giovedì 22 settembre 2016

Lezioni di Epic...A: la prima volta non si scorda mai

L'Empoli al debutto in A nella stagione '86/87
Il tragitto Empoli-Firenze era di una cinquantina di chilometri, poco più di mezz’ora di pullman. Gaetano Salvemini ripensava all’incredibile promozione in A della sua squadra, una promozione giunta a tavolino, poco più di un mese prima, quando ad Empoli già si pensava ad un altro campionato cadetto. Le vicende del cosiddetto Secondo Totonero, infatti, avevano portato alla revoca della promozione per il Vicenza, terzo classificato, e alla penalizzazione di un punto per la Triestina, quarta. In questo modo l’Empoli si era improvvisamente ritrovato con la promozione in tasca, ad inizio agosto, e con l’arduo compito di imbastire in tutta fretta una squadra capace di affrontare dignitosamente il suo primo campionato di sempre in massima serie. Altra difficoltà era rappresentata dallo stadio: il Castellani doveva subire ingenti lavori di ristrutturazione per rispettare gli standard richiesti dalla federazione; perciò le prime partite casalinghe, fino ad inizio novembre, furono disputate al Comunale di Firenze.

Il tragitto Milano-Firenze era di poco più di trecento chilometri.

Nelle quasi quattro ore di viaggio Giovanni Trapattoni gestiva l’inevitabile emozione del debutto sulla nuova panchina, dopo dieci anni alla Juventus, ricchi di successi tanto in Italia quanto in Europa. Ma il Trap era dotato di enorme autocontrollo: nessuno sul pullman dell’Inter avrebbe potuto notare in lui il minimo segno di tensione.
Gaetano Salvemini
La società nero-azzurra si era affidata all’esperto tecnico milanese per tentare di tornare competitiva in campionato, dove era reduce da un deludente sesto posto e che non vinceva da sei anni. Trapattoni era l’allenatore più in vista in Italia, perciò la scelta alla fine cadde su di lui, malgrado i suoi gloriosi trascorsi nelle due formazioni rivali per eccellenza: Milan e Juventus.



Alle 15 di domenica 14 settembre 1986 l’Empoli fa il suo esordio assoluto in serie A. È un debutto difficile, sul neutro di Firenze e contro una delle squadre sulla carta più forti del torneo: l’Inter.

Infatti l’avvio è di marca nero-azzurra e dopo 18’ è il palo a salvare i toscani su una violentissima punizione di Marco Tardelli, anche lui reduce da un decennio alla Vecchia Signora e giunto a Milano l’anno prima.
Giovanni Trapattoni
Poi ci sono alcuni episodi dubbi in area empolese, sui quali Pairetto sorvola. Ma alla mezz’ora il punteggio è ancora di 0-0 e la foga ospite inizia a placarsi. Il grintoso e generosissimo Empoli sopperisce all’inferiorità tecnica con la determinazione e l’estrema volontà; ma anche con la sua arma migliore: il contropiede. Da uno di questi, al minuto 37, nasce la prima rete azzurra in serie A: Andrea Salvadori – difensore empolese doc, che nell’ ’87 vestì la casacca dell’Atalanta, con la quale ebbe la possibilità di calcare i campi europei in Coppa delle Coppe - ruba palla sulla propria tre quarti e allarga su Walter Casaroli – esperto regista cresciuto nelle giovanili della Roma -, il quale fa proseguire, sulla corsia mancina, Adelino Zennaro – punta veneziana alla sua ultima stagione ad Empoli -; cross di quest’ultimo e Marco Osio – l’alfa e l’omega della prima stagione empolese in massima serie: suo infatti fu anche il gol all’ultima giornata che permise ai toscani di battere il Como e salvarsi -, libero sul secondo palo, accompagna in rete di testa.

La reazione dei lombardi è immediata. Al 42’ è la traversa ad opporsi al gran tiro al volo di Daniel Passarella, che quel giorno tornava a Firenze per la prima volta non con la maglia viola.
L'Inter nella stagione '86/87
Ma è questa, in sostanza, l’unica vera chance per gli uomini di Trapattoni. Nei secondi 45’ i nero-azzurri calano vistosamente, lasciando anche ai ragazzi di Salvemini, che da calciatore aveva militato in entrambe le compagini, l’opportunità di raddoppiare. Prima un destro rasoterra di Casaroli viene neutralizzato coi piedi da Walter Zenga; poi Zennaro conclude una bella azione personale con una conclusione di poco a lato. Finisce 1-0, i quindicimila sostenitori empolesi a Firenze non stanno nella pelle dalla gioia.

La favola dell’Empoli proseguì anche la domenica successiva, col successo ad Ascoli, ma venne interrotta alla terza giornata, dal ko interno con la Juventus, il primo di sei consecutivi.
Marco Osio
Gli azzurri, in ogni caso, ottennero all’ultima giornata una storica salvezza, per un solo punto.Per l’Internazionale fu una stagione mediocre. In campionato il riscatto arrivò subito, con un netto 4-0 al Brescia e una striscia di tredici risultati utili consecutivi. Tuttavia lo scudetto andò al Napoli, coi nero-azzurri terzi, alle spalle anche della Juventus.Il percorso in Coppa Italia si fermò ai quarti, così come quello in Coppa Uefa. Dalla cura Trapattoni era lecito aspettarsi di più, ma i risultati non avrebbero tardato ad arrivare.




Roberto Pivato


Il tabellino della partita:

Empoli – Inter 1-0 (14/09/86, Firenze, Stadio Comunale, 1ª giornata serie A)

Empoli
: Drago, Vertova, Gelain, Della Scala, Picano, Salvadori, Osio (11’ st Brambati), Urbano, Della Monica (15’ st Calonaci), Casaroli, Zennaro. All: Salvemini

Inter
: Zenga, Bergomi (4’ st Mandorlini), Baresi, Piraccini (9’ st Garlini), Ferri, Passarella, Fanna, Tardelli, Altobelli, Matteoli, Rummenigge. All: Trapattoni

Arbitro
: Pairetto di Torino

Reti
: pt 37’ Osio

mercoledì 21 settembre 2016

La terza corona del Cruz Azul e la genesi del "Clásico Joven"

Una formazione del Cruz Azul '71-72
A undici anni dalla prima, storica promozione in Primera Division, concretizzatasi nel 1960, l'Estadio "10 de Diciembre", teatro anche dei due titoli, i primi ad ornare la bacheca del club, ottenuti a cavallo tra la fine degli anni '60 e l'inizio dei '70, comincia a stare stretto al Cruz Azul, incompatibile con le pretese sempre più esigenti ed ai rinnovati desideri di grandeur di una società divenuta, nel frattempo, parecchio popolare nel Paese. Ed è per questo motivo che la giunta direttiva cementera, compatta, evita di tergiversare oltremodo, prendendo all'unanimità una decisione ormai improcastinabile: il Cruz Azul farà i bagagli e lascerà la Ciudad Cooperativa, abbandonando l'attuale dimora del 10 Diciembre per  trasferirsi al ben più accogliente Azteca di Città del Messico, già casa del Club America.

