domenica 28 agosto 2016

Lezioni di Epic...A: 2 ottobre 1950, spettacolo rosso-nero a Napoli

Una fase dell'incontro
Erano quarantatré anni che lo scudetto mancava in casa del Milan, da quando ancora non si chiamava scudetto e il campionato non si chiamava serie A, bensì Prima Categoria. Troppo tempo per una compagine blasonata come quella rosso-nera. Nel frattempo, inoltre, i cugini dell’Inter si erano laureati campioni d’Italia ben cinque volte, e i grandi rivali della Juventus addirittura otto, compresa la stagione precedente, quando, malgrado una clamorosa sconfitta interna col Diavolo per 1-7, erano riusciti a concludere in vetta proprio davanti alla compagine di Lajos Czeizler. Il tecnico ungherese era arrivato nel ’49, portandosi dall’IFK Norrköping Gunnar Nordahl e Nils Liedholm, due fuoriclasse che sarebbero andati a comporre con Gunnar Gren il formidabile trio svedese Gre-No-Li. Il calcio totale ed esasperatamente offensivo proposto da Czeizler aveva portato immediatamente i suoi frutti: nel campionato ‘49/’50 il Milan aveva realizzato l’incredibile bottino di 118 reti, Nordahl si era subito laureato capocannoniere con 35 sigilli, ma questo non era bastato a riportare il tricolore a Milano. Anche le prime giornate della stagione ‘50/’51 avevano confermato la straordinaria abilità del potenziale offensivo milanista: 6-2 all’Udinese, 1-2 alla Sampdoria e 9-2 al Novara, con il Pompiere sugli scudi, autore già di sei marcature.
Il Milan campione d'Italia nella stagione '50/'51
Il Napoli, dopo due stagioni di purgatorio in cadetteria, era tornato in massima serie quell’anno. Il fautore del successo nella serie B 1949/50 era stato il due volte campione del mondo Eraldo Monzeglio, alla sua prima stagione sulla panchina partenopea. I campani, il cui obiettivo era naturalmente la salvezza, avevano inziato col piglio giusto: 3-2 alla Fiorentina e 2-2 a Bergamo, in casa dell’Atalanta. Ma la prima sconfitta era arrivata alla terza giornata, sul terreno del Bologna.
L’1 ottobre 1950 lo Stadio della Liberazione del Vomero avrebbe ospitato l’atteso confronto tra Napoli e Milan, andato in scena l’ultima volta nel gennaio di due anni prima, col successo ospite per 0-2. Il fascino dell’incontro e la forza dell’avversario richiamano allo stadio ben 32000 persone: il caloroso tifo napoletano si fa sentire, vuole essere il proverbiale dodicesimo uomo in campo, vuole dare la forza ai suoi beniamini per affrontare la più quotata formazione meneghina. E per dodici minuti ci riesce. Poi la spietata compagine rosso-nera chiude praticamente il match in due minuti. Al 12’ viene concessa una punizione per fallo di Luigi Vultaggio su Nordahl; lo stesso attaccante svedese batte velocemente, sorprendendo l’intera retroguardia azzurra e pescando Liedholm, il quale, liberissimo, fa 0-1. I padroni di casa protestano alacremente, ma Agnolin convalida il gol. Si riparte ed il Milan, approfittando dello stordimento napoletano per quanto appena accaduto, raddoppia: fuga di Nordahl contrastato inutilmente dal solito Vultaggio; conclusione respinta in qualche modo da Giuseppe Casari – il portiere della nazionale alle olimpiadi londinesi del ’48 – e comodo tap-in vincente di Renzo Burini, anche lui nella rosa olimpica di due anni prima.
Il Napoli 1950/51
Il terribile uno-due mette i locali sotto shock. Si aggiunga poi che al 24’ la truppa di Monzeglio si imbufalisce nuovamente nei confronti del direttore di gara, reo di non avere assegnato il gol per una conclusione di Farnese Masoni salvata, secondo gli azzurri oltre la linea (tuttavia le immagini sembrano negarlo), da Lorenzo Buffon. Gli ospiti controllano le sfuriate avversarie, per poi colpire ogniqualvolta si presentino in attacco. Minuto 29, punizione di Liedholm, respinta di pugno di Casari, riprende Nordahl che fa tris; minuto 33, avventato retropassaggio di Vultaggio che scavalca il suo portiere e termina in rete beffardamente, per un autogol che certifica la giornata stortissima del centromediano romano. Dopo 45’ il quarto successo consecutivo del Milan è già al sicuro: un risultato ottenuto col minimo sforzo e con una certa dose di fortuna.
La ripresa serve al Napoli per salvare se non altro l’onore. Al 18’ Silvio Formentin accorcia le distanze, ma poco dopo Nordahl realizza il suo ottavo centro stagionale, il quinto ed ultimo di giornata per l’undici di Czeizler. L’umiliante passivo viene ridimensionato dagli azzurri negli ultimi tre minuti. Al 42’ Amedeo Amadei realizza il penalty concesso per un fallo di mano di Carlo Annovazzi e, allo scadere, Masoni sigla il definitivo 3-5 su invito di Formentin. Curiosamente per tutti e tre si trattava della prima rete con la casacca del Ciuccio.
Gunnar Nordahl in azione
Il digiuno da successi del Milan si sarebbe finalmente interrotto in quella stagione: quarantaquattro anni dopo l’ultimo titolo di campione d’Italia il Diavolo si ripete, precedendo di un solo punto i concittadini nero-azzurri. Un successo che non ammette repliche, figlio del migliore attacco del campionato (assieme all’Inter, con 107 reti, e Nordahl per il secondo anno di fila capocannoniere) e della miglior difesa (39 gol incassati) e che viene bissato in campo europeo, con la conquista della Coppa Latina a giugno, il primo alloro di sempre in campo internazionale.

Pure il Napoli potrà essere assai soddisfatto della sua stagione, chiusa con un lusinghiero sesto posto, ottenuto soprattutto in virtù dell’ottimo percorso casalingo. Al Vomero, dopo il Milan, sarebbe riuscita a vincere soltanto l’Inter. Evidentemente le milanesi si trovavano molto a loro adagio alle pendici del Vesuvio.


Il tabellino della partita:

Napoli – Milan 3-5 (01/10/50, Napoli, stadio Vomero, 4ª giornata serie A)

Napoli: Casari, Delfrati, Soldani, Todeschini, Vultaggio, Gramaglia, Krieziu, Di Costanzo, Amadei, Formentin, Masoni. All: Monzeglio

Milan: Buffon, Silvestri, Bonomi, Annovazzi, Togno, De Grandi, Santagostino, Gren, Nordahl, Liedholm, Burini. All: Czeizler

Arbitro: Agnolin di Bassano del Grappa

Reti: pt 12’ Liedholm, 13’ Burini, 29’ Nordahl, 33’ aut. Vultaggio; st 18’ Formentin, 23’ Nordahl, 42’ rig. Amadei, 44’ Masoni


