese contribuendo alla sua salvezza.
Una formazione del Bologna nella stagione '48/'49
Cargnelli era ora alla guida del Bologna, il quale, alla vigilia dell’undicesima giornata, si trovava all’undicesimo posto in 
classifica, imbattuto da ben sette turni. La Lazio, invece, era miseramente ultima, con appena quattro punti e nemmeno una vittoria. Fu a questo punto che Sperone tornò in gioco, subentrando a Tognotti e trovandosi a dover risollevare una situazione molto difficile, a partire dalla sfida proprio contro i felsinei dell’ex Cargnelli (di cui peraltro Sperone era stato vice al Torino nell’annata 1940/41): ironico epilogo del continuo valzer delle panchine.
La formazione della Lazio scesa in campo il 21 novembre 1948
A Roma domenica 21 novembre 1948 splendeva il sole. Un sole che fu in effetti di buon auspicio per la rinascita bianco-celeste e per la prima di Sperone. Le Aquile fin lì avevano realizzato appena sei reti in dieci incontri; in soli 90’ ne avrebbero messi a segno otto! L’incredibile punteggio finale della sfida dello Stadio nazionale, difatti, fu 8-2. Un punteggio difficile, se non impossibile, da spiegare in termini logici: giornata di grazia dell’attacco locale, black out completo della retroguardia ospite, rinnovata fiducia in casa laziale dopo il cambio di allenatore… certo, tutti questi elementi e molti altri possono contribuire a capire un risultato tanto clamoroso e inusuale, ma non a spiegarlo a pieno in termini logici.

Una fase della partita
Il match, in realtà, era rimasto in equilibrio fino a dieci minuti dal termine del primo tempo. I padroni di casa erano subito passati in vantaggio con Aldo Puccinelli – il giocatore col maggior numero di presenze nei campionati con la maglia bianco-celeste -, ma poco dopo Mario Gritti – giunto a Bologna l’anno prima in uno scambio con Ferruccio Valcareggi, passato invece alla Fiorentina - aveva pareggiato. L’uno-due a fine primo tempo probabilmente mise al tappeto la compagine rosso-blu: prima Ferenc Nyers – l’apolide nato in Francia ma di origini ungheresi, fratello minore di un altro celebre calciatore che militò anche in Italia: István Nyers; per lui si trattava della prima realizzazione con la maglia laziale - , poi nuovamente Puccinelli, permisero alla Lazio di andare negli spogliatoi con un tranquillizzante doppio vantaggio.
Aldo Pucinelli

La ripresa fu un calvario per i petroniani. In diciotto minuti, tra il 12’ ed il 30’, gli uomini di Sperone andarono a segno altre cinque volte, due con Romano Penzo (di cui una su rigore) – attaccante veneto già protagonista con le casacche di Fiorentina ed Inter -, due con Mario Magrini (anche lui realizzò un penalty) – alla sua prima doppietta in serie A, nella stagione per lui più prolifica - ed una con capitan Salvador Gualtieri – l’argentino che la stagione seguente, smessi momentaneamente i panni di calciatore, avrebbe vestito quelli di vice dello stesso Sperone – su punizione.

Un Bologna a dir poco frastornato chiude la messe di reti con l’assolo di Corrado Bernicchi, per il quale si trattava della prima marcatura in rosso-blu.
La copertina de "Il calcio illustrato" dedicata al match di Roma

Esordio migliore non ci poteva essere per Sperone; ritorno a Roma peggiore Cargnelli non avrebbe potuto immaginarlo. Fatto sta che fu un risultato illusorio per la Lazio, immischiata nella lotta per non retrocedere; mentre per il Bologna rimase un tracollo isolato, con la squadra che stazionò permanentemente nelle zone medio-alte della classifica.


L’avventura di Mario Sperone alla guida delle Aquile durò tre stagioni, prima di un deludente ritorno sulla panchina del Torino. Il tecnico di Priocca, tuttavia, a Roma sponda bianco-celeste sarebbe stato richiamato per il campionato ‘53/’54: fu un’altra esperienza poco edificante, chiusasi  a marzo con l’esonero.


Il tabellino della partita (fonte: calcio-seriea.net):

Lazio – Bologna 8-2 (21/11/49, Roma, Stadio Nazionale, 11ª giornata serie A)

Lazio: Brandolin, Antonazzi, Piacentini, Todeschini, Gualtieri, Alzani, Puccinelli, Magrini, Penzo, Flamini, Nyers. All: Sperone

Bologna: Vanz, Giovannini, Ballacci, Cingolani, Sarosi, Mezzadri, Cervellati, Tacconi, Cappello, Gritti, Bernicchi. All: Cargnelli

Arbitro: Silvano di Torino

Reti: pt 7’ e 39’ Puccinelli, 23’ Gritti, 36’ Nyers; st 12’ rig. e 30’ Penzo, 23’ Gualtieri, 25’ rig. e 27’ Magrini, 42’ Bernicchi


Roberto Pivato