Questione trasloco a parte, il 1971 è l'anno che, tra cambiamenti radicali e gradite novità, segna lo spartiacque tra il vecchio e il nuovo corso cementero: il Cruz Azul si libera definitivamente della minimalista etichetta di "squadra regionale", ed è finalmente pronto a diventare la "Maquina Celeste", così come passerà alla storia la spettacolare formazione che dominerà, a suon di titoli inanellati e vittorie sbalorditive, la scena calcistica messicana negli anni '70.

Fernando Bustos
E' proprio in quei mesi che il Cruz Azul, sin lì sempre irrorato da muscoli e talento autoctoni, si rifà il trucco, accantonando l'autarchia e dando il via libera all'ingaggio di manodopera forestiera. La convinta concessione all'esterofilia, scelta in palese discontinuità con il passato, è anche un'eloquente e ambiziosa dichiarazione d'intenti. Gia competitiva, e imperniata sullo zoccolo duro composto dai vari Guzmán, Pulido, Bustos e Victorino, la rosa nelle mani di Raul Cárdenas viene puntellata dall'arrivo in blocco di gente del calibro di Alberto Quintano, Miguel "Superman" Marín, Eladio Vera e Alberto "Hijitus" Gomez. I primi stranieri della storia cementera sono accompagnati da Horacio López Salgado, proprio lui che tre stagioni più tardi salirà sul trono dei bomber messicani, balza sull'altra sponda del Distretto Federale, lasciando il Club America e vestendosi d'azul.

Nonostante la dispendiosa campagna acquisti, però, la banda del "Rojo" Raul Cárdenas, condottiero tricolor al mondiale casalingo del 1970, stenta a decollare, rendendosi protagonista di un avvio di torneo alquanto accidentato. La Maquina Celeste incappa in una "derrota" all'esordio in quel del Jalisco, dove cede il passo (2-1) agli Azucareros padroni  di casa. Ancor più disastroso, se vogliamo, il debutto assoluto all'Azteca qualche giorno più tardi, quando il Monterrey, trascinato dal non ancora baffuto "Alacran" Jimenez, spazza via los Cementeros con un portentoso 3-1. Sembra il principio di un incubo, con l'1-1 della terza giornata maturato col Laguna che suffraga questa ipotesi, ed invece, di lì in poi gli azul recupereranno il terreno perduto, cambiando passo e guadagnandosi l'appellativo di "Maquina Celeste" attraverso un'impressionante striscia di sedici risultati utili consecutivi, tra cui dieci vittorie difilate impilate tra l'ottava e la diciassettesima giornata con la famelica prepotenza tipica delle grandi squadre: l'exploit consenitirà al Cruz Azul, capece di raggranellare ben cinquantuno punti, di sopravanzare l'America campione uscente (battuto 2-1 a Gennaio del '72, spezzando un'imbattibilità che per le Millonetas durava da ben ventiquattro tornate) di tre punti e di accedere alla Liguilla da vincitore del gruppo A.



Tuttavia, los Cementeros iniziano la Liguilla con il piede sbagliato. Nella semifinale d'adata, il Chivas di Guadalajara espugna l'Azteca grazie ad una rete sul filo di lana di "Willy" Gomez, lanciando una pesante ipoteca sul passaggio del turno. Una settimana più tardi, nel catino fiammeggiante dello Jalisco, il Cruz Azul non può fare calcoli: deve vincere.
Cruz Azul-Chivas 0-1
E, quando ormai la qualificazione sembra evaporare, con il risultato inchiodato sullo 0-0 iniziale, Bustos e Mucino tirano fuori los Cementeros dalla sabbie mobili in cui erano piombati, silenziando d'un colpo il sin lì chiassoso pubblico tapatino. Dall'altra parte del tabellone è battaglia tra Club America e Monterrey. Cremas e Rayados danno vita ad una contesa estenuante, logorante,  e avvicente. Sembra un duello infinito, tanto che due confronti non bastano a decretare l'altra finalista: l'America s'impone 1-0 all'Azteca, salvo poi perdere con il medesimo scarto (2-1) nel tempio del calcio regiomontano. A spuntarla, nello spareggio disputato sul neutro di Leon, sono Las Aguilas che, strapazzando i biancoblu con un rotondo 3-1, volano in finale, acquistando il diritto alla difesa del titolo.


I campioni in carica dell'America, fisicamente provati dalla scomoda appendice con il Monterrey, contattano il Cruz Azul, chiedendo di disputare la finale in gara unica all'Azteca: i Cementeros vengono incontro alle esigenze dei rivali e  acconsentono. In quegli anni il conjunto americanista è un'autentica corazzata. Nulla lascia presagire che la famigerata "America de Reinoso y Borja", - indubbiamente la squadra più popolare del Paese - guidata in panchina da Josè Antonio Roca, e con alle spalle una delle famiglie più facoltose e influenti di tutto l'universo messicano, quella dell'ambizioso Emilio Azcarraga Milmo, possa fallire la riconferma, lasciandosi sfilare la corona dai fastidiosi coinquilini.
Il Club America nell'annata '71-72
Il copione più gettonato sarebbe stato stravolto dai fatti. Allo scoccare del decimo minuti, infatti, il Cruz Azul trova il modo per punire las Aguilas. Elegante galoppata di Cesareo Victorino che, chioma fluente al vento e testa sempre alta per scrutare l'orizzonte, serve sulla destra l'accorrente Pulido. "Ocho Pulmones", a motivo della sua apparente infaticabilità, impatta la sfera di prima intenzione, infilando Cortes con un diagonale tutt'altro che irresistibile. L'Odissea per un'America in bambola, e completamente in balia delle trame ipnotiche della Maquina Celeste, è appena cominciata. Poco prima della mezzora le Millonetas concedono il bis: il carismatico Fernando Bustos, che serviva la causa azul dai tempi della seconda divisione - e che sette anni più tardi, a trentacinque anni, avrebbe perso la vita in un tragico incidente automobilistico - pennella al centro d'esterno, Vera spizza e anticipa gli intempestivi pugni di Cortes, prolugando per Victorino che, appollaiato sul secondo palo, ringrazia depositando in rete con uno spettacolare tuffo di testa.