Il link al video dell'incontro: https://www.youtube.com/watch?v=cUkXio0aP1w


Roberto Pivato

martedì 23 agosto 2016

La Roma a Caracas: caldo, infortuni e odissee aeree

Una formazione della Roma a Caracas
Dopo circa trenta ore di volo, il Super Constellation della Linea Aeropostal Venezolana, decollato da Roma il 26 giugno 1956 alle 10.30, atterrò finalmente a Caracas. Erano le 11 ora locale, le 17 in Italia, di mercoledì 27 giugno. Il lungo viaggio dalla capitale italiana a quella venezuelana era andato a buon fine, malgrado alcuni ritardi imprevisti e dopo le numerose soste che la traversata oceanica prevedeva: la prima a Madrid, poi a Lisbona, in seguito Azzorre e Bermuda. Quando scese dal velivolo, la comitiva della Roma venne accolta in maniera festosa sia dalla popolazione locale, sia dai tanti emigrati italiani nel paese sudamericano. Giocatori e staff apparivano naturalmente un po’ stanchi, ma nel complesso – se si tiene fede al resoconto di Ezio De Cesari, inviato al seguito della squadra per il Corriere dello Sport – il viaggio era stato tranquillo e le condizioni dei giallo-rossi ottimali, anche per quanto riguarda coloro che avevano ricevuto il battesimo del volo, cioè Romano Pontrelli, Paolo Pestrin ed Ermanno Alloni.
La Roma dal Papa prima di partire per il Venezuela
Ma che ci faceva la Roma in Venezuela in quell’estate di sessant’anni fa? La compagine del presidente Renato Sacerdoti era stata invitata alla Pequeña Copa del Mundo (letteralmente la “Piccola Coppa del Mondo”), un torneo amichevole che da cinque anni dava l’opportunità a formazioni europee e sudamericane di confrontarsi, riprendendo l’idea della Copa Rio e anticipando quello che verrà poi fatto ufficialmente, a partire dal 1960, dalla Coppa Intercontinentale. La quinta edizione della manifestazione – conosciuta all’epoca erroneamente anche come “Coppa Presidente del Venezuela” o semplicemente “Torneo di Caracas” – si sarebbe svolta dal 30 giugno al 19 luglio, con un girone all’italiana a cui avrebbero partecipato i campioni d’Europa del Real Madrid; il Vasco da Gama, vincitore del campionato Carioca; il Porto, campione di Portogallo; e la Roma, appunto, sesta in serie A ma invitata nuovamente dopo la bella impressione lasciata tre anni prima, quando vi prese parte in qualità di vincitrice del campionato di serie B, giungendo seconda.

Lo stadio Municipal di Caracas
Faceva caldo a Caracas, ad un passo dall’Equatore. Un caldo insopportabile per i calciatori romanisti, tutti belli eleganti nelle loro nuovissime divise preparate appositamente per l’occasione: giacca blu di lana con scudetto giallo-rosso sul petto, pantaloni grigi, camicia e cravatta bianche. Un completo certamente bello a vedersi, ma poco adatto al clima torrido di quella parte del mondo e al viaggio in pullman che li condusse dall’aeroporto al loro quartier generale, il lussuoso Hotel Ambassiador. Le difficili condizioni meteo avrebbero influito non poco sulla permanenza del sodalizio capitolino in terra venezuelana: gli allenamenti dovevano essere limitati alla sera, o al più al tardo pomeriggio, quando i raggi del sole picchiavano con meno insistenza; ma per permettere ciò si doveva disporre di riflettori, cosa possibile soltanto nell’impianto cittadino principale, il Municipal. Alla vigilia del debutto - previsto per la serata di sabato 30 giugno contro il Porto, match d’apertura del torneo – lo stadio risultò inutilizzabile, a causa di una parata militare. In tal modo la Roma non poté presentarsi alla sfida contro i lusitani nelle migliori condizioni atletiche.

Il Porto campione nazionale nel '55/'56
Era la prima volta che giallo-rossi e bianco-azzurri si trovavano davanti, ma mentre i Dragoni avrebbero schierato la miglior formazione possibile, György Sarosi optò per un undici ampiamente rimaneggiato, nel quale facevano il loro debutto alcuni nuovissimi acquisti quali gli ex genoani Ennio Cardoni e Paolo Pestrin, il mediano prelevato dalla Cremonese Ermanno Alloni, il modenese Giorgio Barbolini e l’attaccante scuola Monza Severino Lojodice. Il tecnico ungherese, insomma, voleva approfittare del carattere non ufficiale della sfida per iniziare a collaudare quella che sarebbe stata la Roma ‘56/’57.
Istvan Nyers, in azione con la maglia dell'Inter
Il confronto fu caratterizzato da un agonismo perfino eccessivo, dato il carattere amichevole della sfida. Furono soprattutto i portoghesi, secondo la testimonianza di De Cesari, a voler incanalare il match sui binari della vigoria fisica. A farne maggiormente le spese fu Cardoni, infortunatosi e costretto a saltare il successivo impegno, contro il Real Madrid, giovedì 4 luglio. Il primo tempo si chiuse coi lusitani in vantaggio, in virtù della marcatura di Hernâni Ferreira da Silva (o secondo altre fonti di António Dias Teixeira), ma i giallo-rossi potevano recriminare per delle buone chance sprecate sotto porta. Il meritato pareggio arrivò nella ripresa, su calcio di rigore concesso per fallo di mano di Virgílio Marques Mendes su conclusione di Barbolini. Dal dischetto la trasformazione fu affidata a István Nyers, il franco-ungherese alla sua ultima rete con la Lupa, prima del passaggio non troppo fortunato al Barcellona. 1-1 che sta un po' stretto alla truppa di Sarosi, ottenuto contro l’avversario sulla carta più abordabile. Di lì a quattro giorni c’erano le Merengues fresche vincitrici della prima Coppa dei Campioni della storia: una corazzata con terminali offensivi del calibro di Héctor Rial, Francisco Gento e la Saeta Rubia Alfredo Di Stéfano. La Roma se la gioca alla pari, passando addirittura in vantaggio con Luigi Giuliano dopo dieci minuti. Rial e Di Stéfano, tuttavia, ribaltano il punteggio e regalano la seconda vittoria agli iberici.

Alcune immagini del successo sul Real Madrid
Il girone d’andata dei giallo-rossi si chiude con un altro ko, il 7 luglio per 3-1 contro il Vasco da Gama (a segno Dino da Costa per gli italiani), cosicché a metà torneo il cammino è già compromesso: Roma ultima insieme al Porto. Il successo finale sarà un discorso tra spagnoli e brasiliani.
Gli uomini di Sarosi, in ogni caso, hanno ancora tempo per una grande impresa. Il 12 luglio il capolista e apparentemente imbattibile Real si arrende alla doppietta di Lojodice; inutile la segnatura del solito Di Stéfano: termina 2-1 per i capitolini. Sarà il loro ultimo lampo venezuelano. Due giorni dopo altra sconfitta (2-1 con fantastica doppietta di Vavá e gol della bandiera di Barbolini), contro il Gigante da Colina e infine, il 17 luglio, il concedo contro la stessa compagine dell’esordio: il Porto. Una gara buona soltanto per evitare l’ultimo posto, con cinque giocatori già partiti per il rientro in Italia: Giosuè Stucchi, Giacomo Losi, Alcides Edgardo Ghiggia, Cardoni ed Egisto Pandolfini, il cui addio è definitivo visto il passaggio all’Inter. Sono tutti acciaccati: un prezzo da pagare piuttosto alto per un torneo amichevole di fine stagione (che tanto amichevole in verità non si era dimostrato, se si tiene presente ad esempio quanto accaduto tra Real e Porto, dove era dovuta intervenire persino la polizia per placare gli animi).
Fasi di gioco di Vasco da Gama - Roma 2-1
Porto – Roma è solo un antipasto in attesa della sfida tra Vasco da Gama e Real Madrid, che assegnerà la coppa. Eppure l’avvio è scoppiettante e le occasioni, soprattutto di marca bianco-azzurra, non mancano. Dopo 45’, in ogni caso, le porte sono ancora inviolate. Il risultato si sblocca a favore dei Dragoni al quarto della seconda frazione: ingenuità di Alberto Eliani che dà via libera a Castao, il quale realizza il gol della vittoria (secondo altri la rete sarebbe da attribuire a Gaburu), malgrado i seguenti rabbiosi tentativi di pareggio dei giallo-rossi.
Si conclude così, con un deludente ultimo posto, un torneo durissimo (vinto per la cronaca dal Real Madrid), caratterizzato da ritmi serrati (si è giocato in sostanza ogni due giorni), da un agonismo a tratti esasperato (a cui la Roma ha pagato il fio con una lunga serie di infortuni), da arbitraggi piuttosto discutibili e da un caldo asfissiante. Non si può certo rimproverare ai giallo-rossi scarso impegno, anzi: la squadra è stata enconiabile, a tratti commovente, ha anche saputo far intravedere sprazzi di buon gioco; ma ciò non è stato sufficiente davanti ad oggettive e grandi difficoltà ambientali. L’unica vera delusione è quella dei molti italiani accorsi al Municipal nella speranza di vedere una loro compagine vincere. Per loro autentici riscatto e rivalsa ci sono stati solo il 12 luglio, con l’inatteso successo romanista contro i Blancos.
La Roma sale nuovamente sul Super Constellation per affrontare l’estenuante viaggio di ritorno. Finalmente un po’ di meritata vacanza, prima di ripartire con la nuova stagione, con le sfide che contano davvero. La tournée sudamericana, poco soddisfacente dal punto di vista dei risultati, non è stata tuttavia un banco di prova attendibile per giudicare i giallo-rossi stagione ‘56/’57. Sarà il campo ad emettere verdetti assai sotto le aspettative: quattordicesimo posto in campionato, appena due punti sopra la zona retrocessione, e avvicendamento in panchina a maggio tra Sarosi e Guido Masetti.