Una fase della partita
L'America, asfissiata dal costante pressing portato dai cementeros, continua a non capirci niente, rendendosi pericolosa soltanto con qualche velenosa sortita del cileno Reinoso. E, di fatti, prima della fine del primo tempo c'è spazio anche per la terza rete cruzazulina. Una vera delizia per gli occhi della muraglia umana presente sugli spalti del Coloso di Santa Úrsula. Splendido dai e vai sull'asse Mucino-Bustos: Octavio avvia la "pared", Bustos gli restituisce la palla, liberandolo con un magnifico e geniale colpo di tacco, prima che lo stesso "Centavo" fulmini Cortés con una chirurgica rasoiata. E' la spallata decisiva. L'America è allo sbando e capitola per la quarta volta quando, Cesareo Victorino, evidentemente col piede caldo, esplode un bolide dai trenta metri. E' l'inizio di un giallo: la sfera sbatte sulla parte inferiore della traversa, ricadendo indecifrabilmente dalle parti della riga bianca, prima di venire scaraventata frettolosamente in calcio d'angolo da un difensore americanista. Per l'inflessibile Arturo Yamasaki, il peruviano che nel '70 aveva diretto all'Azteca la celeberrima e indimenticabile "Partita del Secolo" tra Italia e Germania Ovest, il terrificante dardo scagliato da Victorino non ha mai oltrepassato la fatidica linea di gesso. Furibondi, i calciatori del Cruz Azul circondano il guardalinee di competenza nel vano tentativo di convincerlo a tornare sui propri passi, capovolgendo il verdetto iniziale. Non ci riescono. A spegnere le polemiche è lo stesso Yamasaki che, parecchio irritato, si dirige autoritariamente verso il luogo del parapiglia, strappando prepotentemente la palla dalle mani dei giocatori cruzazulini e sistemandola con collera sulla lunetta del corner. Scena epica.

Tuttavia,  qualche attimo più tardi i dubbi sono fugati dal replay che fa gridare allo scandalo tutti i salotti messicani, suffragando le proteste cementere: come si vede dalle immagini rallentate, il pallone ha completamente varcato la linea. Seppur incresciosa e difficile da digerire, la svista di Yamasaki non ha conseguenze sull'esito della finalissima.
La rete ingiustamente non convalidataa Victorino
Nella ripresa, infatti, la Maquina Celeste continuerà a macinare gioco, mantenendo costantemente l'iniziativa nelle proprie mani, e calando addirittura il poker con Muciño, imbeccato ancora una volta dall'incorreggibile Bastos che, dopo aver messo a soqquadro la retroguardia cremas, chiama in causa il "Centavo" con un altro, superbo colpo di tacco. Miguel Marin, fino a quel punto prodigioso nel disinnescare i temibili piazzati dello specialista Reinoso, una vera sentenza su calcio di punizione, capitola solo ad una manciata di minuti dal triplice fischio finale, castigato da un' imparabile zuccata di Enrique Borja, che sigla il classico "gol de la honra" per l'America. Grazie anche agli strepitosi interventi di Marin, leggendario portiere argentino arrivato proprio quell'anno, e grande rimpianto di mercato di don Panchito Hernandez - che avrebbe potuto soffiarlo al Cruz Azul, portandolo, ironia della sorte, alle Aquile, ma che alla fine gli preferì Prudencio Cortes - il Cruz Azul conquistava il suo terzo titolo patrio, detronizzando i padroni di casa dell'America. Nasceva così il "Clásico Joven", una rivalità di nuova formazione destinata in futuro a vivere altre fiammate di rilievo e a movimentare la scena calcistica messicana.



Vincenzo Lacerenza


Il tabellino


Cruz Azul-Club America 4-1 (Città del Messico, 09/07/1972, finale unica Liguilla)

Cruz Azul: Marin, Ramirez, Guzman, Quintano, Galindo, Alejandrez, Victorino, Pulido, Bustos, Mucino, Vera. All: Raul Cardenas

Club America: Cortes, Trujllo, Hernandez, Santillan, Zamora, Hodge, Martins, Ceballos, Borja, Borbolla, Reinoso. All: Josè Antonio Roca

Reti: 10' Pulido, 28' 35', 47' Mucino, 35' Victorino, Borja

Arbitro: Arturo Yamasaki (PER)


Fonti fotografiche: 
univision.com
eluniversal.com.mx
reinoazul09.blogspot
referee.mx






martedì 20 settembre 2016

Lezioni di Epic...A: il piccolo Napoli fa tremare il grande Bologna

Il Napoli 1940/41
La serie A 1939/40 era stata decisa all’ultima giornata. Nel confronto diretto del 2 giugno all’Arena Civica, l’Ambrosiana aveva superato il Bologna per 1-0, aggiudicandosi così la quarantesima edizione del massimo torneo calcistico italiano. Nero-azzurri e rosso-blu erano le due grandi protagoniste del panorama nazionale in quella turbolenta fine degli anni ’30, avendo conquistato rispettivamente due e tre scudetti. La compagine di Hermann Felsner – il tecnico austriaco tornato a Bologna nel ’38, dopo avervi precedentemente allenato dal ’20 al ’31 -, inoltre, si era meritata il famoso appellativo di squadrone che tremare il mondo fa, in virtù dei suoi exploit anche in campo europeo, con la vittoria di due Coppe dell’Europa Centrale e del Torneo Internazionale dell’Expo Universale di Parigi nel ’37. Perciò era nelle previsioni che anche il torneo 1940/41, il primo dall’entrata in guerra dell’Italia, si caratterizzasse fin da subito per un duello al vertice tra felsinei e meneghini. Dopo cinque turni, tuttavia, in vetta c’era la sorprendente Fiorentina, seguita dalla coppia Juventus-Bologna, mentre l’undici allenato da Giuseppe Peruchetti e Italo Zamberletti si trovava due punti dietro. Il 10 novembre i viola si sarebbero recati a Trieste, sul campo della penultima della classe, a Milano ci sarebbe stato l’atteso scontro diretto tra Ambrosiana e Juve, mentre i petroniani sarebbero andati a far visita al Napoli.
Il Bologna per la sesta volta campione d'Italia nel '41
Gli azzurri erano al quart’ultimo posto, con quattro punti e una sola vittoria, ottenuta la domenica precedente sul terreno del Genova. I partenopei puntavano alla salvezza, raggiunta la stagione precedente solamente grazie al quoziente reti.

Allo Stadio Partenopeo – già sede di due partite dei mondiali del ’34 e che di lì a due anni sarebbe stato completamente distrutto dai bombardamenti alleati – il Bologna «non si è lasciato impressionare dall’impeto della squadra napoletana e dal coro di incitamenti che l’avvolgeva». La truppa di Antonio Vojak – già calciatore azzurro dal ’29 al ’35 e prima campione d’Italia con la Juventus nel ’26; era alla sua stagione di debutto sulla panchina partenopea, dove sarebbe rimasto tre anni – partì di slancio e passò in vantaggio al quarto d’ora, grazie all’argentino Evaristo Barrera, arrivato quell’anno dalla Lazio, dopo che in patria era stato per due volte capocannoniere della Primera División; ma al ’35 Héctor Puricelli – l’italo-uruguagio già miglior marcatore della serie A nel ’39 e che si sarebbe ripetuto, col bottino di 22 reti, quell’anno – ristabilì l’equilibrio.
Héctor Puricelli
Prima dello scadere del 45’, tuttavia, i padroni di casa tornarono a condurre, in virtù del gol di Luigi Rosellini, la mezzala lucchese giunta la precedente stagione in Campania. Rosellini si ripeté all’8’ della ripresa, portando a più due i suoi; ma tra il 17’ ed il 25’ i felsinei riuscirono ad andare a segno due volte, prima con Carlo Reguzzoni – all’epoca già tre volte campione d’Italia con la maglia rosso-blu -, poi con Piero Andreoli – centrocampista veronese che aveva già fatto in tempo a conquistare lo scudetto ‘38/’39 in Emilia. L’indemoniato Rosellini calò però il personale tris alla mezz’ora, lui che fino a quel momento era andato a segno soltanto una volta in quel campionato, indirizzando nuovamente la sfida dalla parte dei locali. Non era comunque ancora il colpo del ko per gli ospiti, indomiti nel trovare il 4-4 a due minuti dal termine, ancora con Reguzzoni.

Luigi Rosellini
Fu un pareggio che permise ai petroniani di raggiungere la Fiorentina, sconfitta dalla Triestina, e issarsi in vetta alla classifica, visto che nel frattempo l’Ambrosiana aveva battuto la Juventus. Sarebbe stata quella la stagione del sesto titolo bolognese (l’ultimo fino al 1964), conquistato proprio davanti ai nero-azzurri. Il Napoli avrebbe ottenuto la salvezza con un buon ottavo posto, ma l’anno seguente, inesorabile, sarebbe giunta la retrocessione.


Il tabellino della partita:

Napoli – Bologna 4-4 (10/11/40, Napoli, Stadio partenopeo, 6ª giornata serie A)

Napoli: Sentimenti, Faotto, Pretto, Gramaglia, Fabbro, Milano, Busani, Cappellini, Barrera, Negro, Rosellini. All: Vojak

Bologna: Ferrari, Pagotto, Ricci, Corsi, Andreolo, Marchese, Biavati, Sansone, Puricelli, Andreoli, Reguzzoni. All: Felsner

Arbitro: Dattilo di Roma

Reti: pt 15’ Barrera, 35’ Puricelli, 40’ Rosellini; st 8’ e 30’ Rosellini, 17’ e 43’ Reguzzoni, 25’ Andreoli


Roberto Pivato

martedì 13 settembre 2016

Lezioni di Epic...A: l'ultimo guizzo del Delfino nella sua prima stagione in A

Giancarlo Cadè
A quattro giornate dal termine del campionato 1977/78, il Pescara aveva ben poche possibilità di mantenere la serie A, conquistata per la prima volta l’anno precedente. Con 15 punti i bianco-azzurri erano ultimi, distanti sette lunghezze dalla salvezza. Soltanto l’aritmetica li teneva in vita, ma bisognava vincere tutte le rimanenti partite e sperare che le dirette concorrenti non facessero lo stesso. Alla quart’ultima giornata l’avversaria sarebbe stata l’Inter, quinta in classifica, ma ormai tagliata fuori dalla corsa scudetto. L’unico obiettivo stagionale dei nero-azzurri rimaneva la qualificazione Uefa e la conquista della Coppa Italia, manifestazione nella quale erano giunti alla seconda fase a gironi. Entrambi questi obiettivi sarebbero stati raggiunti dalla truppa di Eugenio Bersellini, ma a Pescara, il 16 aprile 1978, essa incappò nell’ultima sconfitta stagionale, un ko che mancava dal 26 febbraio.

Gli abruzzesi avevano vinto fino a quel momento appena tre incontri, tutti tra le mura amiche, l’ultimo dei quali il 5 marzo. Nei pronostici della vigilia non rivestivano certo il ruolo di favoriti. Eppure furono gli uomini di Giancarlo Cadé a mostrarsi più decisi sin da subito, portandosi in vantaggio poco dopo la mezz’ora: cross da destra di Gianni De Biasi – l’attuale tecnico dell’Albania era un ex dell’incontro, visto che nella stagione 1975/76 faceva parte della rosa interista, anche se non sarebbe mai sceso in campo -, la palla scavalca Ivano Bordon – il vice in azzurro di Dino Zoff dal ’78 all’ ’82 - e per Oriano Grop è un gioco da ragazzi appoggiare di testa nella porta sguarnita.
Oriano Grop
Fu questo l’unico gol in bianco-azzurro per la punta friulana. Al riposo è 1-0, la ripresa si apre con una grossa occasione per parte: prima Vincenzo Zucchini arriva con un attimo di ritardo sull’invitante servizio di Giorgio Repetto, poi Giorgio Roselli – il quale avrebbe indossato la divisa pescarese dall’ ’83 all’ ’86 - scheggia la traversa di testa su traversone di Gabriele Oriali, che nel dicembre di quell’anno avrebbe esordito in nazionale. Il pareggio, tuttavia, giunge dopo pochi minuti: Alessandro Altobelli – che alla sua prima stagione alla Benamata avrebbe messo a segno 14 reti in totale - colpisce in pieno la traversa con una deviazione aerea su invito di Carlo Muraro; riprende lo stesso attaccante padovano che centra nuovamente per Spillo, il quale stavolta schiaccia in rete senza fallire. L’equlibrio dura tuttavia una manciata di minuti: sugli sviluppi di un corner la palla giunge a De Biasi, al limite dell’area; secco destro di quest’ultimo deviato sfortunatamente da Graziano Bini, autore in seguito della rete decisive allo scadere nella finale di Coppa Italia contro il Napoli. Bordon è fuori causa ed i padroni di casa tornano a condurre.