Il rientro all'aeroporto di Ciampino
Non sappiamo se le fatiche della Pequeña Copa del Mundo (la cui ultima edizione si sarebbe svolta nel luglio del ’57) avessero lasciato effettivi strascichi sull’annata romanista; fatto sicuro è che nessun giallo-rosso avrebbe voluto più sentir parlare di Venezuela molto a lungo.

Roberto Pivato

fonti iconografiche: www.asromaultras.org

lunedì 22 agosto 2016

Under Protest: lo sciopero bianco di Taiwan e l'unica Olimpiade della banda di Lee

La passerella polemica della delegazione di Formosa
Come da protocollo, dopo la passerella della Tunisia, e prima di quella riservata alla Thailandia, i ventisette atleti provenienti da Taiwan, eleganti nei loro gessati sfoggiati per la gaudente cerimonia, sfilano sulla pista dell'Olimpico di Roma, sventolando orgogliosi il vessillo della propria patria durante la tradizionale Parata delle Nazioni. In fila indiana, disposti su tre file ordinate, i taiwanesi proseguono fluidamente fino a quando, in prossimità di un funzionario del Comitato organizzatore, il capodelegazione, tale Lin-Hung-tan, rallenta bruscamente la marcia,  e s'infila una mano in tasca, estraendo un drappo bianco dove campeggia un'inequivocabile scritta a vernice: "Under protest", si legge, rigorosamente in inglese, proprio per abbattere le barriere linguistiche, favorendo la comprensione di tutti gli spettatori del mondo. 

Qualche minuto più tardi, la fiaccola olimpica, accesa ad Olimpia il 12 Agosto, dopo essere stata custodita gelosamente da un esercito di 1199 atleti, terminerà il suo lungo peregrinare nelle affidabili mani del misconosciuto mezzofondista Giancarlo Peris, ultimo tedoforo a cui spetterà l'onore e l'onere di appiccare il tripode olimpico, dando il via alla diciassettesima Olimpiade, la prima ospitata su suolo italiano.

Alla base del gesto plateale inscenato dai taiwanesi in mondovisione durante la cerimonia d'apertura, ci sono, come sempre in questi casi, delicate motivazioni di natura politica e ideologica. In pratica, la selezione dell'isola di Formosa, ritenendosi indipendente dalla Repubblica Popolare Cinese, gradirebbe partecipare alle Olimpiadi sotto la denominazione di "Cina nazionalista". Il Comitato Olimpico Internazionale, ed il suo presidente, lo statunitense Avery Brundage, etichettato dai cinesi senza mezzi termi come "marionetta dell'imperialismo americano", probabilmente per evitare di irritare oltremodo la sensibilità di Pechino, ritiratasi due anni primi dal movimento olimpionico proprio per la contemporanea presenza di Taiwan che si ostina a non riconoscere come entità indipendente, rigetta senza appello le richieste degli atleti di Formosa, escogitando una soluzione parecchio invisa alla carovana orientale: se vorranno presenziare alle Olimpiadi romane, i ventisette atleti, tra cui i calciatori agli ordini di mister Lee, dovranno farlo sotto le insegne di Taiwan.


Almeno in un primo tempo a Taipei sono riluttanti all'idea, tanto che per ventiquattro ore negli ambienti olimpici serpeggia lo spettro dell'abbandono. Ma poi, dopo consultazioni e mediazioni di ogni tipo, fortunatamente si giunge ad un compromesso, con i taiwanesi che alla fine scongiurano il forfait, non prima, però, di aver mostrato al mondo tutto il proprio disappunto per l'inaccettabile, e quasi oltraggiosa, a detta loro, decisione di un CIO tanto pragmatico quanto cinico nelle vesti di padre padrone del circus a cinque cerchi. 
Lee Wai Tong
 Nell'imponente e confortevole Villaggio Olimpico, progettato da un pool di architetti di rinomata caratura e allestito in pompa magna laddove un tempo sorgeva la baraccopoli di Campo Parioli - sgomberata per l'occasione - mister Lee Wai Tong, autentica leggenda del calcio cinese presente in qualità di calciatore a Berlino '36 - la prima, storica Olimpiade a cui prese parte la selezione calcistica del Celeste Impero - riceve la tanto inaspettata quanto gradita visita di Vittorio Pozzo - addentratosi in quella babele di suoni, lingue, culture e tradizioni in qualità di inviato de "La Stampa" - con cui scambia amabilmente quattro chiacchiere sul gioco, cercando di carpire alcuni segreti sulla nostra nazionale a pochi giorni dall'esordio, proprio con l'Italia, in quel di Napoli.

 
La formazione olimpica di Taipei, composta per la sua stragande maggioranza da calciatori provenienti da Hong Kong, anche se di modesta caratura se rapportata alle altre squadre iscritte al torneo olimpico, gode di un certo prestigio in Asia. Sfilata per due volte consecutive la corona dei Giochi Asiatici alla Corea del Sud, bastonata in finale con un perentorio 5-2 in finale nel 1954, e ribattuta quattro anni più tardi con un più risicato, ma ugualmente efficace 3-2 dopo i tempi supplementari, il pass per Roma viene obliterato proprio in faccia ai Guerrieri di Taegeuk, per il quale i biancoblu diventano un autentico spauracchio: sbarazzatosi con relativa facilità della Thailandia nel primo round di qualificazione preolimpico, Taiwan si ritrova nuovamente opposta ai sudcoreani.
Un fermoimmagine della gara con gli azzurri
L'ennesimo capitolo della saga, che vale un posto sull'aereo per l'Italia, va in scena interamente a Taipei: nella prima gara la Corea del Sud liquida 2-1 gli uomini di Lee, ipotecando la qualificazione. Ma il 14 Aprile del 1960, nell'incontro di ritorno, accade l'imponderabile. Sul punteggio di 1-0 in favore della Repubblica di Cina, così come era conosciuta ufficialmente Taiwan, l'arbitro assegna un calcio di rigore alla truppa di Lee. I Guerrieri di Taegeuk, imbufaliti perchè vedono sfumare il sogno olimpico, in preda ad un raptus di follia, si avventano sull'arbitro schiaffeggiandolo ripetutamente. Risultato: a tavolino la gara viene data vinta a Taiwan, che può finalmente festeggiare la tanto agognata qualificazione a cinque cerchi.