A questo punto l’Inter si riversa in avanti, ma il risveglio dei lombardi è troppo tardivo e, pur creando grossi grattacapi alla difesa avversaria, non conduce al gol del pari. Termina 2-1, risultato di prestigio che permette inoltre al Delfino di continuare a sperare in una salvezza impossibile.

La speranza svanirà definitivamente la domenica successiva, col ko sul terreno della Juventus che si appresta a laurearsi campione d’Italia. Per il Pescara i due punti contro l’Inter furono gli ultimi della prima, indimenticabile e sfortunata stagione in serie A.





Roberto Pivato


Il tabellino della partita:

Pescara – Inter 2-1 (16/04/78, Pescara, stadio Adriatico, 27ª giornata serie A)

Pescara: Piloni (32’ st Pinotti), Motta, Mosti (25’ st Eusepi), De Biasi, Andreuzza, Galbiati, Grop, Repetto, Orazi, Zucchini, Prunecchi. All: Cadé

Inter: Bordon, Canuti, Cozzi (9’ st Pavone), Oriali, Gasparini, Bini, Roselli, Marini, Altobelli, Merlo, Muraro. All: Bersellini

Arbitro: Pieri di Genova

Reti: pt 30’ Grop; st 22’ Altobelli, 25’ aut. Bini

venerdì 2 settembre 2016

Bolivia-Perù: il "robo" per antonomasia e quel furfante di Chechelev

Il tradizionale scambio dei gagliardetti
Per spezzare l'incantesimo, e interrompere un'astinenza iridata che si protrae ormai da quattro decadi, nel 1969 la Federazione peruviana, stregata dalla qualità del gioco offerta dallo Sporting Cristal laureatosi campione del Perù giusto qualche mese prima, si rivolge a Didì, il leggendario centrocampista della Selecao pluricampione del mondo, adesso timoniere proprio dei Cerveceros, affidandogli la prestigiosa panchina dell'Albirroja. I dirigenti della Federazione non usano troppe perifrasi, andando dritti al nocciolo della questione: l'obiettivo sono i mondiali messicani del 1970, una manifestazione a cui il Perù manca colpevolmente addirittura dalla prima, pionieristica edizione uruguagia del 1930.

Inserito nel primo gruppo di qualificazioni sudamericane, in compagnia di Bolivia e Argentina, entrambe temibili per ragioni diverse, il Perù parte con il vento in poppa, superando di misura  l'Argentina tra le mura amiche del Nacional di Lima grazie ad una rete di Leon. Come inizio, davvero poco male. La seconda tappa del tortuoso percorso che ha come meta il Messico, porta l'Albirroja sulle Ande boliviane, dove ad attenderlo, oltre agli agguerriti padroni di casa, ci sono tutti i terribili disagi, dalle difficoltà respiratorie, al precoce accumulo di acido lattico, legati all'eccezionale altura dell'Hernando Siles. La discriminante, però, come vedremo, sarà di altra natura.

In campo e sugli spalti, l'atmosfera che si respira è quella riservata alle grandi occasioni: le tribune sono gremite, e assiepata nel settore ospiti c'è pure una folta rappresentaza di peruviani che, irriducibili, hanno attraversato la frontiera per non far mancare il loro apporto a los Incas. Ed è un vero peccato per i tanti peruviani in ansia nelle proprie mura domestiche, che in tv la gara, ripresa e documentata solertemente, venga mandata in onda su Canal 5, ma solamente in differita: decisiva in questo caso la mano tesa dall'aviazione peruviana, offertasi con un beau geste di trasportare il nastro della registrazione. 

Il Perù, in cui albeggiano i talenti di una covata forse irripetibile, che avrebbe costituito la generazione d'oro degli anni '70, sblocca il risultato in avvio di ripresa grazie a Roberto Challe, lesto e abile nel correggere in rete una conclusione di "Perico" Leon.
Una fase di gioco
Ben presto, però, il sogno di una vittoria che farebbe  scattare qualcosa in più di una mezza ipoteca sulla qualificazione, comincia a svanire sotto i colpi di una Bolivia pungolata nell'orgoglio. In pochi minuti la Verde, campione del Sudamerica nel '63, e in cui giostra l'idolo Ramiro Blacutt, rientrato da poco in patria dopo un'infruttuosa esperienza al Bayern Monaco, ribalta la situazione, ristabilendo prima la parità con Juan Americo Diaz, e poi  beneficiando di una grottesca autorete di
Hector Chumpitaz per operare il sorpasso: colui che qualche anno più tardi sarebbe diventato per tutti "El Gran Capitan", braccato da un attaccante boliviano, pondera male distanze e tempi della chisura, scavalcando un esterrefatto Luis Rubiños con una deliziosa palombella area. Peccato che si  infili nella porta sbagliata.

Tuttavia, mai doma e impermeabile a qualsiasi tipo di pensiero nefasto, l'Albirroja, catechizzata a dovere da Didì, incessante nello sbracciarsi a bordo campo per invitare i suoi a crederci e ad attaccare in massa, trova il 2-2 grazie ad un bolide mancino, esploso da fuori area, dell'ex cagliaritano Alberto Gallardo, che esaurisce la sua corsa gonfiando il sacco boliviano. Misteriosamente, però, il direttore di gara designato dalla FIFA per l'occasione, Sergio Chechelev - un fischietto jugoslavo come si evince dal patronimico, ma naturalizzato venezuelano - annula in maniera piuttosto inspiegabile la marcatura, venendo immediatamente bersagliato dagli insulti e le proteste dei peruviani, comprensibilmente furibondi per lo spiacevole accaduto. Challe schiuma rabbia più degli altri, e non riesce proprio a trattenersi dal commettere un'imprudenza, perdendo letteralmente le staffe e arrivando addirittura al contatto fisico con l'arbitro: nell'incandescente testa contro testa che precede la lieve capocciata che il "Niño Terrible" assesta al contestato direttore di gara, Chechelev, però, chiude istintivamente le palpebre.
Il pomo della discordia: la rete annullata a Gallardo

Quando le riapre, impossibilitato ad identificare con certezza l'autore del deplorevole gesto, sventola il cartellino rosso sotto il naso di Ramon Mifflin, credendolo erronamente responsabile. Servono dieci minuti, e altre due espulsioni, quella del peruviano Nicolas Fuentes e del boliviano Juan Farias, affinchè le proteste peruviane si plachino leggermente e si possa tornare alla normalità, riprendendo il filo laddove si era coattivamente interrotto.  

Nei pochi scampoli rimasti l'Albirroja non riuscirà a rimettere in piedi quell'incontro. Ma, tuttavia, la tanto sospirata qualificazione iridata, seppur con qualche traversia in più da affrontare, arriverà in pompa magna a Buenos Aires, quando una doppietta di Oswaldo "Canchito" Ramírez ammutolirà il Monumental, privando l'Argentina del sogno mondiale. 

Chechelev accerchiato dai peruviani
Chechelev, invece, nel frattempo "pestato" anche in Venezuela per alcuni episodi simili, qualche anno più tardi, rintracciato in Colombia da alcuni cronisti peruviani, confermerà i dubbi su quella sospetta svista arbitrale. Alla perentoria  domanda, "Quanto ti pagò la Bolivia per quel furto?", lui, che nel frattempo si era fatto spuntare i baffi, chissà forse per non essere riconosciuto, rispose spavaldo, come se fosse la cosa più naturale di questo mondo: "Non furono i boliviani a corrompermi, ma bensì gli argentini. La cifra, però, resta un segreto." Anche se restano dubbi sulla veridicità di queste dichiarazioni, specie sul coinvolgimento dell'Argentina in questo losco evento, di sicuro dalle parti di Lima Sergio Chechelev è rimasto scolpito nell'immaginario collettivo, diventando il lestofante prezzolato per antonomasia. Una sorta di Byron Moreno ante litteram.


Vincenzo Lacerenza



Fonti:
arkivperu.com
dechalaca.com
libero.pe

domenica 28 agosto 2016

Lezioni di Epic...A: 2 ottobre 1950, spettacolo rosso-nero a Napoli

Una fase dell'incontro
Erano quarantatré anni che lo scudetto mancava in casa del Milan, da quando ancora non si chiamava scudetto e il campionato non si chiamava serie A, bensì Prima Categoria. Troppo tempo per una compagine blasonata come quella rosso-nera. Nel frattempo, inoltre, i cugini dell’Inter si erano laureati campioni d’Italia ben cinque volte, e i grandi rivali della Juventus addirittura otto, compresa la stagione precedente, quando, malgrado una clamorosa sconfitta interna col Diavolo per 1-7, erano riusciti a concludere in vetta proprio davanti alla compagine di Lajos Czeizler. Il tecnico ungherese era arrivato nel ’49, portandosi dall’IFK Norrköping Gunnar Nordahl e Nils Liedholm, due fuoriclasse che sarebbero andati a comporre con Gunnar Gren il formidabile trio svedese Gre-No-Li. Il calcio totale ed esasperatamente offensivo proposto da Czeizler aveva portato immediatamente i suoi frutti: nel campionato ‘49/’50 il Milan aveva realizzato l’incredibile bottino di 118 reti, Nordahl si era subito laureato capocannoniere con 35 sigilli, ma questo non era bastato a riportare il tricolore a Milano. Anche le prime giornate della stagione ‘50/’51 avevano confermato la straordinaria abilità del potenziale offensivo milanista: 6-2 all’Udinese, 1-2 alla Sampdoria e 9-2 al Novara, con il Pompiere sugli scudi, autore già di sei marcature.
Il Milan campione d'Italia nella stagione '50/'51
Il Napoli, dopo due stagioni di purgatorio in cadetteria, era tornato in massima serie quell’anno. Il fautore del successo nella serie B 1949/50 era stato il due volte campione del mondo Eraldo Monzeglio, alla sua prima stagione sulla panchina partenopea. I campani, il cui obiettivo era naturalmente la salvezza, avevano inziato col piglio giusto: 3-2 alla Fiorentina e 2-2 a Bergamo, in casa dell’Atalanta. Ma la prima sconfitta era arrivata alla terza giornata, sul terreno del Bologna.
L’1 ottobre 1950 lo Stadio della Liberazione del Vomero avrebbe ospitato l’atteso confronto tra Napoli e Milan, andato in scena l’ultima volta nel gennaio di due anni prima, col successo ospite per 0-2. Il fascino dell’incontro e la forza dell’avversario richiamano allo stadio ben 32000 persone: il caloroso tifo napoletano si fa sentire, vuole essere il proverbiale dodicesimo uomo in campo, vuole dare la forza ai suoi beniamini per affrontare la più quotata formazione meneghina. E per dodici minuti ci riesce. Poi la spietata compagine rosso-nera chiude praticamente il match in due minuti. Al 12’ viene concessa una punizione per fallo di Luigi Vultaggio su Nordahl; lo stesso attaccante svedese batte velocemente, sorprendendo l’intera retroguardia azzurra e pescando Liedholm, il quale, liberissimo, fa 0-1. I padroni di casa protestano alacremente, ma Agnolin convalida il gol. Si riparte ed il Milan, approfittando dello stordimento napoletano per quanto appena accaduto, raddoppia: fuga di Nordahl contrastato inutilmente dal solito Vultaggio; conclusione respinta in qualche modo da Giuseppe Casari – il portiere della nazionale alle olimpiadi londinesi del ’48 – e comodo tap-in vincente di Renzo Burini, anche lui nella rosa olimpica di due anni prima.
Il Napoli 1950/51
Il terribile uno-due mette i locali sotto shock. Si aggiunga poi che al 24’ la truppa di Monzeglio si imbufalisce nuovamente nei confronti del direttore di gara, reo di non avere assegnato il gol per una conclusione di Farnese Masoni salvata, secondo gli azzurri oltre la linea (tuttavia le immagini sembrano negarlo), da Lorenzo Buffon. Gli ospiti controllano le sfuriate avversarie, per poi colpire ogniqualvolta si presentino in attacco. Minuto 29, punizione di Liedholm, respinta di pugno di Casari, riprende Nordahl che fa tris; minuto 33, avventato retropassaggio di Vultaggio che scavalca il suo portiere e termina in rete beffardamente, per un autogol che certifica la giornata stortissima del centromediano romano. Dopo 45’ il quarto successo consecutivo del Milan è già al sicuro: un risultato ottenuto col minimo sforzo e con una certa dose di fortuna.
La ripresa serve al Napoli per salvare se non altro l’onore. Al 18’ Silvio Formentin accorcia le distanze, ma poco dopo Nordahl realizza il suo ottavo centro stagionale, il quinto ed ultimo di giornata per l’undici di Czeizler. L’umiliante passivo viene ridimensionato dagli azzurri negli ultimi tre minuti. Al 42’ Amedeo Amadei realizza il penalty concesso per un fallo di mano di Carlo Annovazzi e, allo scadere, Masoni sigla il definitivo 3-5 su invito di Formentin. Curiosamente per tutti e tre si trattava della prima rete con la casacca del Ciuccio.
Gunnar Nordahl in azione
Il digiuno da successi del Milan si sarebbe finalmente interrotto in quella stagione: quarantaquattro anni dopo l’ultimo titolo di campione d’Italia il Diavolo si ripete, precedendo di un solo punto i concittadini nero-azzurri. Un successo che non ammette repliche, figlio del migliore attacco del campionato (assieme all’Inter, con 107 reti, e Nordahl per il secondo anno di fila capocannoniere) e della miglior difesa (39 gol incassati) e che viene bissato in campo europeo, con la conquista della Coppa Latina a giugno, il primo alloro di sempre in campo internazionale.