A dispetto di Melbourne 1956, la struttura del torneo calcistico a cinque cerchi subisce significative trasformazioni, venendo allargata a sedici formazioni, rispetto alle undici previste dal format australiano: in più si assiste all'introduzione della fase a gironi, perfetto antipasto dello spettacolo promesso dalle gare da dentro o fuori. Inseriti nel gruppo B, comprendente oltre ai padroni di casa dell'Italia, anche Brasile e Gran Bretagna, gli asiatici esordiscono il 26 Agosto a Napoli. Di fronte c'è la Naziole olimpica italiana, timonata dalla premiata ditta Rocco-Viani, e sospinta a gran voce dal pubblico di Fuorigrotta. Immaginare un epilogo diverso da una goleada in favore degli azzurri, seppur privi di quei calciatori impegnati nelle qualificazioni al mondiale cileno, appare impossibile.
Il temibile tridente del South China: il primo da destra è Cheuk
Eppure, dopo il vantaggio italiano di Rivera, che al 10' sembra spianare la strada ai beniamini di casa, Mok-Chun-wa, alfiere del South Cina, trova un insperato e inaspettato pari, gelando un Viani che, tra l'incredulo e lo stupito, fatica a capacitarsene. Quello taiwanese, però, come logica impone, rimane solo un lampo isolato. Tre minuti più tardi ancora un'imberbe Rivera, fresco di passaggio al Milan dall'Alessandria, rimette a posto le cose, mentre nella ripresa sono Fanello e Tomeazzi a mettere il risultato al riparo da eventuali brutte sorprese, fiaccando le ultime sacche di resistenza della banda di Lee. Se il debutto era proibitivo, il secondo incontro lo è, se possibile, ancor di più. La comitiva taiwanese, che incarna l'emblematico motto decoubertiniano delle Olimpiadi, risale il Tirreno e, al Flaminio di Roma incrocia i tacchetti con i funamboli brasiliani. Come ampiamente pronosticabile, non c'è partita. Gerson, autore di una tripletta, e Roberto Dias, che non vuole essere da meno del compagno siglando una doppietta, fanno letteralmente ammattire la difesa taiwanese guidata da Lam Spencer - mastino dei Kitchee conosciuto per le sue poderose staffilate da calcio piazzato, e per questo soprannominato "Heavy Gun" - affondando come lame incandescenti nel burro e permettendo ai verdeoro, già vittoriosi 4-3 con la Gran Bretagna nel vernissage d'apertura, di proseguire il torneo con alle spalle un confortante e rotondo 5-0. I giochi sono fatti, i destini segnati, le valigie pronte. Aritmeticamente Taiwan è già stato escluso dalla kermesse, ma resta ancora una gara da disputare, quella con la Gran Bretagna. A Grosseto, il primo Settembre, si gioca per l'onore, visto che anche i britannici hanno la certezza dell'eliminazione.
Una delle cinque reti brasiliane
I sudditi di Sua Maestà partono a spron battuto, e all'ora di gioco conducono per due reti a zero: Jim Lewis e Bobby Brown, impietosi, trafiggono il povero Sui Wah Lau. Sembra finita, ma Cheuk-Yin- Yiu, formidabile parter d'attacco di Mok Chun-wa anche tra le fila delle Caroliners, considerato come il più iconico calciatore nato ad Hong Kong, accorcia le distanze, rivitalizzando la truppa orientale, nuovamente punita da Paddy Hasty a cinque minuti dal triplice fischio finale. Ci pensa nuovamente Cheuk, "il tesoro di Hong Kong", come lo chiamano i suoi tifosi, a raddrizzare il risultato, fulminando ancora una volta l'attonito Pinner e concedendo uno storico bis olimpico. 


Le eccezionali gesta della stella xiangrangren, premiata nel suo paese con svariati ed illustri riconoscimenti, però, non bastano ad evitare la sconfitta a Taiwan. Tuttavia, alla Cina nazionalista non mancheranno i motivi per gioire.
Il decatleta Yang insieme all'amico e rivale Johnson
Dopo la spedizione infruttuosa, e terminata a mani vuote, in quel di Melbourne, sarà il decatleta Yang Chuan-kwang a conquistare la prima, storica, medaglia per Taiwan: un argento ottenuto al termine di un tiratissimo e avvincente duello senza esclusione di colpi con l'americano Rafer Johnson, peraltro ben documentato ne "La Grande Olimpiade", la pellicola ufficiale della kermesse romana prodotta dall'Istituto Luce e diretta da Romolo Marcellin. A conferma della bontà forse irripetibile di quell'organico, invece, in Autunno la Taiwan pallona raggiungerà il proprio acme, salendo sul gradino più basso della Coppa d'Asia, alle spalle di Corea del Sud ed Israele, prima di scomparire lentamente dalla scena calcistica internazionale, preda di una sorta di irreversibile forma di dissolvenza in uscita.


Vincenzo Lacerenza 




Fonti fotografiche :
adriansprints.com
ahalftimereport.com
storiedicalcio.altervista.org
news.bbc.co.uk
zh.wikipedia.org











     







  

domenica 21 agosto 2016

Lezioni di Epic...A: Se son gigli fioriranno! La Fiorentina di Bernardini umilia la Juventus a Torino

La Fiorentina per la prima volta campione d'Italia nel 1955/56
Il 19 gennaio 1941 era stata una data storica per la Fiorentina, quella del primo successo sul terreno degli odiati rivali della Juventus. Quel 2-3 della truppa di Giuseppe Galluzzi sapeva di rivalsa per una città intera, dopo più di un decennio praticamente senza soddisfazioni allo Stadio Benito Mussolini, con l’onta, per di più, dell’umiliante 11-0 subito nel ’28.
Il 22 ottobre 1955, a più di quattordici anni di distanza, la storia si sarebbe ripetuta in maniera ancor più eclatante, in quello che nel frattempo era diventato il Comunale.
La Juventus non era certo quella che dominava in Italia negli anni ’30 e non vinceva lo scudetto dalla stagione 1951/52. L’estate del ’55 fu un periodo di grandi rivoluzioni in casa bianco-nera, a partire dall’allenatore: il Gatto Magico Aldo Olivieri venne rimpiazzato da Sandro Puppo, tecnico giramondo precursore in un certo senso dei tempi moderni: aveva guidato la nazionale turca alle olimpiadi del ’52 e ai mondiali del ’54, il Beşiktaş, sempre in Turchia, ed il Barcellona, col quale aveva conquistato il secondo posto in campionato dietro il Real Madrid. Anche la rosa fu quasi completamente cambiata: via molti degli ultimi campioni d’Italia, dentro una nutrita serie di giovani promesse, coadiuvate da due innesti sudamericani, il brasiliano Leonardo Colella e l’argentino Juan Vairo, che nelle previsioni della vigilia (poi disattese) avrebbero dovuto fare da chiocce ai grezzi talenti bianco-neri. Le prime due giornate di campionato misero subito in luce tutti i limiti della compagine piemontese: i due risicati pareggi con Spal e Triestina non circondavano certo di fiducia l’ambiente della Vecchia Signora.
Una formazione della Juventus stagione '55/'56
La Fiorentina del Dottore Fulvio Bernardini veniva da due ottime stagioni, con un terzo ed un quinto posto. I Viola nutrivano perciò ambizioni di alta classifica e con l’innesto dell’argentino Miguel Montuori e del brasiliano Julinho, a dar man forte in attacco al friulano Giuseppe Virgili, non potevano nascondere di puntare addirittura allo scudetto. L’avvio di stagione, in ogni caso, si era rivelato piuttosto stentato: pareggio a Busto Arsizio, dove i Gigliati si erano fatti rimontare due reti, e successo risicato contro il Padova, grazie ad un rigore nel finale di Sergio Cervato.
Alla terza giornata c’era subito in programma il confronto diretto di Torino, che avrebbe fornito maggiori indicazioni sullo stato di forma e sulle reali ambizioni di entrambe le formazioni. Un incontro che fu spettacolare fin dai primi minuti: Colella si viene a trovare a tu per tu con Giuliano Sarti, ma fallisce clamorosamente: «Come abbia fatto il centravanti juventino a mancare da quattro passi quella madornale occasione è un mistero: s’inciampò, scivolò, perdette la testa. Fatto sta ed è che sbagliò dove pareva impossibile sbagliare e gli avversari non gliela perdonarono» (Vittorio Pozzo, La Stampa, 04/10/55). Sul capovolgimento di fronte il primo gol viola: «Piombando di contropiede in area juventina, Gratton sparava senza esitazione, Viola respingeva corto, e Montuori, che aveva seguito l’azione, riprendeva e deviava in rete senza complimenti».
Miguel Montuori
Per l’argentino è la prima di una lunga serie di marcature in maglia viola. La Juve ci riprova, ma ancora una volta spreca una clamorosa palla-gol con uno dei suoi nuovi arieti sudamericani:
«Vairo ripeteva l’errore di Colella, mettendo la palla nelle mani del portiere nel momento in cui aveva i tre quarti della rete a sua disposizione». Così, com’era accaduto in precedenza, gli ospiti - che avevano pure colpito un palo con Julinho - sono spietati nel punire alla prima occasione: «Julinho [...] batteva un uomo dopo l’altro, sfondava, piegava al centro, tirava basso gettando in orgasmo l’intera difesa juventina. Il terzino Boldi, respingendo corto proprio al centro, deponeva la palla nei piedi di Virgili che fungeva da spettatore arretrato alla mischia. Il friulano sparava subito, prima che gli juventini si fossero ripresi, e spediva nell’angolo basso della rete sulla destra di Viola». Nemmeno venti minuti e padroni di casa sotto di due gol. Sembrava mettersi davvero male per l’undici di Puppi, i cui sterili tentativi offensivi sbattevano inesorabilmente contro il muro difensivo toscano.
Al riposo si va sullo 0-2, ma altre due marcature ospiti sono a venire. La prima al nono: «il terzino destro Magnini si faceva avanti colla palla al piede [...] finché, giunto all’altezza dell’area, si piazzava la palla dal piede sinistro a quello destro, prendeva la mira e sparava sorprendendo tutti: ché la palla, picchiando nella base del montante sulla sinistra di Viola, schizzava in rete»; la seconda a due minuti dal termine, dopo una traversa colpita da Virgili: «Un lungo centro alto proveniva dalla sinistra fiorentina, ed a due passi dalla porta un difensore juventino, tentando di deviare di testa, serviva di precisione Virgili sulla destra. Un po’ sorpreso dall’inatteso regalo il centravanti fiorentino piroettava su se stesso e, di sinistro, spediva in rete».
Un contrasto di gioco tra Chiappella e Vairo
Poker servito, risultato che non ammette repliche e che risulterà specchio fedele del proseguo di stagione di entrambe le formazioni: soltanto nona, peggior piazzamento nella serie A a girone unico, la Juventus, che a novembre era tornata nelle mani della famiglia Agnelli; prima e campione d’Italia la Fiorentina, imbattuta fino all’ultima giornata.