Pure il Napoli potrà essere assai soddisfatto della sua stagione, chiusa con un lusinghiero sesto posto, ottenuto soprattutto in virtù dell’ottimo percorso casalingo. Al Vomero, dopo il Milan, sarebbe riuscita a vincere soltanto l’Inter. Evidentemente le milanesi si trovavano molto a loro adagio alle pendici del Vesuvio.


Il tabellino della partita:

Napoli – Milan 3-5 (01/10/50, Napoli, stadio Vomero, 4ª giornata serie A)

Napoli: Casari, Delfrati, Soldani, Todeschini, Vultaggio, Gramaglia, Krieziu, Di Costanzo, Amadei, Formentin, Masoni. All: Monzeglio

Milan: Buffon, Silvestri, Bonomi, Annovazzi, Togno, De Grandi, Santagostino, Gren, Nordahl, Liedholm, Burini. All: Czeizler

Arbitro: Agnolin di Bassano del Grappa

Reti: pt 12’ Liedholm, 13’ Burini, 29’ Nordahl, 33’ aut. Vultaggio; st 18’ Formentin, 23’ Nordahl, 42’ rig. Amadei, 44’ Masoni


Il link al video dell'incontro: https://www.youtube.com/watch?v=cUkXio0aP1w


Roberto Pivato

martedì 23 agosto 2016

La Roma a Caracas: caldo, infortuni e odissee aeree

Una formazione della Roma a Caracas
Dopo circa trenta ore di volo, il Super Constellation della Linea Aeropostal Venezolana, decollato da Roma il 26 giugno 1956 alle 10.30, atterrò finalmente a Caracas. Erano le 11 ora locale, le 17 in Italia, di mercoledì 27 giugno. Il lungo viaggio dalla capitale italiana a quella venezuelana era andato a buon fine, malgrado alcuni ritardi imprevisti e dopo le numerose soste che la traversata oceanica prevedeva: la prima a Madrid, poi a Lisbona, in seguito Azzorre e Bermuda. Quando scese dal velivolo, la comitiva della Roma venne accolta in maniera festosa sia dalla popolazione locale, sia dai tanti emigrati italiani nel paese sudamericano. Giocatori e staff apparivano naturalmente un po’ stanchi, ma nel complesso – se si tiene fede al resoconto di Ezio De Cesari, inviato al seguito della squadra per il Corriere dello Sport – il viaggio era stato tranquillo e le condizioni dei giallo-rossi ottimali, anche per quanto riguarda coloro che avevano ricevuto il battesimo del volo, cioè Romano Pontrelli, Paolo Pestrin ed Ermanno Alloni.
La Roma dal Papa prima di partire per il Venezuela
Ma che ci faceva la Roma in Venezuela in quell’estate di sessant’anni fa? La compagine del presidente Renato Sacerdoti era stata invitata alla Pequeña Copa del Mundo (letteralmente la “Piccola Coppa del Mondo”), un torneo amichevole che da cinque anni dava l’opportunità a formazioni europee e sudamericane di confrontarsi, riprendendo l’idea della Copa Rio e anticipando quello che verrà poi fatto ufficialmente, a partire dal 1960, dalla Coppa Intercontinentale. La quinta edizione della manifestazione – conosciuta all’epoca erroneamente anche come “Coppa Presidente del Venezuela” o semplicemente “Torneo di Caracas” – si sarebbe svolta dal 30 giugno al 19 luglio, con un girone all’italiana a cui avrebbero partecipato i campioni d’Europa del Real Madrid; il Vasco da Gama, vincitore del campionato Carioca; il Porto, campione di Portogallo; e la Roma, appunto, sesta in serie A ma invitata nuovamente dopo la bella impressione lasciata tre anni prima, quando vi prese parte in qualità di vincitrice del campionato di serie B, giungendo seconda.

Lo stadio Municipal di Caracas
Faceva caldo a Caracas, ad un passo dall’Equatore. Un caldo insopportabile per i calciatori romanisti, tutti belli eleganti nelle loro nuovissime divise preparate appositamente per l’occasione: giacca blu di lana con scudetto giallo-rosso sul petto, pantaloni grigi, camicia e cravatta bianche. Un completo certamente bello a vedersi, ma poco adatto al clima torrido di quella parte del mondo e al viaggio in pullman che li condusse dall’aeroporto al loro quartier generale, il lussuoso Hotel Ambassiador. Le difficili condizioni meteo avrebbero influito non poco sulla permanenza del sodalizio capitolino in terra venezuelana: gli allenamenti dovevano essere limitati alla sera, o al più al tardo pomeriggio, quando i raggi del sole picchiavano con meno insistenza; ma per permettere ciò si doveva disporre di riflettori, cosa possibile soltanto nell’impianto cittadino principale, il Municipal. Alla vigilia del debutto - previsto per la serata di sabato 30 giugno contro il Porto, match d’apertura del torneo – lo stadio risultò inutilizzabile, a causa di una parata militare. In tal modo la Roma non poté presentarsi alla sfida contro i lusitani nelle migliori condizioni atletiche.

Il Porto campione nazionale nel '55/'56
Era la prima volta che giallo-rossi e bianco-azzurri si trovavano davanti, ma mentre i Dragoni avrebbero schierato la miglior formazione possibile, György Sarosi optò per un undici ampiamente rimaneggiato, nel quale facevano il loro debutto alcuni nuovissimi acquisti quali gli ex genoani Ennio Cardoni e Paolo Pestrin, il mediano prelevato dalla Cremonese Ermanno Alloni, il modenese Giorgio Barbolini e l’attaccante scuola Monza Severino Lojodice. Il tecnico ungherese, insomma, voleva approfittare del carattere non ufficiale della sfida per iniziare a collaudare quella che sarebbe stata la Roma ‘56/’57.
Istvan Nyers, in azione con la maglia dell'Inter
Il confronto fu caratterizzato da un agonismo perfino eccessivo, dato il carattere amichevole della sfida. Furono soprattutto i portoghesi, secondo la testimonianza di De Cesari, a voler incanalare il match sui binari della vigoria fisica. A farne maggiormente le spese fu Cardoni, infortunatosi e costretto a saltare il successivo impegno, contro il Real Madrid, giovedì 4 luglio. Il primo tempo si chiuse coi lusitani in vantaggio, in virtù della marcatura di Hernâni Ferreira da Silva (o secondo altre fonti di António Dias Teixeira), ma i giallo-rossi potevano recriminare per delle buone chance sprecate sotto porta. Il meritato pareggio arrivò nella ripresa, su calcio di rigore concesso per fallo di mano di Virgílio Marques Mendes su conclusione di Barbolini. Dal dischetto la trasformazione fu affidata a István Nyers, il franco-ungherese alla sua ultima rete con la Lupa, prima del passaggio non troppo fortunato al Barcellona. 1-1 che sta un po' stretto alla truppa di Sarosi, ottenuto contro l’avversario sulla carta più abordabile. Di lì a quattro giorni c’erano le Merengues fresche vincitrici della prima Coppa dei Campioni della storia: una corazzata con terminali offensivi del calibro di Héctor Rial, Francisco Gento e la Saeta Rubia Alfredo Di Stéfano. La Roma se la gioca alla pari, passando addirittura in vantaggio con Luigi Giuliano dopo dieci minuti. Rial e Di Stéfano, tuttavia, ribaltano il punteggio e regalano la seconda vittoria agli iberici.

Alcune immagini del successo sul Real Madrid
Il girone d’andata dei giallo-rossi si chiude con un altro ko, il 7 luglio per 3-1 contro il Vasco da Gama (a segno Dino da Costa per gli italiani), cosicché a metà torneo il cammino è già compromesso: Roma ultima insieme al Porto. Il successo finale sarà un discorso tra spagnoli e brasiliani.
Gli uomini di Sarosi, in ogni caso, hanno ancora tempo per una grande impresa. Il 12 luglio il capolista e apparentemente imbattibile Real si arrende alla doppietta di Lojodice; inutile la segnatura del solito Di Stéfano: termina 2-1 per i capitolini. Sarà il loro ultimo lampo venezuelano. Due giorni dopo altra sconfitta (2-1 con fantastica doppietta di Vavá e gol della bandiera di Barbolini), contro il Gigante da Colina e infine, il 17 luglio, il concedo contro la stessa compagine dell’esordio: il Porto. Una gara buona soltanto per evitare l’ultimo posto, con cinque giocatori già partiti per il rientro in Italia: Giosuè Stucchi, Giacomo Losi, Alcides Edgardo Ghiggia, Cardoni ed Egisto Pandolfini, il cui addio è definitivo visto il passaggio all’Inter. Sono tutti acciaccati: un prezzo da pagare piuttosto alto per un torneo amichevole di fine stagione (che tanto amichevole in verità non si era dimostrato, se si tiene presente ad esempio quanto accaduto tra Real e Porto, dove era dovuta intervenire persino la polizia per placare gli animi).
Fasi di gioco di Vasco da Gama - Roma 2-1
Porto – Roma è solo un antipasto in attesa della sfida tra Vasco da Gama e Real Madrid, che assegnerà la coppa. Eppure l’avvio è scoppiettante e le occasioni, soprattutto di marca bianco-azzurra, non mancano. Dopo 45’, in ogni caso, le porte sono ancora inviolate. Il risultato si sblocca a favore dei Dragoni al quarto della seconda frazione: ingenuità di Alberto Eliani che dà via libera a Castao, il quale realizza il gol della vittoria (secondo altri la rete sarebbe da attribuire a Gaburu), malgrado i seguenti rabbiosi tentativi di pareggio dei giallo-rossi.
Si conclude così, con un deludente ultimo posto, un torneo durissimo (vinto per la cronaca dal Real Madrid), caratterizzato da ritmi serrati (si è giocato in sostanza ogni due giorni), da un agonismo a tratti esasperato (a cui la Roma ha pagato il fio con una lunga serie di infortuni), da arbitraggi piuttosto discutibili e da un caldo asfissiante. Non si può certo rimproverare ai giallo-rossi scarso impegno, anzi: la squadra è stata enconiabile, a tratti commovente, ha anche saputo far intravedere sprazzi di buon gioco; ma ciò non è stato sufficiente davanti ad oggettive e grandi difficoltà ambientali. L’unica vera delusione è quella dei molti italiani accorsi al Municipal nella speranza di vedere una loro compagine vincere. Per loro autentici riscatto e rivalsa ci sono stati solo il 12 luglio, con l’inatteso successo romanista contro i Blancos.
La Roma sale nuovamente sul Super Constellation per affrontare l’estenuante viaggio di ritorno. Finalmente un po’ di meritata vacanza, prima di ripartire con la nuova stagione, con le sfide che contano davvero. La tournée sudamericana, poco soddisfacente dal punto di vista dei risultati, non è stata tuttavia un banco di prova attendibile per giudicare i giallo-rossi stagione ‘56/’57. Sarà il campo ad emettere verdetti assai sotto le aspettative: quattordicesimo posto in campionato, appena due punti sopra la zona retrocessione, e avvicendamento in panchina a maggio tra Sarosi e Guido Masetti.

Il rientro all'aeroporto di Ciampino
Non sappiamo se le fatiche della Pequeña Copa del Mundo (la cui ultima edizione si sarebbe svolta nel luglio del ’57) avessero lasciato effettivi strascichi sull’annata romanista; fatto sicuro è che nessun giallo-rosso avrebbe voluto più sentir parlare di Venezuela molto a lungo.

Roberto Pivato

fonti iconografiche: www.asromaultras.org