Non è dunque un caso se la vittoria (bisognerà attendere altri quattordici anni prima che i toscani espugnino il terreno dei bianco-neri) più larga della Viola in casa della Vecchia Signora è arrivata nella stagione ‘55/’56.


Il tabellino della partita:

Juventus – Fiorentina 0-4 (02/10/55, Torino, stadio Comunale, 3ª giornata serie A)

Juventus: Viola, Boldi, Garzena, Turchi, Nay, Emoli, Corradi, Boniperti, Colella, Vairo, Præst. All: Puppo

Fiorentina: Sarti, Magnini, Cervato, Chiappella, Rosetta, Segato, Julinho, Mazza, Virgili, Montuori, Gratton. All: Bernardini

Arbitro: Piemonte di Monfalcone

Reti: pt 4’ Montuori, 18’ Virgili, st 9’ Magnini, 43’ Virgili


Il link al video del matchhttps://www.youtube.com/watch?v=MDf7Il-uAts 


Roberto Pivato

giovedì 4 agosto 2016

Francia-Portogallo: il match più bello nella storia degli Europei

Platini esulta dopo la rete decisiva
Il Portogallo che si presentò al cospetto della Francia - il 23 giugno 1984 al Vélodrome di Marsiglia, per la semifinale del settimo campionato europeo – non partiva certo col favore dei pronostici. I lusitani erano alla loro prima apparizione nella fase finale del torneo, affrontavano i fortissimi padroni di casa e non potevano contare su una grande esperienza internazionale. Il loro miglior risultato fino a quel momento era stato il terzo posto alla coppa del mondo del ’66, dove erano stati battuti in semifinale proprio dalla nazionale del paese organizzatore, l’Inghilterra. Se nemmeno il grande Eusébio era stato capace di condurre i rosso-verdi al successo, pochi avrebbero scommesso che la squadra dell’ ’84 sarebbe riuscita in questa storica impresa. Già la qualificazione alla fase conclusiva in Francia – era la seconda volta che il paese organizzatore veniva scelto prima delle qualificazioni, facendo sì che la nazionale ospitante fosse ammessa di diritto – era avvenuta in maniera sorprendente, prevalendo su avversarie più quotate quali Polonia, terza al mondiale di due anni prima, ed Urss, che in Spagna erano stato eliminato nei quarti dagli stessi polacchi. L’eroe delle qualificazioni era stato Rui Jordão, autore della rete decisiva contro i sovietici, nel confronto del 16 novembre ’83: egli trasformò il rigore (concesso molto generosamente) che consegnò la vittoria ai portoghesi, i quali con quei due punti scavalcarono l’Unione Sovietica prendendosi il primo posto del girone 2.

Anche in Francia il team di Fernando Cabrita aveva dovuto attendere i minuti finali dell’ultima sfida del girone eliminatorio per poter festeggiare l’approdo in semifinale.
Domergue alla conclusione
Dopo i pareggi con Germania Ovest, campione in carica e vice-campione del mondo nell’ ‘82, e Spagna, infatti, il decisivo match di Nantes contro la Romania era stato deciso da una marcatura all’ ’81 da parte di Nené. Lusitani secondi per minor numero di reti realizzate rispetto agli iberici e costretti ad incrociare Michel Platini e compagni, fin lì sempre vittoriosi e autori di ben nove segnature in tre gare (di cui sette del solo capitano!).

Al Vélodrome l’urlo dei tifosi di casa si fece assordante dopo 24’: fallo di António Frasco su Platini e conseguente punizione dai venti metri; tutti si aspettano che calci Le Roi, il quale invece lascia l’incombenza a Jean-François Domergue, difensore del Tolosa che compiva quel giorno 27 anni. Domergue aveva debuttato in nazionale proprio in quell’europeo, undici giorni prima, nel successo per 1-0 sulla Danimarca, comparendo nell’undici titolare anche nelle successive vittorie su Belgio e Jugoslavia. Michel Hidalgo, quindi, decise di dargli fiducia anche per questa delicata sfida da dentro o fuori. Il terzino di Bordeaux lo ricompensò come meglio non avrebbe potuto. Il suo violento mancino scavalcò la barriera e andò ad infilarsi all’incrocio dei pali. A metà primo tempo i Galletti erano in vantaggio: tutti erano convinti fosse l’inizio di una goleada. Eppure, all’intervallo, il risultato era ancora di 1-0 e Cabrita decise di scoprirsi un po’ di più, a caccia del pari, inserendo l’attaccante del Porto Fernando Gomes al posto del centrocampista del Benfica Diamantino Miranda.

Ma i primi 20’ della ripresa furono un assedio francese, respinto dall’ultimo baluardo della retrovia portoghese: Manuel Bento.
Manuel Bento
Il portiere delle Aquile avrebbe compiuto di lì a due giorni 36 anni, ma in Portogallo non c’era ancora nessuno capace di emulare il suo talento tra i pali. Egli dimostrò tutto il suo valore quel giorno a Marsiglia, sfoderando una serie di interventi prodigiosi che resero vano ogni tentativo di raddoppio transalpino e, nel contempo, mantennero a galla un Portogallo alle corde. La prima parata avvenne su Luis Fernández, lanciato a rete da Platini: il destro dell’attuale tecnico della Guinea venne respinto in uscita, mentre il tentativo immediatamente successivo uscì di un soffio. Poco dopo fu Alain Giresse a provarci dalla distanza: Bento volò ad alzare sopra la traversa il violentissimo destro. Il numero uno ospite fu nuovamente provvidenziale sul centrocampista del Bordeaux, quando in disperata uscita bassa riuscì a fermarlo coi piedi, dopo una discesa del solito incontenibile Platini sulla sinistra.

Era una gara a senso unico; i francesi in campo e sulle tribune maledicevano quel dannato portiere portoghese, l’unico che ancora cocciutamente non voleva arrendersi all’inevitabile 2-0, alla rete che avrebbe regalato senza più alcun dubbio la finale ai beniamini locali.
PLatini in possesso palla
Egli, tuttavia, non si scompose, non si lasciò abbattere dalle ripetute ed ininterrotte offensive avversarie, a cui i suoi compagni parevano non opporre più alcuna resistenza, e persisté a parare tutto il parabile. Fu così che nemmeno un sinistro del numero 10 di casa, diretto veloce e preciso all’incrocio dei pali, lo sorprese: egli volò, leggero come l’aquila che aveva cucita sul petto nella sua squadra di club, e deviò in corner. Platini gli dette un’occhiataccia; il pubblico di Marsiglia rumoreggiava deluso, ma allo stesso tempo applaudiva tanto la conclusione di Le Roi, quanto il plastico intervento di quell’invalicabile muro vestito di verde.

Mancava un quarto d’ora al 90’; la Francia, incredibilmente per la mole di occasioni create, non aveva chiuso il match, ma conduceva comunque con un gol di vantaggio e gli avversari, fino a quel momento, non si erano praticamente mai affacciati dalle parti di Joël Bats. Lo fecero sugli sviluppi di un calcio d’angolo, ed il numero uno transalpino dovette dimostrare di non essere da meno del suo collega per negare la rete al destro rasoterra ravvicinato di Fernando Chalana; l’estremo difensore dell’Auxerre ebbe un riflesso miracoloso e di piede respinse la minaccia. Nulla poté, tuttavia, pochi istanti dopo, quando lo stesso Chalana crossò da sinistra per la testa di Rui Jordão; la sfera si impennò beffardamente, scavalcò Bats e si infilò in rete, tra l’incredulità generale. 1-1, tutto da rifare per la Francia, che però non si abbatté e riparti all’attacco a testa bassa.
Bats abbraccia Le Roux
Verticalizzazione di Giresse che mise Platini davanti al portiere; Bento, con perfetta scelta di tempo, soffiò in uscita il pallone dai piedi del capitano transalpino; riprese Didier Six, che calciò di sinistro a botta sicura, ma dovette fare i conti per l’ennesima volta con la caparbietà del portiere, il quale riuscì, tra il frustrato sbigottimento generale, a deviare sulla traversa. In tribuna ogni possibile gesto scaramantico venne fatto; ogni imprecazione, dalla più tradizionale alla più fantasiosa, venne detta. Sembrava che la partita fosse maledetta. Sembrava che quell’omone in verde fosse stato mandato da qualche dispettosa divinità calcistica per rovinare la festa francese.

Si andò ai supplementari e per i padroni di casa ci fu subito un brivido enorme: traversone da destra di João Pinto, Nené incornò alla perfezione, ma Bats ebbe uno strepitoso riflesso e salvò a mano aperta. Ora erano i tifosi ospiti a maledire il portiere avversario. I lusitani però presero coraggio e insistettero: Chalana ubriacò di finte Domergue e crossò lungo sul secondo palo, dove Rui Jordão calciò al volo di prima intenzione.
Le Roi subito dopo aver siglato la rete del decisivo 3-2
La conclusione non era delle migliori, ma la palla batté per terra, si impennò con una traiettoria imprevedibile e terminò nell’angolo più lontano, dove Bats non poté arrivare. Era l’1-2, era ciò che fino ad una mezz’ora prima sembrava assolutamente impossibile. Il numero tre in maglia bianca – che in quel torneo non era ancora andato a segno - è incredulo, increduli sono i suoi compagni che lo abbracciano, increduli i pochi portoghesi in tribuna, increduli gli uomini della panchina. Anche Bento, lontano dall’azione quasi 100 metri, a fatica si capacita di quanto sta succedendo. E se fosse la volta buona? Se finalmente il Portogallo riuscisse a iscrivere il proprio nome nell’olimpo del calcio europeo? Sembra possa essere davvero così, quando Chalana e Nené imbastiscono un fulmineo contropiede che mette il secondo a tu per tu col numero uno di casa, il quale tiene aperta la contesa salvando prodigiosamente in uscita.

Rui Jordão, Manuel Bento, Joël Bats sono i grandi protagonisti dell’incontro, ma non bisogna scordarsi di colui che aveva aperto le marcature, quel terzino semisconosciuto rispondente al nome di Jean-François Domergue. Mancano sei minuti alla fine, la Francia attacca con la forza della disperazione. Batti e ribatti in area, Platini viene contrastato in qualche modo al momento di concludere; pare che la difesa portoghese se la sia cavata, di riffa o di raffa, anche stavolta; invece sul pallone vagante sbuca il numero tre in maglia blu e con tutta la sua forza calcia di sinistro. Bento ha parato tutto il parabile e anche qualcosa di più, ma quel 23 giugno 1984 il mancino del terzino di Bordeaux sembra troppo anche per l’aquila di Golegã. È 2-2, una gara memorabile, per molti la più bella ed emozionante di tutta la storia dei campionati europei di calcio (tanto da essere persino paragonata a Italia – Germania 4-3 del ’70), sta per volgere alla fine dei suoi 120’; lo spettro dei calci di rigore aleggia sempre più concretamente sul Vélodrome di Marsiglia.

Se non fosse per il quinto grande protagonista di quest’epico confronto, il più famoso di tutti: Michel Le Roi Platini. "Sua Maestà" c’ha già provato durante i 90’ e ha dato ancora una volta un saggio di tutta la sua straordinaria abilità tecnica. Quell’anno ha già vinto lo scudetto (laureandosi anche capocannoniere della serie A) e la Coppa delle Coppe con la Juventus, mentre l’anno precedente aveva conquistato il suo primo Pallone d’Oro. Due giorni prima, nel quartier generale dei Bleus, aveva festeggiato i suoi 29 anni. Ora, dopo i numerosi successi nei club e a livello individuale, voleva trionfare anche con la propria nazionale. Tutta la sua determinazione si era già palesata in maniera lampante durante le prime tre gare: gol decisivo alla Danimarca e triplette a Belgio e Jugoslavia, per un impressionante bottino di sette marcature in tre incontri. Roba da far tremare le vene ai polsi di qualsiasi difensore e portiere. Di tutti tranne che di Manuel Bento, almeno fino al minuto 119. Prolungata e caparbia azione personale di Jean Tigana -  29 anni quello stesso giorno -, cross basso a centro area dove Platini, tra due avversari, controlla di destro e col medesimo piede scaraventa alle spalle del portiere portoghese, proteso in un tuffo disperato. 3-2! Il Vélodrome esplode. La Francia è in finale, dopo 120’ di emozioni e sofferenze. Quattro giorni più tardi, al Parco dei Principi di Parigi, sarà trionfo: ancora Platini (nono centro per l’indiscusso capocannoniere della manifestazione) e Bruno Bellone annichiliscono la Spagna, regalando ai Galletti il loro primo titolo continentale.
La Francia festeggia la vittoria dell'Europeo
Le Roi avrebbe stravinto a Natale il suo secondo Pallone d’Oro; Domergue avrebbe collezionato solamente altre quattro presenze in nazionale, senza andare più a segno; Bats avrebbe difeso la porta transalpina anche nei mondiali messicani dell’ ’86, mettendosi in mostra soprattutto nel quarto di finale vinto contro il Brasile, parando i rigori di Zico, Sócrates e Júlio César; Rui Jordão giocò altri cinque anni, sia nei club che in nazionale, chiudendo la carriera a 37 primavere con quindici reti complessive con la maglia della Seleção das Quinas; Manuel Bento, infine, difese a 38 anni la porta della nazionale anche nella prima partita della coppa del mondo in Messico, perdendo poi il posto a causa di un infortunio in allenamento; il suo ritiro definitivo giunse nel ’92: aveva la ragguardevole età di 44 anni.

Sono passati 32 anni dall’indimenticabile sfida di Marsiglia, che rappresentò una cocente delusione per il Portogallo. Quella sconfitta è ora stata vendicata, il primo successo internazionale per i lusitani è finalmente giunto, quando nessuno se l’aspettava, quando tutti si aspettavano che la Francia ripetesse le gesta di quel giugno del 1984.


Roberto Pivato


Il tabellino 

Francia – Portogallo 3-2 (23/06/84, Marsiglia, Vélodrome, semifinali europeo)
Francia: Bats, Battiston, Bossis, Le Roux, Domergue, Fernández, Tigana, Platini, Giresse, Lacombe (66’ Ferreri), Six (104’ Bellone). All: Hidalgo

Portogallo: Bento, João Pinto, Pereira, Eurico Gomes, Magalhães, Frasco, Sousa (62’ Nené), Pacheco, Chalana, Diamantino (46’ Fernando Gomes), Rui Jordão. All: Cabrita

Arbitro: Bergamo (ITA)

Reti: 24’ e 114’ Domergue, 74’ e 98’ Rui Jordão, 119’ Platini


domenica 17 luglio 2016

Il primo distensivo Francia-Germania al tramonto della Repubblica di Weimar

I tedeschi in posa prima del match
L'esito del primo conflitto mondiale, con la Germania isolata e umiliata dalle vessatorie condizioni stabilite dal Trattato di Versailles, ha un codazzo di livore anche nel calcio. Quando nel 1920, la Svizzera, da paese politicamente neutrale quale si ripropone di essere, accetta senza troppi problemi l'invito della Germania a disputare un incontro amichevole, si ritrova accerchiata, bersagliata dalle critiche provenienti da più fronti: Gran Bretagna, Francia e Belgio, irritate dalla improvvida (a detta loro) decisione elvetica, agitano neanche troppo velatamente lo spettro del boicottaggio, minacciando di fare terra bruciata attorno ai rossocrociati. Gli svizzeri, che notoriamente non prendono ordini da nessuno, fanno orecchie da mercante, suscitando le ire dell'Inghilterra, la quale chiede l'allontamento della Germania alla FIFA: richiesta respinta e albionici che, per ripicca, abbandonano a loro volta il circolo più prestigioso del calcio mondiale. Saranno Italia e Scozia negli anni a venire, ad infischiarsene del veto posto dalle tre potenze dell'Intesa, alleate militarmente al tempo della Grande Guerra, disputando due amichevoli con i teutonici rispettivamente nel 1923 e nel 1929: fino ad allora la Mannschaft si era potuta confrontare solamente con le selezioni di paesi neutrali come Olanda, Svezia e Norvegia, oltre che con Austria, al centro di un'altra querelle per "ragioni etiche" nel 1924, e Ungheria. Eppure, di lì a breve, qualcosa sarebbe cambiato. Nel Febbraio del 1930, grazie all'impeccabile mediazione dell'iconico presidente della FIFA, e con un pizzico di buon senso, l'embargo, che risulta ormai anacronistico rispetto ai tempi, viene revocato. 

Due mesi più tardi, a Berlino, i tedeschi tornano ad incrociare gli inglesi, evento che non si verificava dall'ormai lontano 1913, ovvero prima della Grande Guerra: la gara terminò 3-3, con tutte e tre le reti germaniche realizzate dall'implacabile Richard Hofmann, autentica stella di quella Mannschaft. Data prova con quella sfida di una certa riappacificazione, sportiva e non, con l'Inghilterra, adesso era il turno della Francia, nazionale finora mai incontra dai teutonici.
Richard Hofmann
L'occasione per normalizzare i rapporti coi transalpini, minati dalle scorie dell'occupazione della Renania e da sentimenti revanscisti nati all'indomani di Versailles e mai del tutto sopiti, si presenta il 15 Marzo del 1931. E' la prima volta che Francia e Germania si sfidano sulla scena internazionale. La stampa francese, utilizzando toni sarcastici al confine col derisoro, oltre che piuttosto imprudenti, rivanga il passato, lanciandosi in alcune allusioni poco simpatiche e ammantando di tensione una sfida che, invece, ha tutta l'aria di essere puramente distensiva: il giorno prima dell'incontro sui giornali, di fianco alle drammatiche notizie provenienti da
Le Châtelard, una cittadina della Savoia incastrata nelle Prealpi dei Beauges  sconvolta in quei giorni da una frana spaventosa, si potevano scorgere commenti di discutibile gusto, o anche paragoni poco edificanti, come quello che dipingeva i calciatori tedeschi come soldati d'assalto.  

Anche se per garantire l'ordine pubblico viene dispiegato un piccolo esercito di 1750 agenti, un'enormità per l'epoca, nella capitale francese, scongiurati pericoli e dissipate le ansie della vigilia, si respira un clima giulivo, gioioso, dove a farla da padrone è l'entusiasmo.
Una fase di gioco
Insomma, l'atmosfera ideale e lo spirito giusto con il quale approcciare ad un incontro di calcio. La Mannschaft, per la prima volta in Francia, viene accompagnata da quindicimila sostenitori. I tifosi tedeschi, provenienti da ogni angolo della Germania, oltrepassano il Reno, raggiungendo Parigi con ogni mezzo. Tra i treni che intasano i binari della celebre Gare di St. Lazare, e i dodici voli dedicati all'evento messi a disposizione da una compagnia area teutonica, i veicoli prediletti sono comunque gli autocarri, simpaticamente addobbati con vessili regionali usati come segni distintivi. E così, sui boulevards parigini, al passaggio della lunga processione di automezzi tedeschi, si vedono sventolare le bandierine di Sassonia, Renania, Baviera e Palatinato. E' un'immagine a dir poco suggestiva.


I francesi non sono da meno. In venticinquemila rispondono all'appello e gremiscono gli spalti di Colombes. Ma, se solo le unità non avessero chiuso anzitempo i cancelli, lasciando con un pugno di mosche in mano anche alcuni tifosi muniti di regolare biglietto, se ne sarebbero potuti tranquillamente contare qualche migliaio in più.
Haringer cerca di ostacolare il rinvio di Thepot
Assente la tradizionale orchestra, a scandire avvisi e melodie, inni compresi, allietando il pubblico in attesa del fischio d'inizio, talvolta in tedesco per farsi capire dagli ospiti stipati in tribuna Maratona, c'è un grammofono. Dopo una nottata passata a bivaccare nei boulevards, o per i più fortunati, a pernottare sotto le stelle di Montmartre, è proprio quello che ci vuole per svegliare l'assonnata tifoseria tedesca. A dirigere l'incontro viene designato piuttosto simbolicamente l'inglese Thomas Crew da Leicester.


In campo è scontro tra due filosofie agli antipodi. La Mannschaft, in cui brilla la stella di Richard Hofmann - uno che due anni più tardi, prestando il proprio volto ad una campagna pubblicitaria legata ad una marca di sigarette, verrà sospeso dalla nazionale per aver infranto le stringenti disposizioni sul dilettantismo - gioca un calcio razionale, pragmatico e concreto, ispirato da quella fonte inesauribile di idee e stilemi che è la scuola danubiana. Al contrario, invece, nelle trame intessute dei Bleus si riscontrano i tratti tipici del futbol latino, forse meno redditizio, ma probabilmente più spettacolare e coinvolgente rispetto al tipo di calcio proposto dai teutonici. La Germania conserva il pallino del gioco, fa la partita, ma, ironia della sorte, è la Francia, che scende nell'arena con un spirito remissivo, riconoscendo la superiorità tecnica tedesca, a sbloccare il risultato allo scoccare del quarto d'ora.
Reinhold Münzenberg
Nella circostanza la fortuna si schiera inequivocabilmente dalla parte dei galletti: Edmond Deflour scodella nel mezzo, e il difensore dell'Alemannia Aquisgrana,
Reinhold Münzenberg, nel tentativo di spazzare, impatta la sfera in maniera maldestra, propiziando la più classica delle autoreti. Trovato il vantaggio i Bleus si chiudon ancor più a riccio, e anche quando devono fare i conti con l'inferiorità numerica, con Lucien Laurent, il primo marcatore nella storia dei Mondiali, costretto per infortunio ad abbondonare coattivamente il terreno di gioco, riescono a gestire le folate teutoniche. E quando il fortino francese, guidato da Etienne Mattler - il leggendario capitano del Sochaux creduto morto negli anni della Seconda Guerra Mondiale, e poi tornato, vivo e vegeto ad indossare la casacca dei leoncini dopo la fine del conflitto - non regge, attraversato da qualche spiffero, ci pensa la buona sorte a dare una mano ai padroni di casa. La porta difesa da capitan Thépot risulta stregata alla Mannschaft, e specialmente ad Hofmann, che ci mette anima e corpo nel tantativo di far pervenire al pareggio ai suoi, ma che alla fine, vedendosi ribattere dal palo ben tre conclusioni piuttosto promettenti, non può far altro che arrendersi al fato avverso. 

Alla fine basta l'autorete di Münzenberg, ad una Francia scaltra, orgogliosa e cinica per strappare la prima, prestigiosa vittoria con la Germania, condannando alla sconfitta quei supponenti "vicini dell'oltre-Reno". Due anni più tardi, i Bleus voleranno per la prima volta a Berlino.
L'Écho de Paris celebra il successo dei Bleus
E' una Germania già infestata dal germe del nazismo, dove la Repubblica di Weimar, ormai sgretolata dalle intrepide martellate antidemocratiche assestate dai nazisti, ha già lasciato il passo alle svastiche e a quell'Adolf Hitler nominato Cancelliere del Reich proprio alle calende del Gennaio 1933. I transalpini confessano i propri timori relativi alla trasferta, e chiedono garanzie per la propria incolumità. Grazie all'intercessione del presidente della FIFA Jules Rimet, elogiato pubblicamente sulle colonne del
Völkischer Beobachter, l'organo ufficiale di stampa dello NSDAP, la partita si terrà regolarmente nella cornice del Grunevald, risolvendosi con un pirotecnico 3-3.

Vincenzo Lacerenza


Clicca qui per visualizzare il tabellino dell'incontro


    

domenica 10 luglio 2016

L'ultima apparizione dell'Italia targata Grande Torino

I due capitani Epi e Mazzola si salutano ad inizio gara
Il Grande Torino dominava in Italia ormai da anni, ma in campo internazionale i beniamini granata non avevano ancora potuto dare sfoggio della loro classe, se non in sfide amichevoli. La guerra infatti aveva interrotto lo svolgersi del campionato del mondo, che sarebbe tornato solamente nel ’50. Nel frattempo le nazionali sarebbero state impegnate nelle qualificazioni, ma l’Italia, essendo campione in carica, non vi avrebbe partecipato, dovendosi accontentare di gare senza i due punti in palio. Una lunga serie di risultati positivi venne interrotta dal brusco ko di Torino nel maggio del ’48, contro l’Inghilterra, che per la prima volta avrebbe preso parte alla coppa del mondo. Lo 0-4 rese chiaro a tutti che per essere realmente competitivi in Brasile si sarebbe dovuto migliorare parecchio.

Nel frattempo Vittorio Pozzo aveva lasciato il posto, alla guida della nazionale, proprio a colui il quale del Grande Torino era stato l’artefice primo: Ferruccio Novo. Per l’attesa sfida del Chamartin di Madrid, lo stadio del Real prima della costruzione del Santiago Bernabéu, egli schierò ben sei calciatori granata: Valerio Bacigalupo, Aldo Ballarin, Mario Rigamonti, Eusebio Castigliano, Romeo Menti e Valentino Mazzola. Non si era ai livelli delle rappresentative del suo predecessore – nelle quali comparirono sino ad otto elementi del Toro -, ma l’ossatura dell’Italia era pur sempre quella della formazione che in campionato dominava oramai da cinque stagioni.
Le squadre schierate prima della partita
L’Italia non affrontava la Spagna da sette anni, dal largo successo per 4-0 a San Siro nel ’42; le sfide con le Furie Rosse erano state per lo più favorevoli agli azzurri, col tribolato successo nei mondiali del ’34 e le vittorie nelle olimpiadi del ’24 e del ‘28. Entrambe le nazionali avevano affrontato il Portogallo come ultima avversaria: ma se per gli azzurri, a febbraio, era stata una passeggiata (successo per 4-1); gli iberici, sette giorni prima, erano incappati in un poco onorevole 1-1. I padroni di casa, nelle dichiarazioni della vigilia, si mostravano tuttavia molto ottimisti e sicuri di sé, proclamando una grande confidenza col nuovo Sistema, tanto che la stampa iberica era quasi unanimemente convinta che i Rojos avrebbero avuto la meglio. In terra spagnola, in effetti, la nazionale italiana non aveva ancora mai vinto nei tre precedenti incontri disputativi.

Il 27 marzo 1949, tuttavia, apparve subito chiaro quale delle due formazioni fosse la migliore. Dopo nemmeno dieci minuti gli ospiti passarono, grazie all’interista Benito Lorenzi, «un uomo pericolosissimo, che ha un gioco così strano ed imprevisto che può da solo mettere in pericolo tutta una difesa.
Un intervento difensivo di Rigamonti
Ogni tanto si mette a danzare col pallone in modo pazzo, avanza piroettando, dimenando il corpo come una ballerina hawaiana e nessuno riesce a fermarlo» (L’Unità, 28/03/49). Lo shock iniziale viene presto superato dai padroni di casa, che cercano il pareggio fino a trovarlo a dieci dal 45’, su calcio di rigore concesso dall’arbitro inglese William Ling – lo stesso che ci aveva diretti nel quarto di finale olimpico contro la Danimarca, perso per 5-3, a Londra l’estate precedente – per un fallo di ostruzione (norma di recente inserimento nel regolamento) di Ballarin. L’attaccante dell’Athletic Bilbao Agustín Gaínza trasforma.

A fine primo tempo, dopo un’azione solitaria di Telmo Zarra, che non ha sentito il fischio dell’arbitro, è parità; ma i secondi 45 minuti sanciranno l’inequivocabile superiorità dell’undici di Novo. Nei primi cinque minuti giunge l’uno-due che schianta gli spagnoli, regalando uno storico successo all’Italia in terra iberica.
La rete di Carapellese
Al terzo serpentina in area del milanista Riccardo Carapellese e tiro imparabile sull’uscita di Ignacio Eizaguirre, il portiere del Valencia. Fu questo, stando all’autorevole parere di Vittorio Pozzo sulle colonne de La Stampa Sera del 29 marzo, il punto «più bello e il più convincente della giornata». Trascorrono 120’’ e La Roja capitola di nuovo: punizione di un altro giocatore rosso-nero, Carlo Annovazzi, l’estremo di casa smanaccia, ma il romanista Amedeo Amadei, «un tipo lunatico, poco continuo, ha un gioco più semplice, una corsa e un tiro velocissimo, egli segue sempre la via più breve» (L’Unità, 28/03/49), al debutto in azzurro, controlla ed insacca con un preciso tiro al volo.

I beniamini del pubblico madrilista sono ormai in completa balia della nostra nazionale, che sfiora ripetutamente il poker.
La traversa di Gonzalvo
L’unico serio pericolo corso da Bagicalupo è su un tiro dalla distanza del difensore del Barcellona José Gonzalvo, che colpisce il palo. Al 90’ Ling concede poi un nuovo penalty ai nostri avversari, sempre per un ingenuo fallo di ostruzione da parte del genoano Fosco Becattini: della battuta si incarica nuovamente Gaínza, il quale però stavolta calcia debole tra le braccia del nostro estremo difensore.
 

Finisce in tripudio per gli azzurri, accolti il giorno dopo, al rientro all’aeroporto di Torino, da numerosi sostenitori. Questo 1-3 rimarrà l’unico successo della nostra nazionale in suolo spagnolo. Non poteva che essere quella squadra, incentrata sull’ossatura del Grande Torino, ad ottenere questo storico risultato. Dopo il trionfo del Chamartin l’ottimismo in casa azzurra, in vista del mondiale dell’anno successivo, crebbe a dismisura.
Una tifosa consegna dei fiori a Mazzola al rientro in patria
Con quei grandi giocatori davvero si poteva pensare di andare a conquistare per la terza volta consecutiva la Coppa Rimet. Ma i sogni di gloria si spensero ben presto, il 4 maggio 1949, sulla collina di Superga, dove persero la vita tra gli altri anche i sei giocatori granata reduci dalla vittoria di Madrid. Era la fine del Grande Torino, era una perdita incommensurabile anche per la nazionale, che difatti in Brasile venne eliminata al primo turno.

L’ultima fulgida apparizione dell’Italia targata Grande Torino andò in scena a Madrid: fu l’ennesimo spettacolo indimenticabile offerto da quei straordinari calciatori.


Roberto Pivato


Il tabellino

Spagna – Italia 1-3 (27/03/49, Madrid, Estadio Chamartin, amichevole)
Spagna: Eizaguirre I., Riera, Lozano, Gonzalvo, Aparicio, Puchades, Epi, Silva, Zarra, Hernandez (46’ Cesar), Gainza. All: Eizaguirre G.

Italia: Bacigalupo, Ballarin, Becattini, Annovazzi, Rigamonti, Castigliano, Menti, Lorenzi, Amadei, Mazzola, Carapellese. All: Novo

Arbitro: Ling (Inghilterra)

Reti: 9’ Lorenzi, 34’ rig. Gainza, 48’ Carapellese, 50’ Amadei